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Continuo a battere sullo stesso tasto da tempo, ma insisto.

Parto da quello che vedo e che sento nei giorni del Coronavirus. Si susseguono appelli, credo, spero, sinceri, alla coesione sociale come prova di forza e coraggio per combattere il virus. Non solo. Vedo e sento considerazioni sull’essere tutti sulla stessa barca e a remare tutti insieme a livello persino planetario e quindi appelli ad estendere anche a quella scala la coesione e la solidarietà, del resto testata già con gli aiuti di personale sanitario all’Italia da più parti del mondo. Retorica? In parte, ma non credo solo retorica. Papa Francesco a modo suo implementa questi appelli, ma lo fa anche il Presidente Mattarella.

Se lo fanno loro spero lo possa fare anche qualcun altro. O solo loro ne hanno il monopolio? E allora mi sento autorizzato anch’io, ma vado anche oltre e mi permetto di chiosare che tali appelli hanno credibilità solo se si cerca di superare un andazzo che, se mantenuto, li contraddice alla radice. Proprio alla radice. L’andazzo in contraddizione palese e manifesta con la coesione sociale interna ed esterna e la solidarietà planetaria a tutte le scale sono infatti la politica estera, quella cioè internazionale, e la politica interna di ogni stato. Nel primo caso si chiamano ‘guerre’. Nel secondo caso si chiama ‘guerra civile interna permanente tra forze politiche, partiti e istituzioni’, in Italia prima di tutto, e considerando l’Europa un terreno oramai di politica interna.

Entrambe le due politiche per come sono affrontate sono quanto di più divisivo sa mettere in campo la specie umana, all’insegna della non-coesione sociale e della non-solidarietà planetaria.

Abbiamo già visto che le guerre non si stanno fermando per l’epidemia e le immagini dei combattenti con le mascherine e il mitra in mano sono l’icona perfetta della stupidità umana. Sono anch’io in grado di distinguere le guerre e riconoscere le poche, purtroppo, giuste. E ce ne sono state. Ma non mi pare però che ce ne siano di questi tempi, in cui le vedo tutte inutili e solo sfoggio muscolare di potenza e prepotenza. Ammesso che un certo tasso di conflittualità territoriale sia inevitabile, come negli sport di squadra sarebbe indispensabile un arbitro vero e credibile e non solo formale. Se negli sport di squadra non ci fosse un arbitro sai quante risse ad ogni contatto sospetto. Un arbitro internazionale per dirimere i conflitti, senza arrivare alle guerre combattute, ci sarebbe ma conta poco o niente. E conta poco o niente per l’ipocrisia degli Stati che non vogliono dargli autorità e autorevolezza gelosi della propria altrettanto stupida egoistica sovranità. Ma su questo terreno non voglio andare oltre perché sarebbe una storia infinita.

La politica interna di ogni stato ha la stessa dinamica di quella internazionale, vale a dire una conflittualità illimitata e senza freni che ha i caratteri della guerra civile, e non mi si obietti che non è guerra civile in quanto mancano le armi perché non fa molta differenza, dato che le parole esercitano una violenza anche maggiore e più subdola. La politica-guerra civile italiana, e per noi cittadina, si commenta da sola, sempre nella circostanza dell’emergenza sanitaria. Dopo un inizio del contagio in cui procedeva a passi felpati un po’ alla volta si è passati alla rissa quotidiana. Non ci si mette le mani addosso ma se si potesse anche si. Si comincia dallo stillicidio del rimpallo delle responsabilità di cui quello più consueto tra regioni e governo nazionale è solo una parte, anche se la più ricorrente. Ma ce ne sono altre. Una partita in cui la stampa mette la sua dose di incitamento alla rissa con gli editorialisti, tutto meno che giornalisti, a far la parte della cavalleria ad aizzare la polemica su quello che passa il convento in quel determinato giorno. In questo gioco le opposizioni governative si sono cimentate sin dall’inizio cercando di capitalizzare errori oggettivi, ma inevitabili, e incertezze di procedure e di comunicazione. Se negli ultimi tempi le opposizioni si sono acconciate a sedersi ad un tavolo di concertazione con il governo temo che sia solo per un calcolo di convenienza perché qualche sondaggio deve aver detto loro che la speculazione su ogni cosa non paga. Lo vedremo subito dopo la fine dell’emergenza, se mai ci sarà, quanto è autentica questa scelta bipartisan. Ma temo che alla fine sarà anche peggio e saremo spettatori di una resa dei conti che non avrà fine, con i morti e il loro numero ad essere strumenti politici per tornaconto elettorale. Una circostanza come questa dell’emergenza sanitaria offre poi su un piatto d’argento in più la possibilità ai tattici e agli opportunisti della politica di andare all’attacco polemicamente anche con argomenti sensati, come quello dell’urgenza oggettiva delle riaperture delle fabbriche, ma si capisce che il fine è solo la visibilità e non la soluzione del tema in sé.

A Venezia non passa giorno che non ci siano botte e risposte tra sindaco e suoi oppositori, sempre naturalmente sui temi legati al Covid 19 e ai suoi effetti collaterali. Non elenco tali temi perché sono infiniti. Il sindaco in questa rissa dà il peggio di sé, perché, giuste o sbagliate che siano le sue uscite verbali, essendo condotte con un tono arrogante e intimidatorio, annullano qualsiasi potenziale validità. I suoi oppositori non sono da meno dal momento che senza arrivare agli stessi toni – ma qualche volta anche si – non rinunciano a controbattere e rinfacciare. Con il solo scopo di tirare a cimento chi governa la città, perchè sanno come reagisce e lo provocano su un suo enorme lato debole, un carattere inadatto alle relazioni. Vedasi la questione del Carnevale e il fatto che poteva essere chiuso prima per evitare contagi. Con il senno di poi, di cui notoriamente sono piene le fosse, l’osservazione è molto probabilmente esatta. Ma un’osservazione giusta a posteriori quando ormai il danno, se c’era, è stato fatto, ha solo il senso vendicativo della speculazione e del discredito per capitalizzare consenso. O meglio per toglierlo a chi oggettivamente ha commesso un errore. Perché chi è all’opposizione interpreta perfettamente il termine opposizione di cui si fregia. Spera che le cose a chi governa, e di riflesso però alla comunità che governa quindi a tutti, vadano male o ci siano scelte visibilmente sbagliate. Solo così si può proporre come alternativa. Se chi governa facesse sempre scelte giuste e le cose per la comunità andassero bene, la cosiddetta opposizione non avrebbe mai chance per proporsi. Per cui tifa sempre per il peggio e di fatto tifa perchè le cose vadano male anche per tutta la comunità di cui gli oppositori stessi fanno parte. Chiaro che tutto ciò è condizionato dall’imminente scadenza elettorale veneziana e l’uso della tragedia dell’epidemia è troppo ghiotto per astenersi e assumere un atteggiamento diverso in cui tutti fanno la loro parte costruttivamente.

E’ tutto così? No non è tutto così, se no il quadro sarebbe disperante e forse qualche chance di rinsavimento la politica può ancora avere. Chi a Venezia non si fa tirare dentro la rissa pretestuosa è l’unico in questo scenario che nomino volentieri ed è il candidato sindaco del centro sinistra Pierpaolo Baretta. Che interviene poco mentre potrebbe farlo molto di più avendo anche un doppio ruolo di candidato sindaco e di responsabile governativo. Ma quando lo fa lo fa a ragion veduta senza urlare e con credibilità, data dall’obiettività dei suoi argomenti. La sua risposta al Sindaco che si era affrettato ad usare strumentalmente lo scarso, a suo dire, primo contingente di aiuti economici governativi a chi è in difficoltà (anche lui a posteriori, a cose fatte), è un buon esempio di ‘politica altra’. Quindi replicare non è in sé sempre strumentale per secondi fini, ma il come e su che basi fa la differenza.

Non è tutto così neppure da parte del Presidente del Consiglio Italiano, un altro che nomino volentieri, Giuseppe Conte. Vedremo come andrà a finire sulla questione dei finanziamenti europei. Mi pare tuttavia che lui sia stato in grado di difendere la posizione dell’Italia con argomenti fermi e senza sbavature. Mentre la polemica montava tra i nostri concittadini, con toni sovranisti, fomentati dalla faziosità sovranista dei politici, rispolverando un certo vecchio antigermanesimo anche da parte di chi sovranista non è, Conte ha messo in campo solo argomenti, senza atteggiamenti. Probabilmente avendo in mente perfettamente le ragioni obiettive di quella che in quel momento era la controparte, l’asse tedesco-olandese, e che su questa pagina Lorenzo Colovini, che invito a leggere, ha cercato di spiegare (http://www.luminosigiorni.it/2020/04/cv19-e-condominio-europa/). Ma avendo in mente anche i limiti insiti nella posizione di quell’asse e di quella controparte rispetto all’ambizioso progetto europeo, che dovrebbe essere qualcosa di più di un cartello di stati sovrani che talvolta sembra essere la loro interpretazione dell’Europa.

Infatti qualunque sarà l’esito di quella trattativa economica, la conclusione andrà in ogni caso a favore del progetto europeista. Se soddisfacente avrà dimostrato che siamo un po’ più avanti nella costruzione del progetto, se andrà male la risposta dovrà in ogni caso andare nella stessa direzione senza fornire pretesti alla chiusura sovranista. Bisognerà infatti in quel momento reclamare in ogni caso più Europa e non meno.

Questo il quadro, con molte ombre e qualche luce, della politica a tutte le scale. La politica non la si può riformare per legge e se prevalgono le ombre ogni appello alla coesione sociale e alla solidarietà dal quartiere al pianeta è lettera morta. Se ne esce solo con un rivolgimento etico dei responsabili, dove l’etica è anche e soprattutto il riacquisire il senso delle utilità di ogni scelta. Una politica che continuamente disfa quello che cerca di costruire è inutile per tutti. Non sono in grado di dire se da questa prova ne usciremo migliori, come vuole una certa, per quanto giustificata, retorica. Però questa emergenza ci ha abituato a concentrarci su ciò che serve, sull’efficienza nelle cure e negli accorgimenti sociali. Fare della politica un’azione di utilità e di vantaggi per tutti sarebbe già un primo passo che darà ragione alla retorica dell’uscire migliorati da questa infinita quarantena.

Ne riparleremo, possibilmente in modo costruttivo.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.