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Cominciamo dai dati del contagio che non sono ancora stabilizzati e definitivi.

Al momento (22.04.2020) i decessi imputati al Covid-19 in Italia sono 25.085 un numero molto alto rispetto al trend storico nazionale.

Questo numero sta facendo discutere molto perchè all’epidemia sarebbero ascritte tutte le morti che hanno avuto riscontro con un tampone positivo e che la scienza medica ci dice che hanno colpito in prevalenza una particolare categoria anagrafica della popolazione che però non era esente dalla compresenza di altre patologie debilitanti.

Oltretutto in molti casi queste persone si trovavano già ricoverate proprio per le terapie conseguenti a quelle patologie.

Ma in tutto questo non possiamo comunque sottovalutare l’incidenza spropositata della Regione Lombardia con 12.740 decessi (il 50% del totale nazionale) che, insieme all’Emilia e al Veneto, ha visto l’inizio del contagio italiano.

Con delle sostanziali differenze in rapporto all’incidenza della mortalità dovuta alla “dissennata” procedura sanitaria che in quella regione è stata adottata. Con delle leggerezze, con dell’approssimazione e con delle insensatezze sanitarie finite persino sotto la lente della magistratura. Soprattutto perchè non ha tenuto conto che i centri di infezione reali (quelli pericolosi) erano ospedali e case di riposo per anziani.

È con questi numeri, a cui si assommano i contagiati mai definiti in quantità scientificamente accertata, ma solo stimata, che poi il “sentire comune” ha dovuto fare i conti nel suo vivere quotidiano. Esposto alla pandemia mediatica (Infodemia) molto più pervasiva persino di quella virale.

Poi ci sono i numeri dell’economia, non meno importanti o meno impattanti nella vita del Paese.

Nei primi sei mesi dell’anno il Pil segna una riduzione del 15%, un livello da economia di guerra, che potrebbe portare a fine 2020 a un calo attorno al 9% del reddito nazionale.

Allo Stato nei conti di fine anno mancheranno 26 miliardi di gettito fiscale, mentre i Comuni nel solo mese di marzo hanno perso 600 milioni in tributi ed entrate tariffarie.

Le domande per la Cassa Integrazione Ordinaria sono arrivate a quota 2,9 milioni, mentre 1.700.000 lavoratori hanno chiesto l’assegno previsto per questa emergenza per i dipendenti di aziende non ammesse alla Cassa.

In Italia le stime parlano di 10 milioni di possibili nuovi poveri, che dal lockdown non hanno più ricevuto lo stipendio e non sanno se lo riceveranno alla riapertura, e sono in coda davanti alla burocrazia per gli ammortizzatori sociali, che dovrebbero servire per l’immediato.

Ma fuori dai calcoli, parlano chiaro le code senza distanziamento davanti all’insegna del Monte dei Pegni, il boom delle chiamate alle organizzazioni caritatevoli per i pacchi alimentari, le file alle mense dei poveri.

E per fortuna che c’è l’Europa che, dopo le prime battute a vuoto o piene di contraddizioni (Lagarde e Von Der Leyen), ha saputo ritrovare la spinta e darsi una prospettiva di intervento economico come mai nessuno avrebbe osato pensare.

La Banca centrale europea sta stanziando 750 miliardi di euro per ridurre il debito pubblico durante la crisi, 120 miliardi per il QE e 20 miliardi per gli acquisti del debito. Inoltre gli eurodeputati hanno votato per mettere a disposizione dei paesi dell’UE 37 miliardi dai fondi strutturali per contrastare il coronavirus e sostenere la sanità, le imprese e i lavoratori.

Per garantire i posti di lavoro nelle aziende e imprese ferme a causa della crisi, la Commissione europea ha proposto un nuovo strumento per il lavoro ridotto con il sostegno dello stato (SURE e sono altri 100 Miliardi).

E adesso va in discussione alla Commissione Europea (i Capi di Stato dei 27 Paesi) il progetto per un Recovery Found che stando alle anticipazioni sembra attestarsi sulla stratosferica cifra di 1.000 Miliardi.

Tutto questo in barba ai sovranisti populisti che continuano a blaterare del nulla solo per cercare spazio politico in una situazione emergenziale che li dovrebbe vedere allineati a sostenere lo sforzo comune e comunitario.

Il che non vuol dire che i soldi pioveranno dal cielo gratis, ma che sarà necessario indebitarsi per le prossime due generazioni e che sarà indispensabile lavorare tutti di più e soprattutto meglio – in uno Stato che dovrà alleggerirsi dei troppi lacci e laccioli della sua struttura burocratico/amministrativa – per alzare la produttività dell’Italia.

Perché, ve lo dico senza che i grillini e i leghisti sentano, i debiti bisogna ripagarli.

Ma poi dobbiamo guardare anche ai “numeri sociali”. Le ricadute che questa crisi produce e continuerà a produrre per lungo tempo.

Riporto qui le risposte rivelatrici degli italiani all’ultimo sondaggio Demos-Unipolis: il 91% è pronto a barattare quote di libertà in cambio di quote di sicurezza davanti a una pandemia che per la grande maggioranza durerà mesi, il 47% ha sospeso la sua attività di lavoro o lavora a casa, il 96% evita di uscire.

Ma poi le paure prendono corpo, e tutte riguardano lo spettro dell’impoverimento. Il 53% infatti è preoccupato per il futuro dei figli, il 44% per la perdita del lavoro, il 42% per il rischio di non avere la pensione, il 38% per il timore di perdere i risparmi, mentre il 39% confessa apertamente l’angoscia «di non avere abbastanza soldi per vivere».

E poi ci sono

LE PAURE DEI GIOVANI ITALIANI

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Tutto questo non capita per caso o se volete bisognerebbe interrogarsi fino in fondo sul come si sia potuti arrivare fin qui.

Non è il tempo delle polemiche (lo dicono tutti o quasi), i conti si faranno alla fine… e via così su un piano di “politically correct” anche se invece bisognerebbe, proprio per cercare di rimediare il più in fretta possibile alla situazione emergenziale, analizzare gli errori e colpire le responsabilità.

Perché solo facendo così si potrebbe aiutare a mettere il convoglio sui binari giusti.

Il primo errore è stato di guardare solo il nostro ombelico e di raccontare quanto accadeva e accade all’estero con gli occhiali di casa nostra.

Ci ricordiamo vero le affermazioni dell’orgoglio italiano attorno alla fine di Gennaio?

E quell’aria di sufficienza rispetto ai comportamenti degli altri Stati che hanno adottato provvedimenti solo in linea di principio simili al lockdown italiano, ma molto diversi rispetto alla sua applicazione?

Se ne accorgeranno!…loro sono in ritardo di 7 (oppure di 15) giorni rispetto a noi!…

Salvo poi scoprire che LORO riaprono prima o, in alcuni casi, non hanno mai chiuso del tutto. A questo proposito vi inviterei ad andare a vedere un sito molto eloquente a questo proposito

https://www.google.com/covid19/mobility/

La politica non ha ragionato su come risolvere il problema ma semplicemente su come cavalcare la paura a fini elettorali e questo rinvia a quanto si diceva poco prima sull’atteggiamento anti-europeo.

La comunità scientifica non è mai esistita. Sono apparsi ed hanno spadroneggiato nei media alcuni scienziati, che, a seconda delle loro convinzioni personali hanno imposto ad una politica incapace di svolgere il proprio ruolo, delle scelte che, ad un certo punto sono diventate insensate o che non sono ancora state spiegate (mascherine sempre e comunque, se poi sono sciarpe, foulard o fazzoletti con l’elastico fa lo stesso – adesso siamo ai guanti – il non poter fare attività fisica, i bambini segregati, tutti “gli anziani” considerati alla stregua di pericolo pubblico e alla via così)

Con la onorevole eccezione del Veneto che della Scienza ha saputo avvalersi in modo coraggioso e appropriato, anche se il buon Zaia non ha certo derogato alle scemenze.

Se poi, alla fine di questo lungo contributo, volete leggere qualcosa di interessante, fra i moltissimi commenti che stanno uscendo, vi suggerisco

https://www.veneziepost.it/new-normal-o-normal-i-consumi-del-futuro-alla-luce-dei-tragici-errori-di-valutazione-del-presente/?fbclid=IwAR03cInax-4iL-VEs5Eox8Xx5WNO2ZLGnhJuts75auFzjeOZG_bhAhKz96c

Rimanendo però sempre in attesa di buone notizie perché se la fortuna è cieca la sfiga ci vede benissimo!

Veneziano, con i piedi nell’acqua, dalla nascita (1948). Già Amministratore Delegato di una Joint Venture italo-tedesca di accessori tessili con sede a Torino. Esperienze di pubblico amministratore nei lustri passati. Per lunghissimi anni presidente del Centro Universitario Sportivo di Venezia (CUS Venezia)