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Febbraio 2020. Mi trovo in un surreale stato di sospensione. Il coronavirus, in questo caldo inverno, ci impone all’improvviso di sospendere il lavoro, la scuola, la vita sociale, lo sport, la cultura. Molti di noi, segregati in casa, hanno qualche occasione in più – mettiamola così – per annoiarsi e per pensare, per dedicarsi ad hobby casalinghi e per leggere, per informarsi e per angosciarsi. Dal mio osservatorio, grazie al tempo libero che mi è piovuto dal cielo, mi si affollano, ora dopo ora, infinite considerazioni. Facilitate, forse, da una discreta dose di incoscienza che ancora mi preserva dalle tenebre della paura, garantendo alla mia mente – spero – delle residue zone di lucidità.

Appartengo a una generazione fortunata. Una generazione che non ha conosciuto la guerra; figlia di un’esplosione di benessere e di gioia senza precedenti nella storia del nostro paese; testimone di una solidità progressiva in campo medico-scientifico che ci ha permesso di crescere sani, protetti e pronti ad ogni attacco e a qualunque insidia avesse minacciato la nostra salute e la nostra vita. Una generazione cui non è stato centellinato alcun diritto: da quello all’istruzione a quelli al lavoro, alla bellezza, alla cultura, all’informazione. Una generazione viziata e coccolata, allevata in una condizione di assoluta sicurezza, che è stata in grado di fare progetti e di realizzarli.

La minaccia di un virus, che non si conosce e di cui non si prevede la portata della diffusione, sconvolge, oggi, le nostre vite. La società reagisce in maniera scomposta e irrazionale a un pericolo sconosciuto, figlio di una civiltà globalizzata, dalla quale invece ci si aspetta le rassicurazioni che un ventre materno dà al suo feto. È indubbio che tale reazione sia alimentata dalle informazioni contraddittorie dei media, che un giorno parlano di pandemia e un altro di banale influenza; dagli atteggiamenti non sempre coerenti della politica che ancora una volta usa in vario modo il virus come palcoscenico elettorale; dalla violenza del web che ha trasformato tanti leoni da tastiera in perenne delirio di onnipotenza, in canne al vento in preda al panico più incontrollabile. E tant’è che assistiamo, dai divani delle nostre case, a scene apocalittiche da day after, ad assalti ai supermercati, a sciacallaggi immorali sui costi di prodotti – mascherine, occhiali, amuchina – che da un momento all’altro sono diventati beni di primissima necessità.

Non mi vanto di aver osservato dall’esterno tali comportamenti, ma – ripeto – ho mantenuto un mio distacco, cercando di consegnarmi alle indicazioni della scienza e rifiutandomi di cedere alle reazioni irrazionali dettate dall’angoscia. Perché è di angoscia che si tratta. La paura ci difende dai pericoli reali. L’angoscia è la lotta contro un nemico indeterminato. L’ineffabilità di un virus che si conosce poco, che non ha vaccino e cure certe, se non quelle sui sintomi, genera angoscia e impedisce di dare ascolto a chi, per titoli, per studio e per conoscenze fondate, ne sa più di tante iene d’argilla disseminate nel web.

Un virus sconosciuto è un nemico spaventoso. C’è qualcuno che ha costruito le sue fortune sull’idea del nemico pronto a sconvolgere le vite dei tranquilli cittadini. Si può dire che noi italiani avevamo un terreno arato a dovere e adeguatamente preparato ad accogliere questo nuovo nemico, molto più forte di quelli precedenti, perché indeterminato e sconosciuto. Siamo stati abituati alla psicosi della paura e ora che la paura si fa angoscia, la forza del nemico si fa ancora più potente. Se poi questo nemico, il virus in questo caso, ha dei portatori – sani o no, poco importa – individuare questi ultimi diventa un’operazione liberatoria, una straordinaria arma di difesa. Ed ecco che scatta la caccia all’untore.

L’ironia della sorte, però, ha voluto che da infettati o potenzialmente infettabili dagli altri, siamo diventati noi gli infetti da evitare. Aristotele diceva che i comportamenti umani non sono deducibili da teoremi, ma dalle situazioni contingenti. Questo virus ha capovolto certezze, dogmi e punti di vista. Ci ha insegnato a capire come ci si sente ad essere gli altri, i diversi, quelli da bandire e da emarginare. La lettera appesa al nostro collo si è fatta scarlatta e, da un momento all’altro, l’Italia si è trovata ad essere, su basi fondate più sulla superstizione che sulla scienza, il focolaio europeo del virus. Con l’ovvio nocumento economico che ne può derivare. Ciò ha disorientato tutti noi, abituati a sentenziare e a decretare chi può entrare e chi no nel nostro paese. Non so se da ciò si trarrà insegnamento, ma potrebbe essere, questa, una buona lezione di umiltà e, nello stesso tempo, un invito a capire che i luoghi comuni non portano da nessuna parte e, che anzi, costituiscono un freno alla convivenza civile e alla cooperazione internazionale. Qualche riflessione in più sull’argomento, a mente lucida, non guasterebbe: è ora di capire che siamo tutti stranieri.

 

 

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.