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Fino a poco tempo fa mi facevano sorridere alcuni neologismi adottati per denominare cariche di rilievo ricoperte dalle donne. Soprattutto in politica. E avevo un certo fastidio da vecchia maestrina. Restavo un po’ perplessa di fronte alle “sindache”, alle “ministre” o alle “assessore” che rivendicavano con orgoglio l’autonomia del loro titolo. Un’autonomia finalmente svincolata da quello che i grammatici definiscono genere promiscuo dei nomi. Sono promiscui, infatti, secondo la grammatica italiana, tutti quei nomi che non variano dal maschile al femminile o viceversa: tutt’al più si dice giraffa maschio o femmina, antilope maschio o femmina, e via di questo passo. Un tempo si diceva “sindaco donna” quando tale titolo si attribuiva a un’esponente del genere femminile. E, in taluni casi, si ricorreva, non senza una certa ironia, volta a evidenziare una presunta incapacità e un acclarato essere fuori posto, al termine “sindachessa”. Ma i tempi cambiano e la società evolve. E ho capito che, mai come in questo caso, l’evoluzione della lingua è sintomo di cambiamento.

L’utilizzo del genere femminile per molti titoli professionali o istituzionali, un tempo, era assai raro. Non capitava spesso, infatti, che le donne rivestissero cariche di rilievo, mentre venivano irrise quelle signore che rivendicavano, accanto a un’uguaglianza di trattamento nella vita di tutti i giorni, anche un’uguaglianza nel linguaggio che facesse piazza pulita di veti e pregiudizi nei confronti delle donne. Oggi è diverso. Ed è più che mai legittimo che per titolare una donna che abbia un ruolo significativo nelle istituzioni si ricorra a un cambiamento di genere che ne sancisca anche l’autonomia linguistica.

Le parole sono importanti, sono macigni che possono esaltare o offendere, aiutare o distruggere, trasformare le cose o lasciarle al loro posto. Da sole però non bastano. Non bastano, cioè, a fare una rivoluzione, a scardinare culture e modi di pensare. Non bastano a cambiare il mondo. Ma, soprattutto, le parole non sono sufficienti, se a un cambiamento del lessico non corrisponde un diverso approccio alla politica e, quindi, anche alla vita. Un approccio che sia nel segno di una visione attenta alle differenze, ai disagi e alla sofferenza. Un approccio che sia nel segno di una femminilità autentica, decisa e improntata alla giustizia. Che non è debolezza o mistificata fragilità. Non ci si emancipa con il solo titolo di ministra o con quello di sindaca o di assessora, se tali titoli continueranno ad accompagnarsi a politiche razziste, ad atteggiamenti aggressivi, a manifestazioni di prevaricazione, che sanno tanto di scimmiottamento di comportamenti mutuati dall’antico genere maschile. Una donna che si scagli con ferocia contro i suoi interlocutori o contro malcapitati capri espiatori, funzionali a squallide strategie elettorali, non concorre a un’evoluzione culturale, ma riesce solo ad offrire il pietoso spettacolo di un’umanità compressa e incattivita.

Soffro dal profondo del cuore quando mi imbatto in raccapriccianti teatrini, talk show politici di infima categoria, in cui donne di spicco della politica italiana interrompono, assalgono, inghiottono con voce querula l’interlocutore, avversario o giornalista che sia, o uomo della strada, fino a zittirlo per sfinimento. Nessuno ha mai detto a queste signore che il valore di una rappresentante delle istituzioni non si misura con la protervia del parlarsi addosso? E neanche con una politica di chiusura e di bieco individualismo? O forse dobbiamo pensare che l’emulazione di alcune pessime modalità, da sempre patrimonio dell’altra metà del cielo, porti a conquistare il titolo di “donna con le palle”? E che laddove si conquisti tale titolo si possa aspirare ad ottenere posti di potere un tempo irraggiungibili da una donna? Beh, a giudicare dai consensi e dallo sciame elettorale a favore di alcune esponenti del cosiddetto gentil sesso, dobbiamo proprio pensare che sia, questo, un atteggiamento vincente. Che piace e che è premiato. Il guaio è che mi sembra una prerogativa tutta italica. Che, di sicuro, non offre modelli positivi a tante giovani donne e che trasmette una distorta idea di parità e di uguaglianza di genere.

Non ce l’ho con questa o quella politica di professione. Constato, invece, con inquietudine, il diffondersi di un cliché, forse più presente nel centro destra, ma molto, molto forte e seducente.  Potremmo definirlo “Modello Meloni” ma, sfrondato dalle peculiarità della giovane presidente di Fratelli d’Italia, è un modello adattabile a un numero congruo di politiche italiane.

La pace è donna per antonomasia. Lo sono la solidarietà e l’accoglienza.  Lo è la dimensione del ventre materno, che è sostegno, protezione e tolleranza. C’è un gran bisogno di condivisione che aumenta con l’aumentare delle difficoltà. Una politica al femminile non può non tener conto di questi valori forti. Non può cedere alla dimensione individualistica o, peggio ancora, a quella sovranista, per risolvere le questioni più spinose. Una politica al femminile, se rinuncia alla separazione, alla violenza della porta in faccia, alla presunzione di superiorità culturale, alla paura, può offrire un prezioso insegnamento e, di sicuro, ha tante cose da dire. Tanto alla società civile quanto ai politici di lungo corso. Maschi, possibilmente.

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.