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Non sembra che stia importando molto in giro il fatto che La Gran Bretagna dal 1 febbraio sia fuori dall’Unione Europea. Fatto relegato nelle pagine interne dei giornali con commenti tra il fatalista e il realista. Idem tra la gente, almeno quella che mi sta intorno: su questa Brexit infine realizzata è tutto un allargare di braccia, ma solo se provocata ad un commento, se no neanche quello. Ho sempre pensato che quando ci si accorge del prevalere di un atteggiamento diffuso, anche in negativo, è quello il momento di puntare i piedi e decidere di andare in controtendenza.

E allora lo voglio dire chiaro e forte: per chi possiede un minimo di coscienza storica questa uscita dovrebbe invece essere vissuta con la consapevolezza della sua enorme gravità e con conseguente sofferenza interiore, che non si legge invece sui volti di nessuno, anche in Italia.  E’ un fatto storico senza precedenti che, come tutti i fatti storici rilevanti, racchiude in sé una molteplicità di significati. Cerco di esprimerne alcuni non con la complessità dotta dell’analista che non sono, ma con la semplicità delle cose che si vedono a prima vista.

Il fatto in sé stesso, prima di tutto.

La Brexit alla fine ha vinto, troppo timide, confuse e nevrasteniche le velleità di contrastarla a cose fatte, per esempio con un nuovo referendum. Ammirevoli quei molti fratelli britannici che non ci sono stati e che ancora non ci stanno, ma, amici miei, bisognava pensarci prima di quel 23 giugno del 2016 in cui, con quel Referendum, è stata fatta la frittata. Nei giorni immediatamente successivi all’esito referendario si ricorderà che spuntarono lacrime di coccodrillo da elettori già pentiti (“non sapevo, non credevo, non volevo, volevo solo lanciare un messaggio”). Tutto inevitabilmente invece è andato avanti e siamo arrivati al punto. Una sconfitta per tutti, non solo per loro. Il fatto storico rilevante è che, mentre sono stati tenuti con esiti variabili innumerevoli referendum (sull’entrata, sull’Euro, sulle Costituzioni) per la prima volta in assoluto dai trattati di Roma del 1957 uno stato membro già entrato ne esce. E, come aggravante, non uno qualsiasi.

E’ un ritorno indietro impressionante.

Per ripassare la storia, e farla ripassare a chi in quegli anni non era nato, tra questi il politico e separatista britannico Farage e il leader conservatore britannico Jonshon, sarà bene ricordare che il processo di unificazione europeo fu voluto fortemente nel clima della ricostruzione postbellica, nel clima delle grandi speranze e soprattutto come antidoto alla violenza della guerra e degli stermini. Sono appena trascorsi i “giorni della memoria” e la coincidenza con questa Brexit non l’ha sottolineata proprio nessuno. E’ del tutto inutile esorcizzare gli orrori del nazifascismo solo con le, pur doverose, celebrazioni. Ma non possiamo vivere sempre e solo di celebrazioni. Le guerre e gli stermini, per bandirli per sempre, si combattono e si prevengono con una politica di pace e l’Unione Europea, senza nessuna enfasi e retorica, è nata come baluardo della Pace. Si, anche ‘questa’ Unionaccia Europea, che fa storcere il naso a un’infinità di menti sottili abituate a spaccare il capello della perfezione in quattro. Non solo popolo, ma anche gente colta, intellettuali, maître à penser, che, dalle consuete torri d’avorio, sulla UE fanno le smorfie della perplessità (le fanno sempre su tutto, per la verità).

E veniamo appunto a un altro significato di questa vergognosa Brexit e a chi dobbiamo metterla in conto.

Il bombardamento al quartier generale della UE in questi anni, da troppi ormai, è marciato sulle ali di molteplici ideologie e visioni ad essa antagonistiche, alcune dichiaratamente, alcune ipocritamente dissimulate. Certo, l’euroscetticismo più o meno diffuso è sempre esistito ma è diventato pensiero ‘forte’, poi incarnato nei numerosi sovranismi, quando l’Europa ha cominciato a far sul serio, anche se solo su pochi campi, a cominciare dall’economia, fattivamente vent’anni fa con l’introduzione dell’EURO. E’ esercizio sterile sgranare, per sostenere le perplessità, tutte le contraddizioni i ritardi e le incertezze con cui questi processi sono avvenuti e sarebbe stato semmai sorprendente il contrario con questo caravanserraglio di quasi trenta stati sedicenti sovrani. Ma era francamente illusorio e marcatamente ideologico continuare a pensare che non dovesse essere l’economia il settore da cui cominciare, così come era peregrina la pretesa che non fosse essa ad accompagnare un processo che doveva, e deve, appianare o almeno smussare la marcata disomogeneità dei paesi membri.

E qui sono scesi in campo a dar manforte i prìncipi della demagogia, vale a dire quelle consistenti frange di vetero sinistra che in ogni stato membro si annidano nella società e nel pensiero diffuso molto di più della consistenza e della loro rappresentanza elettorale.

Non dimentichiamoci che da quasi due secoli in qua il populismo, che chissà perché come una novità oggi assegniamo ad una variegata destra, è stato il carattere dominante della sinistra poi marxista; laddove classe/classi sfruttate e popolo si identificavano. E in nome di questo popolo l’Europa invariabilmente l’additavano, l’additano, come l’Europa dei padroni e, aggiornando il concetto, l’Europa della finanza e delle banche, L’Europa della Troika, costituita questa dalla Banca Centrale Europea, dalla Commissione Europea e dal Fronte Monetario Internazionale. Il sospetto e l’ostilità, a volte dichiarata, a volte per pavidità occultata, per una costruzione che ha il fine di costruire uno Stato Federato Europeo ha poi il germe nel rifiuto culturale più generale che certa sinistra ha sempre avuto verso l’idea stessa di Stato inteso come casa comune di convivenza e di cittadinanza. L’ostilità allo statalismo democratico ha sempre unificato sinistra e destra d’altra parte. Per questa, chiamiamola, visione creare un altro stato più grande come l’Europa federata, oltre a quelli nazionali, significa avere un ostacolo in più e ampliare al Continente un sentimento collettivo che l’antagonista perpetuo non può sopportare, perché lo ritiene, orrore, interclassista.

L’emblema di questa visione, che, ammetto, ho volutamente esagerato per renderla più chiara, è d’altra parte uno degli artefici occulti in patria della Brexit, il leader laburista britannico Jeremy Corbyn, personaggio ambiguo fino alla fine, falsamente europeista, intimamente antieuropeista. Può considerarsi veramente la bandiera trasversale all’Europa di quella sinistra dura ormai totalmente antistorica e che però imperversa ancora, si mescola volentieri alla destra, contamina movimenti nuovi, come in Italia il movimento politico dei Cinque Stelle, a lungo portatore anch’essi dello stesso antieuropeismo. D’altra parte la vicenda della Grecia dopo il referendum del 2015 è emblematica: per tutta la vetero sinistra europea l’allora primo ministro Tsipras, il realista Tsipras, nonostante abbia risanato l’economia greca accettando il piano di austerity della UE, è un traditore perché ha ceduto alla troika. E’ detto tutto.

La Brexit è quindi frutto di un processo culturale complesso, ma semplice da comprendere come frutto di un brodo di cultura che ha mescolato tutti, ma proprio tutti, gli spunti demagogici che circolano non solo in Europa ma nel mondo intero all’inizio di questo nuovo secolo.

Un altro suo significato poi si estende. Perché il vero nemico giurato del fronte demagogico internazionale, con le sue trasversali alleanze culturali de facto, non predisposte, ma oggettive e di cui la Brexit è un delle tante manifestazioni per quanto tra le più simbolicamente significative, è l’economia globale. Cioè il mondo globale, cioè il mondo che globale ‘è’, non solo per la sua forma. Il fatto che l’economia globale abbia messo in atto forme di sfruttamento devastanti, ampliando il fronte della povertà planetaria e contribuendo ad altrettanto devastanti danni ambientali, la fa giudicare come un’opzione e non come un processo comunque storicamente inarrestabile che semplicemente non è stato governato dalla politica internazionale e che produce e ha prodotto effetti nefasti proprio e solo per questo. L’unica cura politica che velatamente il fronte demagogico propone è il ritorno ai muri commerciali, politica si, ma di retroguardia, difensiva, parziale e non strategica, simile all’autarchia e non a caso con impensabili consonanze con il Presidente degli Stati Uniti Ronald Trump. L’unica dimensione globale accettata e voluta da una parte del fronte demagogico, che su questo si divide, è quella dell’emigrazione; che certo non va fermata con altri muri, secondo un quasi scontato diritto umano sancito da tutte le carte dei diritti, ma di cui la fazione vetero sinistra dà una sottintesa lettura, ancora una volta, classicamente demagogica: l’emigrato va a riprendersi in occidente, in tutti i modi leciti e illeciti, la ricchezza, o meglio le briciole della ricchezza, che l’occidente gli ha depredato ( occidente, cioè anch’io e il mio nipotino di sei anni tra i depredatori).  Per il resto quando a voler ‘emigrare’ e a non volere barriere è l’economia, si ritorna autarchici e frontieristi convinti. E questa è la loro dimensione politica.

Altri significati sarebbero da elencare ma veramente si allungherebbe troppo e si potrebbe solo buttar lì il fatto che vanno affrontate una volta per tutte le profonde e ormai acclarate demagogie dei referendum a cui si affidano scelte storiche. Di fatto si affida all’ignoranza diffusa il compito con i referendum di compiere scelte storiche anche se va detto che le elite colte non è che diano garanzie maggiori.

Per farla breve e chiudere concordo con chi sostiene che questa vergognosa Brexit può essere un’occasione e solo così può volgersi magari anche in positivo.

L’occasione è che la UE con una controffensiva dia un’accelerata definitiva al processo unitario, allargandolo a tutte le materie che uno Stato unitario affronta. Con chi ci sta, a costo di attuare quella formula che in apparenza è un altro ritorno indietro: le due velocità. Non le due velocità economiche, tra i più ricchi veloci e i meno ricchi al rimorchio, ma le due velocità politiche: tra un gruppo trainante fatto di quelli stati che vogliono accelerare su tutti i fronti e un gruppo di altri stati attendista, spiace dirlo ma molti del’immaturo oriente europeo, con cui non dover contrattare in una prima fase tutto per non portare poi a casa niente. Con la consapevolezza che solo così poi saranno costretti anche loro inevitabilmente a rientrare alla prima velocità e ad accettare senza veti una reale unificazione politica.

Se c’è una volontà del genere c’è da star sicuri che prima o poi anche il popolo del volante a destra, dei galloni e delle pinte (e della m.de.s.m.) dovrà tornare a Canossa. Se farò a tempo a vedere quel giorno, e certo non ne sono sicuro, lo vivrò non come una vendetta della storia, ma come un riscatto della storia e del suo cammino di progresso. E se non lo vedrò sarà un lascito per i miei figli.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.