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A Natale, si sa, siam tutti più buoni. Perfino il megadirettore di Luminosi Giorni (che è mega anche se non ha la poltrona in pelle umana…io ci son stato a casa sua e dunque fidatevi) mi diventa buonista. E ci invita a salutare l’anno che è già arrivato (e che fra un anno passerà Ça va san dire) con un pezzullo dedicato al tema della felicità. In soldoni ci chiede: raggiungere quali obiettivi rappresenterebbe per ciascuno una idea di felicità (che poi che bello sarebbe se anche i tanti lettori si cimentassero in questa impresa nevvero?)?

A dir la verità me la sono riletta la mail con cui ci sfidava. Perché nella mia testa avevo confuso felicità con speranza. Ma è poi una confusione cosi sbagliata? A rigor di logica se non si spera di cosa potremmo essere felici?

Sia chiaro. Nel farlo (ma vuoi che lui che è il megadirettore non lo sappia?) obbliga un famosissimo direttore del Corriere della Sera a rivoltarsi nella tomba. Costui (che c’aveva per di più un caratteraccio) era solito cacciare in brutto modo qualche incauto e sprovveduto suo collaboratore ogniqualvolta lo sventurato usasse il pronome personale IO.  “Quello – berciava – lo potrai usare solo quando andrai sulla Luna capito?” (Mica inventato nulla; andatevi a rileggere l’eccellente Sempre meglio che lavorare di Luca Goldoni).

Perché mica è facile. Ad esempio valgono gli obiettivi collettivi? Intendo dire: noi interisti saremmo felicissimi che quest’anno l’Inter vincesse quella cosa che poi cuci sulle maglie no? O in subordine saremo un poco (tanto in realtà) meno felici ma ugualmente non infelici se l’impresa, non riuscisse a noi, sfuggisse pure a quella squadra che è nata nella stessa città del grande Torino. Ma valgono sti obiettivi?

E allora un patto megadirettore ok? Io ci provo ma tu accetti il rischio.

L’obiettivo del 2020? Essere sereno. Che a ben pensarci mica è poi cosi nè facile nè scontato. Ma di quella serenità che ti viene dall’aver finalmente orientato la tua vita. Dall’aver finalmente capito che hai, nella tua testa, un indirizzo cui tendere. E che le tue scelte esistenziali sono ad esso coerenti.

Pur avendo fatto lo Scientifico non amo per nulla matematica e fisica (credo di essere stato l’unico maturando ad essere riuscito, tramite un commissario interno disperato alla sola idea che mi interrogassero in fisica, ad aver portato Storia come seconda materia all’orale). Ma una cosa queste materie condividono con la filosofia. E per questo me le rendono sempre un pò meno antipatiche di quel che vorrei. Quel ragionamento legato ai processi deduttivi e induttivi. Dal particolare al generale e viceversa.

Ecco dove voglio arrivare. Il mio obiettivo di felicità può diventare un obiettivo collettivo? Si perché alla fine credo che tutti noi, ma proprio tutti, saremmo felici non tanto se un pover’uomo che viene dalla campagna nel 2020 farà scelte importanti e decisive per la sua vita, quanto piuttosto se, finalmente!, questo 2020 ci regalasse il raggiungimento collettivo di un fine, quello di vivere in un Paese sereno. E che sia sereno perché finalmente non ha paura di credere nel futuro. Un Paese in cui il non si fa perché non è mai stato fatto diventi un provaci. Un Paese in cui ci si decida una volta per tutte di lasciare che i giovani diventino davvero la nostra classe dirigente . Un paese dove il successo imprenditoriale non sia colpa ma modello da imitare. Un paese che abbia finalmente il coraggio di togliersi le tante zavorre che lo appesantiscono. Un Paese dove i NO non si dicano a prescindere. Dove la competenza abbia davvero senso e valore e la si smettesse per una volta con quella follia dell’uno vale uno in base alla quale posso arrogarmi il diritto di criticare chi ne sa più di me. 

Certo. Siamo (ancora) a Natale. E ancora deve venir Epifania che tutte le feste porta via. E, per definizione, più inclini al melenso, allo sdolcinato, ai luoghi comuni del a Natale siam tutti più buoni. E dunque chiedo venia per questo pezzullo. 

Ma è da tempo che ci vado ragionando. Cosa rende questo nostro Paese come uno di quegli atleti, sempre arrancanti e col fiatone, condannati ad essere perennemente…secondi?

Che cosa se non la sua atavica paura del futuro? Non la burocrazia. Non la farraginosità. No. La paura del futuro. L’Italia vive in un perenne status quo a suo modo rassicurante perché fondato su certezze  Che sono pure alibi per brontolamenti, scazzi, una perenne e strisciante frustrazione.Ma le certezze diventano zavorra. E la zavorra spegne il futuro.

Ecco. In questo 2020 sarò felice perché sarò sereno. E lo sarò perché non avrò paura del futuro. Spero valga lo stesso anche per questo mio, nostro, bel Paese (molto più bello di quel che pensiamo)

Buon anno.

Vive da sempre nella terraferma veneziana. Per cinque anni è stato Vicesindaco (con delega alle politiche culturali e turistiche) del comune di Mira. Laureato (cum laude) in Lettere a Padova ha collaborato per oltre un decennio coi quotidiani del gruppo editoriale Finegil (La Nuova Venezia, Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso), con La Repubblica e con Gente Veneta. Attualmente fa parte del collettivo redazionale della rivista Esodo. Si occupa di gestione del personale e della sicurezza presso alcuni musei veneziani. Nel tempo libero ama la montagna e le immersioni subacquee.