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Esiste una parola, che più di ogni altra, ben riassume la vocazione che la politica estera Europea oggi affidata a Josep Borrell, dovrebbe avere: multilateralismo.

Si tratta di un concetto chiave nelle relazioni internazionali di cui la stessa Unione Europea costituisce una delle più lungimiranti espressioni.

L’azione multilaterale tende a coordinare le politiche nazionali degli Stati in vari settori.

Come ha ricordato di recente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è evidente che il multilateralismo non è colpevole degli effetti negativi della globalizzazione, quanto, piuttosto, ne è un rimedio, per indicare e raggiungere, insieme, regole e obiettivi comuni per rimuovere quelle negatività.

Purtroppo, questa idea, sta attraversando un momento di grave crisi testimoniato da vari fronti nei quali, le azioni positive, sembrano aver ceduto il passo a ben altre logiche.

Il ridimensionamento delle Nazioni Unite ancora una volta dimostrato dalla recente richiesta degli USA di ridurre il contingente militare impegnato in Mali, la vicenda Brexit, che in più occasioni ho commentato su questo sito, la riduzione del ruolo e del peso strategico della NATO, i passi indietro in materia di ambiente con il disimpegno di molti Stati importanti rispetto al trattato di Kyoto, sono solo alcuni esempi della grave crisi del multilateralismo.

Per non parlare di altre recenti vicende che interessano direttamente l’Unione Europea, come i gravi fatti che stanno accadendo da tempo in Libia.

Anche in questo caso, a fronte degli sforzi profusi nella recente conferenza di Berlino, risulta evidente come l’UE faccia fatica a trovare una sintesi tra gli interessi italiani e quelli francesi, nonostante gli sforzi di mediazione tedeschi, la Turchia, pur facendo parte della NATO, abbia agito in modo unilaterale prendendo una posizione molto netta a difesa di uno degli attori libici (nella fattispecie Serraj), mentre gli Stati Uniti anche in questa ultima circostanza, hanno compiuto un nuovo passo verso l’abbandono dell’approccio multilaterale, nonché verso l’impegno diretto nelle questioni politiche che riguardano il Mediterraneo.

Anche la discussione europea sulla Web tax, sembra per il momento dimostrare che l’approccio bilaterale su cui Trump ha costruito tutta la sua politica estera in questi anni, sia quello, di riflesso, preferito anche da alcuni paesi in Europa.

Proprio con riferimento a questo tema, a inizio d’anno, su questo giornale avevo ipotizzato che una delle strade per trovare la felicità in Europa, sarebbe transitata per un più equo processo di ridistribuzione fiscale a carico dei giganti del tech, che allo stato sembra non trovare tutti d’accordo, anzi.

In sede OCSE, si sta elaborando una proposta che consentirebbe di adottare meccanismi globali che prevedono un minimo di tassazione per questi giganti economici. Purtroppo, allo stato attuale però bisogna misurarsi con la contrarietà di molti paesi europei e con il rischio concreto che qualche paese possa decidere di agire autonomamente.

E ancora, che dire della recente uccisione del generale iraniano Soleimani, ennesimo gesto unilaterale che esaspera un contesto mediorientale sull’orlo di deflagrare.

Qui l’approccio multilaterale dal 2003 è stato dimenticato, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Il clima di diffidenza tra il mondo occidentale e il complicato mondo islamico, è persino cresciuto fino al punto di creare barriere tra un noi non meglio identificato e un altrettanto indefinito loro.

In quest’ultima occasione, l’intervento USA è stato giustificato sul piano della deterrenza in virtù di possibili futuri attacchi da parte dell’Iran. Da un punto di vista internazionale, non è quindi comprensibile se sussistessero le ragioni per un’azione di difesa.

Negli USA, qualcuno ha addirittura paragonato questa operazione a quella che nel 1943 portò all’uccisione dell’ammiraglio giapponese Isoroku Yamamoto, con la differenza sostanziale che ad oggi, a differenza di ieri, non c’è stata alcuna dichiarazione di guerra con l’Iran.

Molte di queste vicende dimostrano l’odierna sofferenza del multilateralismo, con la conseguente aumentata difficoltà di affrontare processi globali come quelli poc’anzi citati se non in ultima analisi con gesti di forza dalle imponderabili conseguenze.

L’UE, farebbe bene quindi a riappropriarsi della politica estera e di difesa restituendo al multilateralismo il suo vero ruolo, vale a dire, la conseguenza naturale del passaggio e dell’estensione al rapporto fra gli Stati dei principi che regolano la vita delle comunità nazionali, attraverso il ritorno del potere estero dalla agiuridicità di alcune pericolose condotte a quello della civiltà del diritto europeo e internazionale.

 

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.