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In Europa molte cose funzionano bene, i diritti umani vengono tutelati e grande impegno viene riposto nel tentativo di combattere le molte forme di corruzione e di frode.

Come cittadini ne siamo tutti sicuri o quasi, consapevoli quanto basta e al tempo stesso orgogliosi.

Ma le cose stanno veramente così?

A giudicare da due importanti esempi, sembrerebbe di sì, la realtà però riserva amare sorprese.

Ma cominciamo dagli esempi.

Il primo concerne la tutela dei diritti umani, un tema non certo secondario per il continente europeo.

Ebbene, una recente sentenza (caso Hirsi Jamaa e altri contro Italia) della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che è bene ricordarlo, opera nell’ambito del Consiglio d’Europa ed è cosa diversa dal sistema dell’Unione Europea, ha condannato l’Italia all’unanimità dei componenti della Grande Camera che ha deciso la controversia, riconoscendo la plurima lesione da parte del nostro Stato di alcuni dei più importanti diritti umani.

Il caso riguardava circa 200 persone che nel 2009 erano state intercettate da motovedette italiane in acque internazionali all’interno della zona SAR ( search and rescue) di responsabilità di Malta. Le persone venivano trasferite a bordo di navi italiane e riportate in Libia da dove erano partite.

Si trattava nella sostanza dell’avvio della politica dei respingimenti.

La sentenza è molto articolata e merita di essere letta anche perché si sofferma sul più generale diritto di abbandonare un paese per chiedere asilo in altro stato.

Ciò che qui interessa mettere in evidenza è il principio affermato dai Giudici secondo cui non è possibile esporre alcuna persona umana al rischio di subire trattamenti inumani e degradanti così come fatto dalle autorità italiane riaccompagnando quelle persone in Libia.

La Corte sottolinea in questa occasione come le autorità italiane sapevano o dovevano sapere a cosa sarebbero andati incontro i migranti una volta rientrati in Libia. La Libia già in quel momento era uno Stato che non riconosceva nemmeno la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati.

La Corte, inoltre, tra le altre cose riconosce la violazione dell’art. 4 Protocollo 4 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che vieta le espulsioni collettive che impedisce tra le altre cose di espellere stranieri senza esaminare le loro circostanze personali, nel caso citato i soggetti non erano ancora arrivati in Italia ma un’interpretazione viva della Convenzione ha preso atto che oggi sempre più spesso gli Stati ricorrono a intercettare i migranti e in taluni casi a riaccompagnarli nel luogo da cui provengono.

Tutto questo è avvenuto dando attuazione concreta a quello che siamo soliti definire Diritto, non un mero tecnicismo burocratico.

In ambito del tutto diverso non è di scarsa rilevanza la presenza in ambito Comunitario della Procura UE (ovvero della European Public Prosecutor’s Office).

Presieduta dalla tenace Giudice rumena Laura Kovesi, la struttura, che opera secondo la modalità della cooperazione rafforzata visto che 22 paesi su 27 vi hanno aderito, si batte contro i reati finanziari a danno dell’Unione.

Le stime non sono da poco, visto che si ritiene che tali reati, abbiano un’impatto su non meno di 30 miliardi di Euro in particolare sul sistema dei fondi di coesione che più di ogni altra cosa dovrebbero servire per lo sviluppo delle aree più depresse dell’Unione.

Oltre a questa Procura è doveroso ricordare che in ambito UE opera anche l’OLAF, l’ufficio antifrode alle dirette dipendenze della Commissione UE.

Anche in questo caso emerge l’avanzato sistema di tutela, questa volta dello Stato di diritto da parte degli apparati Europei.

Tuttavia per due grandi passi avanti nella tutela del Diritto e del suo Stato, corrispondono però purtroppo altrettanti passi indietro.

Il primo, più che un passo è un balzo nel passato, fatto dalla stessa Corte Europea prima citata, nel caso di due migranti subsahariani che il 13 agosto 2014 a Melilla tentarono di entrare in territorio spagnolo scavalcando le barriere per poi essere fermati e respinti immediatamente.  Con una sentenza di alcuni giorni fa, sempre all’unanimità la Grande Camera della Corte, ha ritenuto legittima la condotta del Governo spagnolo che a suo dire non avrebbe espulso nessuno, limitandosi a rifiutare alla frontiera queste persone, le quali, anzi, tentando di forzare l’ingresso si misero loro stesse in una situazione illegale, perché provarono a entrare in territorio spagnolo in forma non autorizzata.

Un cambio di prospettiva radicale, quindi, rispetto al principio affermato nella sentenza Hirsi, che si connota non solo come un cambiamento giurisprudenziale ma anche come una regressione nelle forme di tutela e protezione dei diritti umani, che potrebbe prefigurare anche la base legale per nuovi scenari politici in tema di migrazione all’interno dell’Europa.

Il secondo, forse meno eclatante di quello appena descritto riguarda sempre la citata Procura Europea, perché se da un lato lo sforzo è ammirabile, al tempo stesso esso rischia di essere vano, considerato che allo stato attuale, l’ufficio è privo di un numero adeguato di personale oltre che degli strumenti e delle risorse per operare.

Non resta quindi all’Unione Europea che mettersi all’opera al più presto per recuperare un ruolo guida in due ambiti così importanti come l’immigrazione e la lotta ai crimini finanziari, per evitare che una Giurisprudenza ancora incerta e una burocrazia troppo lenta possano comprometterne l’avvenire.

 

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.