By

Ci sono due metafore che rappresentano la tragedia di questi giorni. I numeri e la solitudine. Metafore complementari, che si integrano e si sovrappongono. Quella del coronavirus è la tragedia delle sofferenze solitarie, delle morti solitarie. Ma è anche la tragedia dei numeri. I numeri dei morti, dei contagiati, dei guariti. Numeri che leggiamo in sovrimpressione sugli schermi dei nostri televisori, dai divani di casa nostra. Numeri che accentuano o placano le nostre ansie e che ci parlano di tendenze e di picchi. Numeri che abbiamo imparato, obtorto collo, a interpretare. Numeri che hanno cessato di essere numeri nel momento in cui li abbiamo associati, sempre più spesso, a dei nomi, a dei volti, a delle storie che abbiamo incrociato o che hanno avuto un peso decisivo nella nostra vita.

È la parabola delle tragedie umane, quelle che, all’inizio, toccano sempre agli altri. Quelle che riguardano gli altri Paesi, ma non il tuo. La Cina è lontana, in fondo. Poi scopri che la prima zona rossa europea è in Italia. Ma che sì, quella zona non è proprio a due passi da casa tua, basta stare un po’ attenti: siamo al sicuro, è inutile fasciarsi la testa. Poi la doccia fredda: constati che sei anche tu zona rossa e che, tra i contagiati, ci sono parenti, amici e conoscenti. Tocchi con mano le prime tragedie familiari, non più anonime, col loro carico di dolore e di solitudine. Una nera valanga di storie.

Luca e Antonietta si sono ammalati. Entrambi positivi, sono costretti a lasciare Clara di cinque anni, che non può essere accudita dai nonni per il rischio del contagio. Pertanto Clara andrà in una struttura fino a che almeno uno dei suoi genitori non potrà occuparsi di lei. E noi, dalla nostra quarantena, impotenti, assistiamo a questa tragedia della solitudine.

Laura vede allontanarsi in ambulanza, un giorno dopo l’altro, sua madre novantenne e suo marito. E un giorno dopo l’altro, apprende da medici e infermieri di buon cuore che i suoi cari non ce l’hanno fatta. Se ne sono andati. Coscienti, smarriti e soli. Suo marito, giovane e forte, una roccia praticamente, aveva ancora tanti progetti. Sua madre, anziana e acciaccata, con i suoi anni, conferma la casistica delle vittime del virus. Sì, vabbè, ma era sua madre, diamine! Era un patrimonio d’amore ricevuto in tanti anni di vita. Non era un numero!

Tiziana e Francesco sono una coppia e, insieme, si recano al pronto soccorso per una brutta polmonite di lui. Tiziana viene mandata a casa e non riesce a congedarsi da suo marito. Lo vede allontanarsi con barellieri in tuta che sembrano astronauti. Rimane per giorni e giorni in trepidante attesa di una telefonata. Poi, grazie al cielo, la guarigione. A loro è andata meglio.

Luca, Antonietta e Clara; Laura, suo marito e sua madre; Francesco e Tiziana; non sono solo dei numeri a servizio della comunità scientifica e della vulgata che ha bisogno di statistiche tranquillizzanti. Sono delle persone che amano, sognano, sorridono e si arrabbiano. Vivono. Ma alcuni di loro, per un’ingiusta casualità, sono costretti a morire da soli, in preda alla disperazione che la fame d’aria procura.

La solitudine è anche la compagna delle nostre giornate. Ci siamo abituati alle sue carezze e alle sue rassicurazioni. Ma anche alle privazioni e ai limiti che impone. Sappiamo che lo stare fisicamente da soli, la distanza dagli altri, la rinuncia momentanea alla nostra natura di animali sociali ci aiuteranno a vincere la guerra. Ma a volte si fa stridente il desiderio di un abbraccio, di una stretta di mano, di una vicinanza di occhi che si parlano e di bocche che si guardano da vicino. Abbiamo bisogno di sguardi e di parole non mediati dal gelo di uno schermo e di una tastiera. Ma tant’è, bisogna aspettare.

Ricordiamoci, poi, che le tragedie, purtroppo, arrivano sempre a grappoli. Al virus, sappiamo bene, si accompagneranno violenze devastanti, momenti di difficoltà, disperazione. Siamo soli. Siamo dei numeri. L’Italia è sola. Mai come in questo momento. Si dice che nessuno si salva da solo ma, lo sappiamo tutti, il virus della globalizzazione ha scoperchiato il vaso di pandora dei nazionalismi e dei sovranismi, degli egoismi e dell’indifferenza.  E il coronavirus sta inoculando un altro virus: quello della svolta autoritaria e individualista degli stati nazionali.

La salute è un bene dell’umanità. Oggi più che mai. Non è il successo di uno singolo Stato. L’Albania ce lo ha insegnato con la sua commovente lezione. La Cina ce lo ha insegnato. Cuba ce lo ha insegnato. Ce lo ricorda Papa Francesco, dalla santità del suo dolore pietrificato.  Non basta chiudere le frontiere per combattere e fermare il virus.  I padri fondatori dell’Europa ci hanno insegnato che tutte le guerre, e le macerie che queste lasciano, si vincono con uno spirito transnazionale, con la cooperazione, con l’aiuto reciproco. E noi, ora, che da soli siamo capaci di stringerci, abbiamo bisogno di aiuto. Tutti hanno bisogno di aiuto. Come ha detto il presidente Mattarella, è questa l’ultima chiamata cui l’Unione Europea non può non rispondere. Dopodiché saremo monadi impazzite, fluttuanti nella più assoluta entropia sociale. Con buona pace degli sciacalli, gli antieuropeisti di casa nostra, pronti a brindare, insieme al loro incosciente seguito elettorale, alla fine della madre Europa. Allo sfascio, praticamente. Putin non aspetta altro.

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.