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Quando il direttore di Luminosi Giorni ci ha chiesto, a inizio d’anno, di scrivere un pezzo sulla felicità, malgrado tale richiesta mi abbia lasciato un po’ perplessa, ho sentito una bella scossa. Una scossa che mi ha fatto pensare che sì, che finalmente sarei potuta partire dalle mie pulsioni più profonde e raccontarle. Così, semplicemente, come si fa tra amiche. Una specie di coming out, insomma, sulle nostre aspirazioni e sui desideri più o meno manifesti che agitano e fanno brillare la fantasia di noi ragazze diversamente giovani. E poi, un po’per chiarirmi le idee, un po’ per darmi delle conferme sulle mie percezioni, mi sono interrogata sul significato della parola felicità. O su che cosa significhi per me questa luminosa categoria dello spirito.

Appartengo a una generazione che, intorno ai vent’anni, teorizzava la perfetta identità tra pubblico e privato. Il bene della collettività doveva corrispondere al bene dell’individuo. E dunque la mia felicità doveva identificarsi con la felicità di tutti. Le idealità di una società migliore nella quale ci saremmo pienamente realizzati ci portavano talvolta ad annientare i nostri bisogni più intimi. Ma non ne eravamo del tutto consapevoli, mentre eravamo tutti intenti a perseguire il benessere personale e anche quello della collettività.

I germi dell’utopia si annidano da sempre in me e sono cresciuti con me, palesandosi a fasi alterne della vita. Come tutti, ogni anno, a inizio d’anno, mi aspetto il meglio per me e per i miei cari. A partire dalla salute. E poi, e poi ho tanti altri sogni di felicità, che mi accompagnano da sempre. Auspico, per esempio, una società fondata su alcuni valori essenziali, come la solidarietà, l’accoglienza, l’inclusione. E ancora: una società fondata sulla convivenza pacifica, sui rapporti cementati dai buoni sentimenti e su principi che ripudino l’intolleranza e l’odio. Non credo ci sia retorica nello svelare questi desideri. Sono di sacrosanta importanza, invece, e non soltanto per i sognatori. Che società civile avremmo, senza? Che mondo ci si prospetterebbe, senza? Che futuro avremmo se, come vorrebbero molti, scomparissero?

Sono stata in passato un’inguaribile utopista, forse lo sono ancora, ma rifiuto ogni forma di violenza – chi non la rifiuta, in teoria? –  a partire da quella verbale. E, invece, proprio per un’inspiegabile legge del contrappasso, noto che il nostro presente è come attraversato, quasi posseduto da un demone. Il demone di un linguaggio tossico che ratifica una crescente aggressività. Può sembrare un pensiero velleitario e intriso di bizantinismo, e forse anche un po’ anacronistico, ma per me felicità è una società in cui il politicamente scorretto non vada di moda come adesso. Un tempo si aveva paura di definirsi “razzisti”, “maschilisti”, “fascisti”. La parola negro era bandita e ci si vergognava di palesare sentimenti di odio e insofferenza verso chi si allontanava da parametri di normalità comunemente definiti. Non che prima si fosse più buoni e si odiasse meno, ma di sicuro il politicamente scorretto non veniva appoggiato dalle istituzioni, tanto come accade oggi. Ora sembra implodere, come un’idea a lungo compressa, e sembra trovare diritto di cittadinanza su un terreno accidentato e attraversato dal bisogno di trovare a tutti i costi dei capri espiatori.

Umberto Eco, nel suo libro “Il fascismo eterno”, evidenziava come un linguaggio violento e allo stesso tempo semplice e mirato, fondato su slogan vuoti ma convincenti, sia sempre stato utilizzato dai sistemi totalitari per convincere il popolo e rafforzare il proprio potere. Un linguaggio che attribuisca ad alcuni le colpe dell’umana specie. Un linguaggio che divida il mondo in due parti, ignorando la complessità del reale. Un linguaggio che individui dei precisi nemici e promuova campagne di massa per eliminarli. Un linguaggio volto alla semplificazione. Perché la semplificazione, mentre favorisce l’emarginazione di quelle soggettività ritenute più scomode, preclude la capacità di capire i problemi e permette alla politica di risolversi nelle sue segrete stanze.

Felicità è un mondo che non abbia paura delle donne che si affermano. Che non offenda con epiteti quali “covo-di-lesbiche” una squadra calcistica femminile che si imponga a livello mondiale, che non dia della “buonista-cicciona-repressa” a un’intellettuale– la scrittrice Michela Murgia –  che si collochi fuori dal coro, che non chiami “puttana-arrapata-amica-dei-negri” una presidente della Camera – Laura Boldrini – che persegua una politica umanitaria e di accoglienza.

Felicità è giustizia, equità, uguaglianza, pari opportunità.  La politica ha l’obbligo di rassicurare, di liberarsi dalla tossicità del rancore, di sedare le paure e di vigilare sulle parole, anche perché il linguaggio, come diceva Galilei, è strumento di pensiero. E io aggiungo: può provocare seri danni alla salute della collettività se se ne minimizza la portata eversiva. L’alternativa sarebbe – e il rischio è reale – la deriva populista.

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.