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Emilia Romagna, 27 gennaio 2020. Vittoria di Bonaccini. Che si voglia o no, le Sardine, hanno provocato un sano terremoto. Si è svolto tutto in pochissimo. Non avevano ancora emesso i loro primi vagiti, che sono state colpite da una gragnuola di critiche. Critiche di natura diversa e di diversa matrice. C’è una destra che ha difeso il capitano, l’apparente bersaglio del movimento nascente. Una destra estrema che ha difeso il sovranismo dilagante e temeva gli effetti che l’opposizione delle Sardine avrebbe potuto produrre. C’è una destra che ha irriso il movimento, minimizzandolo, fino a spingersi in paragoni improbabili. Quasi offensivi. Ho sentito di tutto. Dal sovrapporre lo slancio vitale di questi ragazzi al furore dei Vaffa grillini, all’identificarlo con fenomeni che attengono a mondi distantissimi, quale quello degli influencer. Infatti, per svilirlo e metterne in luce l’inconsistenza, qualcuno ha paragonato l’entusiasmo che il movimento delle Sardine ha suscitato, al fuoco di consensi che accende la fashion blogger Chiara Ferragni. Ridicolo e offensivo perché, infilando tutto in un unico calderone, se ne è sottolineato un impertinente qualunquismo.

Ma c’è anche una certa sinistra che guardava, e forse guarda ancora, con sospetto a questi ragazzi. Forse perché rappresentano un fallimento bruciante di cui non vuole prendere coscienza e che fa paura. È il fallimento della speranza, del sogno; il fallimento di una forza che avrebbe dovuto aiutare, allevare, accarezzare, prendere per mano una generazione, ma che ha favorito – pur non essendone la sola responsabile – frustrazione e disillusione. È il fallimento di una classe politica che, per una mera esigenza elettorale, non è stata in grado di fare delle scelte anche impopolari, ma risolutive. E non ha trattenuto, così, eserciti di ragazzi che si sono visti costretti a rivolgersi altrove per trovare una dimensione degna dei loro percorsi di studio.

Sono piovuti dunque attacchi, offese e irrisioni. Gli odiatori si sono messi in moto e i guru della politica hanno cercato di mettere in difficoltà i leader del movimento, mettendoli in guardia da un’esposizione mediatica che, a loro dire, si sarebbe potuta rivelare deleteria.

C’è stato, inoltre, chi ne ha criticato la povertà di programma: si vedeva nel fenomeno un sommovimento turbinoso con poco costrutto. Idee scarse e poco incisive. Idee contro. Come se si fosse trattato di un “vaffa” – diciamo così – educato, addomesticato e più colto!

È stato tutto un gran vociare. Si sono diffusi a macchia d’olio anche i consensi. Molti hanno riconosciuto e riconoscono l’esistenza di un movimento pulito, dotato di una sua bellezza intrinseca che turba, smuove gli animi e fa pensare. Un movimento che vuole ripulire il paese dal calcolo elettorale, dalla perdita del senso della comunità. Un movimento che in qualche modo rassicura perché ci dà la prova che nel Paese ci sono ancora degli anticorpi a quei sentimenti negativi che connotano tanta politica e tanta società civile. Un movimento che si oppone al voyeurismo dei social. Quel voyeurismo che si è impossessato della politica che non parla più alla gente, che non l’ascolta e non ne percepisce i bisogni, che non si confronta più nel parlamento, ma si esibisce nei social, raccatta like, crea nemici, diffonde paura, semina odio.

Anch’io la vedo così, forse mi sbaglio, ma il movimento delle Sardine rappresenta un bisogno di cittadinanza e di comunità. Rappresenta un desiderio di scrollarsi da quella che Erri De Luca ha definito “catasta ammuffita della gerarchia dei partiti”. Esprime il bisogno di emanciparsi da una gerarchia di potere che ha perso di vista il bene comune, confonde il cittadino col suddito e pretende di ingabbiare nell’isolamento della rete tanti giovani che invece hanno voglia di guardarsi negli occhi, di toccarsi, di sentirsi, per recuperare l’illusione del proprio futuro. Allora – mi si obietterà – se ricorre la critica alla casta, dobbiamo pensare che l’accostamento alla politica dei “Vaffa” non sia del tutto sbagliato? Non credo. Non vedo, nonostante tutto, in questo movimento i germi dell’odio. Non vedo qualunquismo. Non vedo la mistificazione post ideologica del sono-tutti-uguali-destra-e-sinistra-purché-si-mangi. Vedo precise prese di posizione. Ravviso conoscenza, preparazione, presa di distanza dall’improvvisazione e dal luogo comune. Vedo il bisogno di accoglienza, il rifiuto di egoismo e sovranismo, vedo il desiderio di uguaglianza e di aiuto reciproco. Il bisogno di fare gruppo. La fame di Costituzione. La sete di futuro. Vedo la necessità di capirci qualcosa, in una complessità sempre più difficile da governare, dove la cosa più elementare è consegnarsi a un capo che si prenda cura del gregge (di nietzchiana memoria) e abbandonarsi ai suoi slogan. Vedo la negazione di ciò. Vedo un grido d’allarme in difesa della democrazia. Che sono tutti valori ben connotati in un’area ideologica precisa e ben si attagliano alle sardine – intese nella loro accezione di pesci marini – che si muovono insieme e che dal branco traggono forza.

E ancora mi si obietterà: è brodaglia demagogica? È indice di scarso spessore? È sintomo di qualcosa di perituro destinato a liquefarsi nel corso di un semestre? Forse no. Troppo presto per suonare campane a morto. Se poi, da un gruppo spontaneo, che sta elaborando, ora, dei punti dai quali partire perché ha capito che siamo giunti a una linea di non ritorno, si pretendono azioni politiche ferree e decise, beh allora diciamo che abbiamo bisogno di capri espiatori verso i quali spostare la responsabilità di un colpevole immobilismo. Un immobilismo che ha imbrigliato i nostri arti in acque limacciose che ostacolano ogni tentativo di risalita.

Stringersi e trovarsi in piazza è già di per sé un atto fortemente politico. E i fatti lo hanno dimostrato. I successi della sinistra in Emilia Romagna sono ascrivibili anche a questo.  E il movimento è riuscito, nel giro di poco tempo, a risvegliare la sardina che si annidava in quanti, ormai rassegnati, non andavano più a votare da tempo. Incontrarsi e muoversi in gruppo, in una condivisione transgeografica e transegenerazionale  di ideali e sentimenti di civiltà ha messo in crisi – e scusate se è poco – dei progetti non proprio improntati alla democrazia, all’accoglienza e alle pari opportunità. Da parte nostra, visto che peraltro sono uscite momentaneamente di scena, sarebbe opportuno, sospendere giudizi impietosi sulle Sardine, a parte forse nutrire nei loro confronti un sentimento di gratitudine perché, in un oceano di volgarità e di incompetenza politica, ci permettono ancora di sognare.

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.