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Pigliate ‘sto pezzullo come meglio credete: sfogo di un recluso (oddio, quasi recluso poiché il mio lavoro rientra tra quei servizi essenziali che non possono essere interrotti) di mezza età ormai sull’orlo di una crisi di nervi; o diversivo di chi è alle prese con dubbi amletici (del tipo: se porto fuori il cane – che non ho – l’autocertificazione – essendo auto – deve compilarsela da solo?). Sta di fatto che cominciano un poco a starmi sulle scatole i flashmob, i restate a casa. Persino gli  andrà tutto bene arcobalenati  cominciano a sembrarmi un poco sbiaditi.

Sia chiaro: non sottovaluto l’emergenza. E ci mancherebbe anche altro.

Solo che c’è qualcosa che continua a non tornarmi. E pur non avendo alcuna cultura giuridica la butto giù lo stesso.

Dunque: ora siamo tutti (più o meno) inorgogliti del fatto che siamo i soli in Europa ad aver preso contromisure draconiane per arginare la emergenza. Perfino l’algido premier Conte ci sta sempre più simpatico.  Applaudiamo gli industriali illuminati che chiudono le fabbriche nel mentre manca poco alla istituzione di ronde volontarie per controllare che tutti se ne stiano ben rinchiusi a casa. Persino i tedeschi, grazie alla Ursula von der Layen, ci stanno un pò più simpatici di prima mentre nei confronti dei francesi (che a me stan molto piu simpatici di quegli altri) cambia nulla grazie alla Christine Lagarde.

Eppure c’è qualcosa che ancora non mi torna. Perché tutto ruota attorno ad una domanda. Banale (perché quasi sempre le mie domande lo sono) lo so: perché siamo chiusi in casa da più di una settimana e forse dovremmo starcene ancora per un paio?

Spiegano: perché abbiamo pochi posti di terapia intensiva e se ci ammalassimo tutti contemporaneamente non sapremmo come curarvi.

Fin qui il ragionamento mi convince. Ciò che mi convince meno ((anzi, molto meno) è che non ci stiamo rendendo conto (anzi, quasi ne siamo orgogliosi) che ciò che stiamo subendo è, secondo me, un affievolimento delle nostre libertà costituzionali. E non so voi, ma a me le mie libertà costituzionali piacciono tanto.

Leggo l’articolo 32 della Costituzione. In esso i padri costituenti scrivono:  “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. (…)”. 

Non è il momento di filosofeggiare sulla seconda parte. Che trovo di una modernità incredibile tra l’altro. Cosa si dice nella prima parte? Che la salute è un fondamentale diritto dell’individuo e aggiunge poi che esso è pure interesse della collettività. A parte che mi piace moltissimo che prima si parli di individuo e poi di collettività (ma non ho cultura giuridica, lo ripeto), ciò che mi chiedo è: se sono obbligato a stare a casa perché altrimenti il sistema sanitario esplode, in questo momento la Repubblica riconosce davvero che la salute è un mio diritto fondamentale? A me sembra di no. Perché tale provvedimento impone a me la tutela di un diritto, quello della mia salute, che dovrebbe invece essermi garantito dallo Stato. Ne’ vale il gioco al contrario. Il sostenere cioè che si deve rimanere a casa perché ciò rappresenta un interesse della collettività. Perché, ancora una volta, mi chiedo perché debba essere io a farmi garante di un cosa che dovrebbe essere garantita, costituzionalmente, dallo Stato.

Ma che sta scrivendo ‘sto qua? Starà mica dicendo che gli inglesi c’hanno ragione?  Tranquilli. Semmai sto dicendo il contrario.

La faccio breve. Fino ad oggi ciò che emerge dalla politica italiana è, ancora una volta, la incapacità di traguardare il futuro. E se ne ricava l’impressione che alla fine di questa emergenza rischiamo di non aver capito molto.

Noi siamo obbligati a stare a casa semplicemente perché negli ultimi 30 anni sul sistema sanitario nazionale si sono abbattute come una clava politiche di tagli di bilancio folli. Ed ora scopriamo che il diritto alla salute non può esserci costituzionalmente garantito  a meno che non ce lo garantiamo da noi stessi proprio perché abbiamo impedito a medici, infermieri, scienziati di poter fare tranquillamente il loro mestiere. Perché abbiamo pensato che davvero gli ospedali si potessero governare come una azienda. Perché per contenere gli sprechi li abbiamo chiusi anzichè chiamarli a nuove vocazioni.

Un altro esempio? Quanto pensate ci condizionerà nei prossimi decenni l’aiuto promessoci dall’Europa? O pensate davvero che questi aiuti (se ci saranno saranno…a fondo perduto?). I sovrani sti (per fortuna) hanno perso definitivamente la loro battaglia.

Le mascherine FFFP1, 2, 3 ogni giorno di ogni anno sono usate da migliaia di persone. Possibile che oggi noi le si debba acquistare all’’estero?

Eppure siamo in emergenza. E durante una emergenza, si sa, non si può parlare del futuro. Tutti guardano all’ hic et nunc. E pure da sprovveduti giacché viviamo in un mondo talmente globalizzato che, temo, simili emergenze capiteranno molto più spesso di quanto si possa pensare.

Eppure quanto mi piacerebbe che la politica in questo nostro Paese cominciasse, da adesso, a dirsi e dirci: ad emergenza superata cambiamo tutto. Ad emergenza superata rifonderemo il nostro Paese. Questa emergenza diventerà occasione di un gigantesco piano Marshall. E quanto mi piacerebbe ce lo dicesse ora. A reti unificate. Perché a me non basta nè il #celafaremo ne l’ abbracciamoci ad emergenza finita.

No. Non mi basta più.

 

Vive da sempre nella terraferma veneziana. Per cinque anni è stato Vicesindaco (con delega alle politiche culturali e turistiche) del comune di Mira. Laureato (cum laude) in Lettere a Padova ha collaborato per oltre un decennio coi quotidiani del gruppo editoriale Finegil (La Nuova Venezia, Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso), con La Repubblica e con Gente Veneta. Attualmente fa parte del collettivo redazionale della rivista Esodo. Si occupa di gestione del personale e della sicurezza presso alcuni musei veneziani. Nel tempo libero ama la montagna e le immersioni subacquee.