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“ Supponiamo che l’Europa formasse un solo Stato….In tale supposizione, non più eserciti, non più flotte; e gli immensi capitali, strappati quasi sempre ai bisogni e alla miseria dei popoli per essere prodigati in servizio di sterminio, sarebbero convertiti invece a vantaggio del popolo in uno sviluppo colossale dell’industria, del miglioramento delle strade, nella costruzione dei ponti, nello scavamento dei canali, nella fondazione di stabilimenti pubblici, e nell’erezione delle scuole che torrebbero alla miseria ed all’ignoranza tante povere creature, che in tutti i paesi del mondo, qualunque sia il loro grado di civiltà, sono condannate, dall’egoismo del calcolo e della cattiva amministrazione delle classi privilegiate e potenti, alla prostituzione dell’anima e della materia.

Chi scrive queste parole è Giuseppe Garibaldi il 15 ottobre del 1860 in un “memorandum alle Potenze d’Europa” e a loro inviato pochi giorni dopo la decisiva battaglia del Volturno conclusasi il 2 ottobre precedente, ponendo fine in modo vittorioso alla campagna dei Mille, che aveva avuto un grande eco giunto in tutto il continente e anche oltre oceano. La carica etica di queste parole hanno del profetico pur nella contraddizione di parlare di pace europea dopo il più cruento degli scontri armati di tutta la campagna. E nel quale l’eroe di Caprera non si era tirato indietro nell’uccidere di persona decine di soldati, rischiando a sua volta ripetutamente la morte in battaglia.

Sono parole espresse dopo l’annessione al nascente Regno d’Italia dell’intero Sud Italia Borbonico, avvenuta con una sollevazione popolare quantomeno in Sicilia e sicuramente con un esercito tutto popolare e di volontari in buona parte meridionali, l’unica annessione condotta senza alcun aiuto da parte di potenze straniere, come era invece accaduto per buona parte dell’unificazione nazionale.  E continuando nelle contraddizioni, con Garibaldi e solo con lui si aggregava quella parte dell’Italia che, in assenza di quello sviluppo moderno di cui lui profetizza, più avrebbe pesato nell’omogeneizzarsi ad un’Europa federata, ostacolo oggettivo, pesante come un macigno a tale suo progetto sognato, un ostacolo con cui non aveva fatto i conti.

Ma almeno una linea di coerenza va messa in luce. Garibaldi, colui che con maggior tensione etica aveva guidato militarmente, ma a modo suo almeno in parte anche politicamente, l’Unità d’Italia, non vedeva nessuna contraddizione tra il costituirsi di uno stato unitario italiano e di quello che lui chiama “ un solo stato” europeo.

La tensione, la forza etica verso i due obiettivi è la stessa e val la pena ribadirlo oggi in un momento storico in cui anacronistici nazionalismi, detti in modo aggiornato ‘sovranismi’, pur portando delle ragioni, prospettano una soluzione di chiusura che non le risolve, ma le aggrava.

Il 9 maggio scorso correva il settantesimo anniversario della prima concreta idea di Europa Unita, enunciata dal ministro degli esteri francese Robert Schuman nel 1950. Esattamente novant’anni dopo le parole di Garibaldi. Che, se si può dire, non solo le anticipavano, ma, pur in una forma semplice e visionaria, le travalicavano. Perché il discorso di Schuman è simbolicamente importante, ma con i limiti di proporre in quel momento la CECA, che sarebbe diventata operativa nel corso dei tre anni successivi, e limitatamente alla produzione d’acciaio e poi carbone, riferita peraltro nel testo del francese solo al solito asse franco tedesco, che peraltro la realizzazione della CECA avrebbe ampliato. Ben altro afflato in Garibaldi.

Onestamente sarebbe proprio quello da recuperare ora. Per l’Europa ci sono le ragioni di utilità oggettiva, messe alla prova in questi giorni con i finanziamenti in arrivo, che da quel che si intende, non prevedono aggravi per chi li riceve. Ma per l’Europa che sta, sotto la pressione dell’emergenza sanitaria, recuperando a fatica e con molti ‘ma’ e ‘se’ i principi di solidarietà per cui la si è voluta, non ci sono solo le ragioni di mera utilità.

Qui lo voglio dire chiaro e forte. Per l’Europa vale soprattutto ora la celebre frase, molto citata a proposito e qualche volta a sproposito, che riporto per farla intendere bene prima in Italiano:  “Giusta o sbagliata, la mia nazione” (“Right or wrong, my country” per come fu pronunciata realmente).

Perché è questo a cui lo sforzo etico deve tendere. E che se proprio si vuole va oltre il principio di solidarietà. Che prevede sempre un atteggiamento dal più forte al più debole che ne ha bisogno. Ma per l’Europa non dovrebbe essere più solo questo. Il meridione d’Italia è un anello debole dello sviluppo da tutti i punti di vista non solo economico, ma anche sociale e culturale. Per come si è sviluppata la storia, se vogliamo anche secolare, è giusto, nell’ottica europea delle “mia nazione”, che il Sud Italia sia solo un problema italiano? E qui nella domanda recupero, ma rilancio in tutt’altra chiave, quella che fu, in modo bislacco e un tantino razzista, una intuizione nata come egoistica trent’anni e passa fa della prima Lega Nord, che comunque si guardava bene da risolverla in avanti verso una nazione più ampia, bensì prevedendola più stretta.

No, il Sud Italia, ma anche la Grecia, ma anche le aree più deboli della Francia (quella provinciale che ha scatenato i gilet gialli) e tanti altri ‘ma anche’, sono oggi tutte situazioni solo e soltanto dell’Europa. Le criminalità organizzate, le diversamente mafie, non sono italiane, sono europee. La secessione catalana non è un fatto interno alla Spagna – “che se la sbrighino loro” –  ma totalmente europeo. E storicamente vado oltre rischiando, come si dice, di stracciarla, ma non m’importa: gli orrori del nazismo e dello stalinismo sono stati orrori europei, compiuti non da tedeschi o filosovietci, ma da europei. Le guerre yugoslave non sono state balcaniche, ma europee. Ed ogni europeo ne deve sentire il peso storico non come fatti degli altri, ma propri e farsene carico. E qui mi fermo, perché si potrebbe continuare.

Il nostro Lorenzo Colovini, qualche settimana fa, facendo dichiaratamente l’avvocato del diavolo, cercava di mettersi nei panni della Germania e dell’Olanda, renitenti a finanziare alla cieca chi ha sempre sperperato. E paragonava la situazione a quella di un condominio in cui un inquilino virtuoso fa fatica ad accettare di pagare le spese condominiali e anche interne di un inquilino che ha fatto di tutto per danneggiare il proprio appartamento. Anche perché l’inquilino ha a casa un figlio degenere che ce l’ha messa tutta a creare danno. Bene. La differenza, mutatis mutandis, è che noi non dovremmo più accettare l’Europa condominio, ma ribadire l’Europa come casa comune in cui il figlio degenere è figlio di tutti e tutti se ne fanno carico. Per la buona ragione che oggettivamente il suo degenerare è stato prodotto da politiche egoistiche e di potere e di potenza europee, se vi vuole anche secolari, ma non per questo meno oggettive. Lo si potrebbe storicamente dimostrare e abbiamo tra i collaboratori degli specialisti che potrebbero farlo e passo loro la palla.

Si guardi alle parole di Garibaldi nella loro solo apparente ingenuità. L’afflato europeo ha anche una carica di utilità. Un’enormità di risorse impiegate per combattere o anche semplicemente per farsi concorrenza, sarebbero liberate per il progresso che avvantaggia i popoli. E’ indirettamente anche una questione che riguarda la lotta politica interna – si, la chiamano così -, interna agli stati dove un’enormità di risorse, ma anche di intelligenze, di idee, di competenze sono utilizzate  e sprecate per contrapporsi per difendere o conquistare il potere a spese di una parte e a favore di un’altra, anzichè per cooperare per il bene comune.

Ecco perché chiedere più Europa non è un refrain banale e scontato. Lo si faccia a tutti i livelli, cominciando da una Costituzione Europea ancora latitante. Rilanciando il problema di chi ancora non c’è o di chi sciauguratamente è da poco uscito. E chiarendo una volta per tutte che questa casa comune non nega ma valorizza appieno le persone che ci abitano con la loro identità. Perché la “mia nazione” è molteplice, parte dalla Comunità cittadina e per cerchi, come quelli del sasso nello stagno, si allarga con la stessa forza di trasmissione al Continente. D’atra parte lo spirito dell’europeista Garibaldi era proprio questo e a dirla tutta è universale, se è vero che quelle abolizioni degli eserciti che prefigura a favore di risorse di pace potrebbero benissimo estendersi a tutti gli insensati conflitti del pianeta.

Negli ultimi dieci anni della sua vita, trascorsi quasi interamente a Caprera, Josè, come lo chiamava Anita, era diventato dichiaratamente pacifista e, dopo averne sparati tanti, non aveva più sparato un colpo nè sguainato la sciabola, nemmeno contro gli animali perché aveva finito per appartenere anche a una lega internazionale per la loro protezione. Rinnegando apertamente quella che insieme ad altre sue passioni di tutta la vita, il mare, le donne, il gioco della dama, queste mai rinnegate, era stata una delle sue passioni giovanili: la caccia.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.