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Il recente referendum per la separazione ha in parte rinverdito il tema del decentramento amministrativo del Comune – stiamo parlando delle Municipalità evidentemente – sulle quali una riflessione e una proposta programmatica da parte dei candidati sindaci sarebbe assai opportuna. Prima di entrare nel merito qualche osservazione in premessa.

Innanzitutto, che cosa sono queste Municipalità: la legge istitutiva ovvero il D. Lgs. 267/2000 (che le chiama Circoscrizioni) le definisce come organismi di partecipazione, di consultazione e di gestione di servizi di base, nonché di esercizio delle funzioni delegate dal comune. E aggiunge: l‘organizzazione e le funzioni delle circoscrizioni sono disciplinate dallo statuto comunale e da apposito regolamento.

Le Municipalità sono previste  nei Comuni di popolazione superiore ai 250.000 abitanti (questo dopo un tira e molla legislativo su cui non entriamo) e in quelli oltre 300.000 sono possibili maggiori autonomie e peraltro non si capisce maggiori rispetto a cosa, essendoci la massima indeterminatezza sulle competenze di base.

Dunque, la legge istitutiva non dice che cosa devono fare le Municipalità demandando al Comune come regolarsi. In altre parole le Municipalità sono gusci vuoti che si possono legalmente lasciare tali (come fatto da Brugnaro) oppure riempire di contenuti. Fino a quanto? Non lo sappiamo ma come “inviluppo dei massimi” possiamo considerare quello che è in atto ora a Roma – che però essendo sopra i 300.000 abitanti ha maggiori margini di manovra – dove i Municipi (là si chiamano così) hanno competenze molto incisive, addirittura funzione di Polizia Urbana e disciplina dell’edilizia privata.

Infine, importantissimo, le Municipalità sono organi elettivi, il Presidente di Municipalità e i consiglieri sono eletti con voto popolare. Questo comporta che il Presidente ha un profilo politico oggettivo suo a differenza del Pro Sindaco, ove esistente, che è invece emanazione diretta dell’Amministrazione centrale perché nominato da questa. Ne consegue che, in principio, la Municipalità non è la longa manus dell’Amministrazione sul territorio, non è un ufficio decentrato del Comune ma ne è potenzialmente un contropotere, a maggior ragione (ma non necessariamente) in caso che sia di diverso colore politico.

Veniamo ora a cosa fare di questi organi. Detto dell’estrema libertà nella definizione delle competenze delle municipalità, per semplificare e chiarirci le idee tra di noi parliamo di tre modelli possibili:

  • il modello minimo (alias modello Brugnaro)
  • il modello massimo (alias modello Roma)
  • il modello intermedio

Il modello Brugnaro ha il pregio di avere il minimo costo per il Comune ma lo svantaggio di svilire la rappresentanza territoriale. Inoltre minimizza la questione del contropotere di cui sopra ma non la elimina del tutto. La costante, direi fastidiosa, contrapposizione lungo tutta la legislatura tra Martini e Brugnaro, per esempio, ne è la dimostrazione eclatante (entrambi i protagonisti essendo tutto tranne che tipi dialoganti..).

Carta delle 6 Municipalità del nostro Comune

Carta delle 6 Municipalità del nostro Comune

Il modello antitetico al primo vede sostanzialmente le Municipalità come minicomuni con competenze, uffici tecnici, personale addetto suoi propri. Formula ovviamente più vicina al riconoscimento dell’identità di prossimità e quindi forse più utile a placare istanze separatiste ma, direi inevitabilmente, foriera di diseconomie di scala e organizzative. Direi che, vista la dimensione, ha senso a Roma, non qui. Ma l’aspetto più delicato di questa soluzione è quello politico: il Presidente di Municipalità, eletto dai cittadini e con tra le mani un vero mini-Comune tenderebbe quasi fisiologicamente a sentirsi autonomo e in contrapposizione (a maggior ragione, ripeto, in caso di diverso colore) all’Amministrazione centrale.

L’ideale sarebbe contemperare i vantaggi minimizzando le debolezze dei due modelli descritti e disegnare un modello intermedio. Qui la pagina è tutta da scrivere. Si potrebbe partire da un criterio di razionalizzazione e di funzionalità, per la spesa ma anche per l’efficienza e la snellezza delle procedure e dei servizi al cittadino. Ci limitiamo a qualche suggerimento, fermo restando che non esiste una ricetta perfetta.

Una riassunzione di competenze da parte delle Municipalità potrebbe riguardare il rapporto con la realtà sociale di prossimità con attività di monitoraggio nel sociale e di coordinamento con il Comune. Un’altra quella dell’assegnazione e della gestione degli spazi pubblici, per favorire l’aggregazione sociale e culturale di realtà territoriali. È pure possibile investire la Municipalità della competenza per la manutenzione ordinaria delle strutture pubbliche esterne e di viabilità (soprattutto pedonale ma non solo, di arredo urbano) ma con accento sul ruolo di monitoraggio delle criticità piuttosto che alla risoluzione operativa. Per questa è bene non replicare gli uffici comunali o farlo solo per talune evidenti necessità. Negli uffici centralizzati del Comune sarebbe inoltre molto proficuo avere tecnici competenti che si occupano in prevalenza dei rapporti con la municipalità in un determinato settore. Si evitano così doppioni di personale (e presumibilmente di spesa) e potrebbe aumentare l’efficienza e facilitare il rapporto Municipalità – amministrazione centrale.

Ma l’aspetto più interessante e delicato è quello relativo al peso politico delle Municipalità. Per esempio, atteso che i pareri delle Municipalità sono per legge non vincolanti, il candidato Sindaco potrebbe formulare l’impegno a motivare pubblicamente i casi di decisione in difformità al parere municipale. Insomma favorire, negli atteggiamenti, nella proposizione anche politica e di rapporti non formali la logica della ricerca paziente della mediazione in tutti quei casi, e sono sempre la gran parte, in cui la mediazione porta a esiti migliorativi. Un’ipotesi suggestiva è che i Presidenti di Municipalità partecipino alle riunioni di Giunta con diritto di parola ancorché senza diritto di voto. Insomma, va perseguito, anche tramite strumenti formali, uno spirito di squadra, di collaborazione fattiva per il bene comune, il meno possibile conflittuale tra Amministrazione centrale e parlamentini decentrati, al di là e al di sopra delle (legittime ovviamente) differenze di interesse politico e visioni programmatiche. Si può fare. Direi che si deve fare.

Sarebbe utile pretendere da tutti i candidati Sindaco un’illustrazione di quale assetto intenderebbero dare alle Municipalità. È ragionevole pretenderlo anche dallo stesso Brugnaro perché non va dimenticato che lo svuotamento drastico delle Municipalità, nelle dichiarazioni dell’epoca, era solo la prima fase di una generale riorganizzazione delle stesse. Se la pars destruens senza dubbio è riuscita molto bene, di quella construens non si è vista traccia. Potrebbe essere che la construens sia stata pensata per la sua seconda, eventuale, amministrazione oppure che semplicemente  abbia deciso che va bene così, che il modello minimale è il più consono. Sarebbe legittimo certamente, ma è un elemento di chiarezza per gli elettori.

Infine, credo sarebbe importante chiedere pure ai candidati Presidenti di Municipalità un impegno formale alla massima collaborazione con il rispettivo controaltare, indipendentemente dal colore politico dell’uno e dell’altro.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.