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Secondo il misticismo ebraico l’uomo giusto – Tzadik – o la donna giusta – Tzadeket – muore nel giorno del suo compleanno.

Il compleanno dell’Europa, come ogni anno dal 1950 a questa parte, si sta avvicinando, ma fortunatamente, l’Europa non sembra morta né sul punto di esserlo nonostante la lunghissima coda di candidati pronti a ricoprire il ruolo di becchino di questo grande progetto.

Ciò forse dipende dal fatto che l’Europa è tutt’altro che giusta, restando ancora un progetto migliorabile e senz’altro non ancora perfetto, quindi non ancora pronta per morire.

Molti degli ultimi accadimenti dimostrano, però, che per quanto non ancora giusta e perfetta, l’Europa, oggi intesa come Unione Europea, pur attraversata da acerrime divisioni interne (leggasi rapporto tra paesi del nord e paesi del sud e lotte intestine anche all’interno dei falchi del nord, leggasi lo scontro in Olanda tra il Primo Ministro Mark Rutte e il suo ministro delle finanze Wopke Hoekstra), pur composta da paesi dove il concetto di democrazia è tutt’altro che definito (basti pensare a cosa succede in alcuni dei paesi di Visegrad), pur sferzata da gelidi venti populisti (ne sappiamo qualcosa noi, ne hanno fatto le spese una parte degli inglesi) e da pericolose sirene antidemocratiche, come quelle provenienti da Cina e Russia, ha saputo dare alcune risposte chiare alla crisi sanitaria generata dal terribile veleno che si è sprigionato in tutto il mondo.

Per non lasciare campo libero all’oblio, rischio sempre appostato dietro l’angolo, è opportuno ricordare le principali colonne poste a fondamento di queste risposte, peraltro maturate al doppio dei canonici tempi dell’orologio legislativo di Bruxelles a cui siamo stati abituati soprattutto negli ultimi anni.

Suonerà alle orecchie dei più scettici come un mero elenco della spesa, però, bisogna riconoscere che nel carrello sono stati riposti ingredienti appetitosi che, se uniti e usati con sapienza, possono contribuire a sfornare un piatto gustoso.

1.I prestiti (circa 40 miliardi di Euro) della Banca Europea degli Investimenti (Bei);

2.I prestiti della Commissione (Sure fino a 100 miliardi di Euro), che si segnalano, tra l’altro, per essere una delle prime volte in cui quest’ultima interviene anche con una funzione sociale, oltre che economica;

3.I tanto vituperati prestiti provenienti dal MES (quota Italia 34-36 miliardi di Euro) su cui già in molti sono ben intervenuti (penso ai lucidi interventi di Colovini e Vianello Moro);

  1. L’acquisto da parte della Banca Centrale Europea di titoli pubblici e privati da adesso fino a fine anno per 930 miliardi di Euro (la quota Italia vale circa 120 miliardi).

A questi 4 elementi, ben si può aggiungere il Fondo di Ricostruzione (di 1.000/1.500 miliardi), che potrebbe a pieno titolo far ripartire l’economia italiana insieme a quella europea.

Anche qui la palla è nelle mani della Commissione e vedremo come verrà giocata, soprattutto per capire da dove verranno attinte le risorse per finanziare questo progetto.

Fin qui la cronaca di quanto di buono è stato fatto in poche settimane, nel corso di quattro incontri tra i capi di stato e di governo UE (questo dato basterebbe a rendere indigeribili certe nostrane interminabili riunioni di maggioranza).

Adesso, quello che ancora non funziona nell’Unione, penso, infatti, che l’Europa non sia un totem da venerare in forma acritica.

In sintesi alcune questioni.

La prima forse più di forma che di sostanza. Quali sono, infatti, le due immagini che tutti ricordano di questo periodo? Sono due: quella di Papa Francesco, sotto la pioggia, solo, in un pomeriggio in cui piazza San Pietro era assordata solo dalla sua voce e quella del Presidente Sergio Mattarella che scende le scale dell’Altare della Patria con la mascherina sulla bocca.

Manca, ad oggi, una qualsiasi immagine simbolica riconducibile alla forza e all’impegno profuso dall’Unione Europea (una riunione dei capi di governo sotto l’Atomium o ancor meglio sull’Acropoli, sotto la direzione di un sapiente regista cinematografico europeo) sarebbe bastata per imprimere forza, potenza e coesione ai messaggi diffusi, invece, tramite gelidi comunicati stampa.

La seconda, riconducibile alla debolezza delle attuali leadership (Colovini ha usato l’aggettivo inglese “unfit”, riprendendo la copertina dell’Economist su Silvio Berlusconi di alcuni anni fa).

E’ vero, sono d’accordo è un tema centrale anche per l’intera Unione Europea.

Molto dipende dal fatto che oggi i leader europei hanno una esposizione di molto superiore a quella dei politici di un tempo e questo, paradossalmente, li rende più fragili agli occhi dell’opinione pubblica.

E’ anche per questo che le attuali leadership dovrebbero fare molta più squadra anche tra loro e lavorare secondo principi di mutuo appoggio nel tentativo di costruire comunità più solidali, le uniche in grado di sopravvivere e progredire in mari tempestosi, come quelli attuali, ricordando che non basterà un tratto di penna per cancellare il necessario e odierno maggior debito, ma idee, lavoro e buona volontà.

Ancora una volta Buon Compleanno Europa, non sei ancora giusta e la strada da fare è ancora molta.

 

 

 

 

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.