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All’inaugurazione della mostra “Freeze frame, 60 anni dietro le quinte del cinema” , dedicata all’opera del fotografo americano Douglas Kirkland , lo scorso 15 febbraio,nessuno di coloro che erano lì presenti avrebbe mai immaginato che, ad un mese di distanza, non solo la mostra fosse chiusa fino al prossimo 3 Aprile, ma che vivessimo un’emergenza sanitaria in maniera così drammatica. Per contrastare questo senso di forte oppressione, ecco alcune note che  spero ci porteranno lontano e ci daranno la speranza che presto tutto sia finito.

Chi scrive , tra le sue passioni, ha da sempre quella per il cinema, passione assoluta, totale, che ha inanellato negli anni una serie di film cult a cui rivolgersi per vederli e rivederli, nella certezza del conforto e della gioia che tale visione avrebbe riverberato sulla sua vita.

Quel giorno, camminando tra le immagini del fotografo americano, tale gioia arrivava già subito di fronte alla sensibilità e all’intelligenza con cui Kirkland aveva attraversato 60 anni di cinema accostandosi con grandissimo rispetto e fulgida precisione di immagine ad un numero esorbitante di attori ed attrici che, in epoche diverse , avevano fatto la storia del cinema. Ed i nomi presenti , tutti illustri, assieme a film di fama planetaria, davano il segno a chi guardava , della lunghezza di una carriera che non aveva mai conosciuto ombre, e aveva avuto il privilegio di accostarsi ai più grandi attori, attrici , registi di una epoca intera. Ma il momento più significativo è stato quello in cui chi scrive ha trovato nella mostra alcune immagini tratte da “La mia Africa” , Sidney Pollack, 1985, uno dei suoi film di culto. C’era Robert Redford addormentato sotto il portico della fattoria della Blixen, c’era soprattutto un flash dei due protagonisti, Redford e Meryl Streep, che ridevano lei a cavalluccio di lui dopo aver girato la storica scena del volo sopra gli aironi rosa che anch’essi si alzano in volo. Era l’assoluta poesia dell’Africa, che Kirkland aveva fermato in una pausa delle riprese, e Pollack aveva raccolto nel suo film in immagini di  grande bellezza, che facevano perdonare il tratto forse un poco troppo romantico della vicenda.

Ed ecco il desiderio di rivedere ancora una volta il film,  ecco il sentimento della poesia di un Paese raccontato quando , un secolo fa, si poneva in un equilibrio instabile ma ricco ancora di fierezza storica e di dignità culturale, pur sotto la supervisione inglese.

Sono tanti i momenti commoventi e suggestivi nella pellicola, ma quello che resta più forte nella memoria di chi rivede questo film anche dopo moltissimi anni è, oltre la sapientissima regia e l’eccellente interpretazione dei due protagonisti, la forza delle immagini con cui si mostra l’Africa delle savane e dei monti azzurrini, l’Africa delle fattorie dei bianchi e dei villaggi indigeni, l’Africa delle distese senza fine che si intravedono sotto le ali del piccolo aereo di Dennis Finch Hatton, l’Africa di Mombasa e della colonia inglese, in un senso di lontananza spaziotemporale che sembra assai maggiore di un secolo soltanto.

Ed ecco il desiderio di tornare alla fonte, di riprendere dopo moltissimi anni la lettura del libro di Karen Blixen che fa , almeno apparentemente, da unico spunto per questo bellissimo film.

Ed una grande sorpresa : i rimandi a quanto avviene nel film , e si intende la relazione col marito di lei prima , con Finch Hatton poi, nel libro appaiono brevi, labili, quasi nascosti per pudore, dove invece emerge da quelle pagine la lotta indomabile di una donna della Danimarca per accettare e per essere accettata da un Paese da cui resta catturata da subito, e che le darà grandi dolori e grandi gioie. Lo dice lei stessa in “Lettere dall’Africa”: “Nessuno è entrato nella letteratura sanguinando più di me…Ma …ho vissuto una quantità infinita di cose meravigliose. Anche se con altri l’Africa è stata più clemente , io credo fermamente di essere uno dei suoi figli più prediletti. Un gran mondo di poesia mi si è dischiuso quaggiù, e mi ha fatto entrare, e io l’ho amato”.

L’Africa per lei appare quindi come il suo rito di iniziazione e, nel libro come nel film, essa è lo snodo per il suo passaggio dal racconto orale al racconto scritto: se aggiungiamo le immagini immortalate dalla macchina fotografica di Kirkland , ecco che le tre visioni, pur così diverse tra loro, costruiscono per noi un paesaggio di poesia per un continente  lontano ma vicino alla  sensibilità degli autori.  Il primo racconto, quello di una scrittrice danese che è diventata sinonimo di magia della scrittura ,  che ha vissuto dal 1914 al 1927 circa la sua avventura ai piedi delle colline del Ngong ,e che  ci consegna il suo sentimento privatissimo per tale continente ; il secondo racconto , quello di un famoso regista americano,che sgrana una delicata vicenda d’amore sullo sfondo di paesaggi evocativi e toccanti nella loro bellezza ; il terzo,quello di un fotografo che ha sempre vissuto accanto , dentro i set cinematografici più prestigiosi del cinema degli ultimi 60 anni, e che ha saputo toccare le pause, i sentimenti, il senso di questo Paese attraverso i suoi occhi attenti.

Un’Africa a tre dimensioni.