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Ancora coronavirus purtroppo. L’attenzione di molta opinione pubblica, comprensibilmente, si sta rivolgendo con angoscia a quello che ci attenderà dopo. Partiamo, cartesianamente, dalle considerazioni chiare e distinte, su cui tutti siamo d’accordo (tranne risibili minoranze).

Prima certezza: l’amaro calice della chiusura delle attività commerciali e produttive è stata ed è una medicina necessaria. Poteva forse essere preso prima o meglio, poteva esserci più preveggenza, più coordinamento Stato/Regioni ma ogni polemica ex post è francamente inutile. Quel che è stato è stato. Il fatto è che non si scappa: si doveva fare.

Seconda certezza chiara e distinta: questo forzato stop ci sta costando carissimo in termini di ricchezza del Paese. Tanto per avere un’idea grossolana delle proporzioni, il PIL Italiano nel 2019 è stato 1789 miliardi di euro. Ragioniamo vuoto per pieno. Di riffa o di raffa immaginiamo che il blocco delle attività si protragga per 2 mesi. Un sesto del tempo. Certo non tutto si è fermato, come ben noto. D’altra parte è certamente vero che molte attività (il turismo in primis) per motivi facilmente intuibili (non stiamo a perderci tempo) vedranno uno stallo di ben più di 2 mesi. Insomma, a spanne possiamo dire che il “buco”, in termini di calo di PIL, sarà intorno al 10%. Comunque non lontano da quello. Il 10% di 1789 è (arrotondando) 180 miliardi. Non so se avete presente ma quando si fanno le manovre finanziare si parla di 20- 30 miliardi. Altri dati correlati a questo: il deficit/PIL sarà poco sotto il 10% (sempre per avere un’idea: ricordate le colonne d’Ercole del 3%? Ricordate la manovra del governo gialloverde che faceva scandalo perché prevedeva il 2,4%? Ecco, adesso siamo al 10%.) Quanto al debito/PIL, che già era al 138,4% si andrà a sfiorare il 160%. Un incubo.

La terza certezza è consequenziale con quella sopra: se non vogliamo che ci sia molta gente che morirà di fame con la soddisfazione di essere perfettamente sana dal punto di vista coronavirus, dobbiamo ripartire il prima possibile. Il possibile ovviamente relativamente e condizionatamente a quanto alla certezza N° 1.

Fine delle certezze. Perché sul come ripartire siamo di fronte a una pagina bianca. Per completezza, registriamo l’esistenza di varie prese di posizione che vedono nella tragedia del coronavirus un segno epocale, una specie di castigo divino; sono tesi formulate mediamente da intellettuali, professori universitari sicuri del loro stipendio a fine mese, che individuano le responsabilità chi nel capitalismo sfrenato, chi nella globalizzazione, o nella mancata attuazione degli ideali del comunismo, o ancora nella violazione dell’ambiente e in generale nell’adozione di modelli di sviluppo troppo consumistici e antropocentrici. Alcune di queste argomentazioni sono fregnacce inenarrabili, altre interessanti spunti di riflessione, alcune anche individuano limiti seri, tipicamente per esempio chi evidenzia una situazione insostenibile del turismo a Venezia e non solo (ma non occorreva il coronavirus..). In ogni caso, mi prendo la responsabilità di dire che sono sofismi che in questo momento vanno lasciati da parte e provare a sporcarci le mani nel fango (per non dire di peggio) della trincea della realtà qui ed ora.

Quindi, ripartire. Con la consapevolezza che sarà fisiologico un aumento dei contagi – e non dovremo farci prendere dal panico per questo – e che vi sono sul tavolo problemi oggettivamente non risolti, primo su tutti quello degli spostamenti e dei trasporti pubblici.

E per ripartire in sicurezza la strada credo inevitabile sia quella di mappare in modo massiccio gli individui perché ad oggi non sappiamo il numero dei contagiati asintomatici che quindi sono potenziali veicoli di trasmissione. Oggi siamo ciechi nei confronti del rischio reale ed è questa cecità che confligge, anche psicologicamente, con la possibilità di riprendere a muoversi e produrre. Vanno identificati i soggetti contagiati per concentrare/ differenziare gli sforzi di contenimento sui casi accertati e permettere una progressiva ripresa dell’attività economica. Quindi: 1) screening e 2) piattaforma digitale per certificare le persone contagiate e rintracciare quelle che possono essere venute in contatto con queste da sottoporre a screening a loro volta, a cui chiedere di osservare la quarantena.

Per la piattaforma digitale sembra che ci siamo (la famosa app Immuni), per lo screening diffuso sarebbe necessario un kit di test rapido, di costo contenuto (e quindi ripetibile) ed effettuabile anche da personale non specializzato. Di questo non ho sentito cenni da parte del Governo e delle varie task force nonostante vi siano iniziative molto interessanti (#tamponailvirus https://dona.perildono.it/tamponailvirus/). Sembra prevalere la tesi di estendere sempre più la pratica dei tamponi tradizionali. Speriamo che sia quella giusta.

Poi certo, alle due condizioni di cui sopra ne andrebbe aggiunta una terza, ancora più importante: una generale concordia tra le forze politiche sulla strada da intraprendere e un senso unità e di responsabile lucidità sulle scelte da fare… ma sappiamo bene di esservi lontanissimi.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.