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Ma davvero andrà tutto bene? Son mica convinto, io. Perché, lo confesso, più del Covid-19 a me spaventa tutto ciò cui ho assistito in questa infinita quarantena che ancora deve finire.

Sia ben chiaro: altri e  più efficacemente hanno detto qui molto di quanto è accaduto e accadrà.

Però a me spaventa il contorno. Un contorno fatto di improvvisazioni, superficialità. Fatto da chi ha considerato che chiudere un intero Paese fosse come chiudere una seconda casa e per di più senza preoccuparsi di serrare i contatori di luce, acqua e gas.

La sfuriata che l’altro giorno Brugnaro ha fatto e relativa alla ultima (al momento) ordinanza di Zaia è la cartina tornasole di tutto questo. Mi spiace: io solidarizzo col sindaco di Venezia. Come solidarizzo con tanti sindaci che si sono ritrovati improvvisamente le persone davanti ai cimiteri senza che loro fossero materialmente in grado di aprirli. Ma come si fa? Ma come, dico io, non si sente la necessità di condividere le decisioni PRIMA di assumerle?

Sì, sono spaventato. E, lo ripeto, non tanto dal Covid-19. No. Ciò che mi spaventa lo fisso in alcune immagini.

Il DISTANZIAMENTO. Lavoro a Venezia ed ho la fortuna (si, fortuna alla luce dei già 3 milioni di nuovi poveri che mentre noi stiam qua a discutere se aprire o meno questo virus ha già creato) di avercelo un lavoro. Quando alle 7 del mattino percorro la strada nova  c’è quasi nessuno. Ma è il quasi che mi colpisce. La strada è larga. Ma proprio larga. Larga che se Venezia fosse in terraferma già qualche assessore ai lavori pubblici l’avrebbe trasformata in una strada asfaltata con pure una pista ciclabile ai lati (credetemi, strade cosi dalle mie parti ce ne sono). Eppure se incrocio una persona, mascherina e guanti munita, io e lei improvvisamente ci spostiamo. Ma non è lo spostarsi per non scontrarci. No, è quello spostamento in cui l’uno rasenta il muro opposto all’altro. E mi chiedo: a cosa sono serviti i flashmob, i canti, i tricolori sventolati ad ogni dove se alla fine ciò che mi hanno spinto a fare è sostanzialmente avere paura dell’altro? Se in un certo senso l’uomo nero con cui le nostre mamme si illudevano di spaventarci da bambini è diventato l’uomo con la mascherina?

L’IGNORANZA. Caratteristica fondamentale di questo nostro benedetto Paese dove l’italiano medio ha più cellulari che libri. L’esempio qui mi viene facile. Perché se il governatore (che già chiamarlo presidente rivela la ignoranza) della mia regione mi autorizza ad uscire di casa a patto che rimanga entro i 200 metri e abbia la mia mascherina, quando lo faccio mi sento a dir poco osservato? Perché viene facile prendersela col povero cristo che esce (ripeto, autorizzato) per sgranchirai le gambe? Perché non lo si guarda e si riconosce che sta rispettando una ordinanza (quanto legittima bisognerebbe vederlo per’altro)? Ma l’ignoranza è ancora più subdola. Perché ti inchioda in responsabilità che non sono tue. Lo dico grezzamente. Perché tutto ‘sto casino che alla fine lascerà sul terreno migliaia di disoccupati, di nuovi poveri, di aziende in macerie? E’ stato detto: perché altrimenti qui rischia di saltare tutto il sistema sanitario nazionale. Già ma….Ma poi scopriamo che lo Stato prende le prime decisioni sul corona virus un mese (un mese!) dopo i primi segnali di allarme. Troppo tardi per arginare i contagi. Facile “incolpare” Fontana, Zaia, il jogging della domenica. Facile e comodo in un Paese come il nostro dove la colpa è sempre di qualcun’altro. Qui abbiamo un governo che impiega un mese prima di prendere le prime misure! Una Regione che in quindici giorni passa dal chiudere tutto al riapriamo tutto! E in tutto ciò continuando a dare indicazioni volutamente aleatorie: voi che siete (lo so!) molto più intelligenti di me mi spiegate la differenza tra 200 metri e prossimità? E poi non volete che Brugnaro si incacchi ?

L’ABDICAZIONE. Parafrasando Groucho Marx la politica è morta e nemmeno io mi sento tanto bene. Il Coronavirus non ha ucciso solo migliaia di poveri cristi vittime di lassismo, di cortocircuiti informativi, di incapacità. No. Il virus ha ucciso la politica. Ha ucciso quella politica che tutti ascoltava ma poi decideva. Ci stiamo misurando con una politica che non decide (vantandosene pure) ma che lascia siano gli altri a decidere. Qui lo status symbol rischia di non essere più il Rolex al polso o il Ferrarino in garage ma il far parte o meno di una qualche task force. Ma ci voglion gli esperti per decidere come ripartire? Davvero la politica, da sola, non sa nemmeno come far ripartire un Paese dopo che in trenta minuti trenta di conferenza stampa lo ha spento? E pure la scienza sta mica tanto bene. Qua passi che ‘sti virologi mi sian diventati peggio delle veline di Striscia la notizia ma ce ne fossero due (dico due) che dicano la stessa cosa. Non son d’accordo nemmeno sulla risposta da dare ad una domanda che a me sembra facile facile: col caldo ‘sto virus va in vacanza o no (che per un Paese che vive di turismo non è proprio una questioncina)? E paradossalmente è questa debolezza della politica che mi spaventa davvero tanto. Ma come? Proprio noi che io posso dire qualunque cosa  su tutto anche se manco so leggere accettiamo rassegnati tutto questo? La sola cosa in cui la maggioranza degli italiani si è divisa è se il Covid-19 sia stato volontariamente diffuso tramite un pipistrello o un’antenna del 5 G! Prendiamo la fantomatica app che già chiamarla IMMUNI non mi par di buon auspicio.porta. Ma a che serve? Da quel che ho capito è il tinder (e non fate finta di non sapere cosa sia) del virus. Se incrocio un contagiato mi suona qualcosa. Ma come faccio a sapere se il contagiato asintomatico sono io? Come faccio a saperlo se ad esempio ancora non sono iniziati i tamponi di massa? Posso averlo preso e non essermene manco accorto. 

E poi la chicca (che spiega pure il titolo). Dicono che installare la app sia un diritto. Poi pero ti dicono che la renderanno obbligatoria perché, se ce l’hai, avrai diritto a servizi accessori. Ma scherziamo? Perché è vero che ormai i social, le app sanno tutto di noi. Ma sono io che DELIBERATAMENTE decido di vedere se a 70 anni assomiglierò a Brad Pitt o a me quando avrò 70 anni. E’ una mia libertà.

Ecco cosa mi sta spaventando. Mi spaventa la velocità con cui si chiude un paese. Mi spaventa questa  muta rassegnazione. Mi spaventa la facilità con cui siamo passati dal chiunque può dire qualunque cosa su qualunque argomento al lo ha detto lui e allora sarà vero. Mi spaventa un parlamento esautorato. Mi spaventano ordinanze che entrano cosi profondamente nelle mie libertà. Mi spaventa una democrazia che pretende di bloccare i miei spostamenti. Che pretende di decidere per me come usare il mio cellulare. Perché una democrazia così non è la mia democrazia. Anzi. Per me non è più una democrazia.

Vive da sempre nella terraferma veneziana. Per cinque anni è stato Vicesindaco (con delega alle politiche culturali e turistiche) del comune di Mira. Laureato (cum laude) in Lettere a Padova ha collaborato per oltre un decennio coi quotidiani del gruppo editoriale Finegil (La Nuova Venezia, Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso), con La Repubblica e con Gente Veneta. Attualmente fa parte del collettivo redazionale della rivista Esodo. Si occupa di gestione del personale e della sicurezza presso alcuni musei veneziani. Nel tempo libero ama la montagna e le immersioni subacquee.