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Sto andando al lavoro. Sono di notturno quest’oggi. Il treno che mi porta a Venezia fiancheggia il ponte della libertà. Buffo vero? Chiunque entri o esca da Venezia percorre un paio di chilometri alll’insegna della libertà. Percorre la …libertà sia chi entri a Venezia, sia chi se ne sta andando. 

Abito in un comune in cui una frazione è divisa a metà. Malcontenta da una parte è veneziana, dall’altra è mirese (tranquilli,non deve il suo nome al punto di vista di chi si trovi da una o dall’altra delle due parti). Basta attraversare una strada e d’incanto ti ritrovi o mirese o veneziano. Un confine che nessuno percepisce. Tranne quando si vota per uno dei due sindaci. O quando si misurano le efficienze dei diversi servizi.

Abito un comune cui Venezia deve molto. I vostri nobili noi li abbiam ospitati durante il loro otium estivo e in cambio loro ci hanno lasciato magnifiche ville. Per di più se gli antenati veneziani non son morti di sete, almeno in parte, è grazie a noi campagnoli di terraferma che la Seriola la custodivamo meglio di casa nostra.

Se parto da Padova e arrivo a Venezia lungo la Regionale 11 incontro via via Noventa Padovana, Stra, Fiesso, Dolo, Mira. E Venezia. Realtà amministrative separate solo per via di avere ciascuno un sindaco ed un cartello che ne indica il nome  (del paese, non del sindaco). Per il resto a percorrerla quella strada mica hai la percezione dell’attraversare paesi distinti. No. E’ un solo e gigantesco unicuum. Indistinto. Come se non bastasse, arrivato ad Oriago mi basta guardare a sinistra per scorgere un cippo di confine. Anche in questo caso prima eravamo patavini, poi veneziani. Per di più sempre a Mira c’è una piccola frazione che si chiama Dogaletto. E tutto dire no?

Siam (quasi) a Natale e dunque abbiate compassione per queste saciocchezzuole. Utili però a capire come a me del referendum separatista non me ne fregasse una emerita cippa. ma non per una forma di superiorità intellettuale boriosa. No. Proprio perché a me sfugge il senso profondo che ha animato lo spirito dei (per fortuna spero definitivamente disillusi) separatisti. Mi sfugge proprio perché vedo una unità economica, geografica, territoriale talmente consolidata da apparire, ai miei occhi di campagnolo di terraferma, una sorta di dogma. E le cui dimensioni vanno ben al di là dei confini del comune di Venezia.

Viviamo nella globalizzazione. Una globalizzazione gigantesca. Complessa. Per certi versi persino affascinante. Ma rischiamo ancora di ritrovarci con una mentalità localistica. Centrata più sull’io che sul noi (e non è forse questo noi, apartitico ma non apolitico che rende così rivoluzionario il movimento delle sardine?).

Che poi a ben vedere quasi quasi dispiace abbiano perso i SI. Avessero vinto ma davvero sarebbe stato tre volte Natale, festa tutto il giorno e pure Cristo sarebbe sceso dalla croce (mentre sul fatto del matrimonio dei preti  le idee non sarebbero state comunque chiare). Almeno a giudicare quel che si leggeva sui social network. Per questo (anche per questo) la sconfitta separatista è ancora più fragorosa.

Dicono che a vincere il referendum separatista sia stato Brugnaro. Se cosi fosse verrebbe da chiedersi come intenda “usare” questo successo (oltre che come viatico per la sua – quasi – indiscussa riconferma che solo un avversario di terraferma potrebbe forse mettere in discussione)?

Lo gestirà solo in funzione comunale oppure riuscirà a scorgerne il significato sovracomunale implicito in esso?

La nostra terra appare priva di una identità davvero comunitaria (e come può essere se in un comune, il mio, abbiamo più parrocchie e campi da calcio che frazioni?). Se non si coglie che la sconfitta separatista è “strategica” non solo per le dimensioni ma anche per le potenzialità che essa sottende, la vittoria unionista sarebbe parziale.

Insomma: Brugnaro ha una occasione unica e forse irripetibile. Ricondurre la vocazione unionista tra Veneziae la sua terraferma in una dimensione che, autenticamente ancora unionista non è. Quella per l’appunto di una città metropolitana che ancora appare ai più come un oggetto sconosciuto. Quella di una città metropolitana la cui terraferma veneziana si estenda sino a coinciderne coi confini e non sia limitata a Mestre, Marghera, Favaro, Malcontenta etc.etc.

Eppure per dimensione, numeri, ricchezza individuale e collettiva questa area metropolitana (col cruccio grande che la si è voluta “limitata” e non larga a comprendere anche Padova e Treviso) avrebbe un peso strategico tale da renderla competitiva con regioni europee di ben più grandi dimensioni.

Certo: questa città metropolitana ha un limite che (agli occhi di chi scrive) è destinato a limitarne le potenzialità. Il fatto che il sindaco metropolitano non sia eletto direttamente dai cittadini. Però, chissà, forse basterebbe che il sindaco di Venezia cominciasse da qui, da questa battaglia (destinata in altre parole ad accelerare la possibilità di elezione diretta del sindaco metropolitano) perché la sua (cosiddetta) vittoria uninionista abbia un senso e una misura più ampia di quella di quest’oggi dove la sola cosa su cui, immagino, tutti concordiamo è che l’anno che sta arrivando fra un anno passerà...E tutti, chi più, chi meno, ci stiam preparando.

P.S. Si lo so, l’immagine scelta c’entra nulla. Ma è per augurarvi buon Natale ed un sereno 2020. Campagnoli si ma mica maleducati

 

Vive da sempre nella terraferma veneziana. Per cinque anni è stato Vicesindaco (con delega alle politiche culturali e turistiche) del comune di Mira. Laureato (cum laude) in Lettere a Padova ha collaborato per oltre un decennio coi quotidiani del gruppo editoriale Finegil (La Nuova Venezia, Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso), con La Repubblica e con Gente Veneta. Attualmente fa parte del collettivo redazionale della rivista Esodo. Si occupa di gestione del personale e della sicurezza presso alcuni musei veneziani. Nel tempo libero ama la montagna e le immersioni subacquee.