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Uno dei termini che oggi si usano più spesso nel discorso pubblico per parlare di alcune nuove forme di economia dei servizi è quello di ‘sharing economy’ . L’ambiguità di fondo che disorienta il dibattito in rete e nei giornali sta nell’idea che ogni riferimento alla condivisione nell’ambito di questo tipo di produzione lavorativa e di servizi sia di per sé positivo. Ma vedremo che il termine in sé evoca altri scenari. Successivamente appunto questo nuovo dispositivo di erogazione di servizi verrà identificato con il nome di ‘gig economy’, mediaticamente riconosciuto come dispositivo orientato allo sfruttamento, alla precarizzazione del lavoro  e all’elusione fiscale. Ma la questione, affrontata in questi termini, non restituisce  il significato storico che questa rivoluzione dei consumi ha comportato.

Elemento fondamentale che ha incrementato la diffusione di queste nuove forme di economia è stato un sempre più diffuso atteggiamento favorevole verso le nuove tecnologie informatiche e l’innovazione. In questo ambito si sono sviluppati i principi che stanno alla base di questa nuova economia: la condivisione del proprio patrimonio (mobile e immobile) e il superamento quasi totale di ogni intermediazione tra il consumatore e il bene o servizio erogato. La tecnologia di un’app è in grado di rendere potenzialmente ogni soggetto coinvolto o soggetto erogatore (mettendo a disposizione un auto, una bicicletta, una camera da letto) o soggetto consumatore di questi nuovi servizi.

Esempi che hanno rivoluzionato questa nuova idea di economia terziarizzata sono stati Air bnb, Uber, Foodora. Piccole startup che sfruttando il potenziale gigantesco della connessione diretta tra soggetti consumatori e soggetti erogatori di servizi, hanno creato dei veri e propri imperi nel settore di cui detengono oggi di fatto il monopolio. L’impatto che questa nuova economia ha avuto nelle nostre società è stato devastante. Se dal punto di vista del consumatore è quasi impercettibile un eventuale danno ( per esempio  l’affidarsi  a un non professionista per una determinata mansione, con i rischi che possono conseguire a questo azzardo) il vero danno lo subiscono, da anni, coloro che stanno dalla parte dell’offerta, e che si devono confrontare con un nuovo mercato del lavoro e dei servizi totalmente deregolamentato e precarizzato. Danno che  colpito tanto i datori di lavoro, quanto i lavoratori stessi.

Se colossi come Amazon hanno progressivamente eroso la piccola e media  impresa e la distribuzione locale, questi nuovi servizi hanno agito in maniera analoga nei loro specifici settori, riuscendo ad attaccare categorie  professionali che fino ad allora non avevano mai subito alcuna concorrenza di questo tipo . Una concorrenza, che, a fronte di servizi totalmente deregolamentati , è oggettivamente sleale.

E proprio qui sta il punto fondamentale della questione, ovvero la possibilità di far convivere nuove e vecchie forme di economia. IL tema reale riguarda la possibilità di integrare e regolamentare questi nuovi servizi , favorendo tanto il consumatore quanto il lavoratore, mettendo al centro il lavoro e i suoi diritti, e  costringendo soprattutto questi grandi colossi della gig economy  a oneri fiscali che fino ad ora sono stati assolutamente irrisori rispetto ai profitti incassati. Basti pensare per sempio che Airbnb ha pagato 83 mila euro di tasse in Francia nel 2014 contro 3,5 miliardi di euro pagati dal settore alberghiero che sta attivamente distruggendo. Lo stesso vale per  Apple,  che in Irlanda pagava soltanto lo 0,005% di tasse.

Ma come si diceva, oltre alla questione fiscale, è molto serio e cogente il tema che riguarda la tutela del lavoro e i salari: assistiamo a un lavoro sottopagato, iperprecarizzato per quanto riguarda non solo i fattorini di Foodora, ma anche le catene di distribuzione di Amazon per esempio. Le piattaforme digitali che erogano servizi a basso costo  fanno leva sulla flessibilità del lavoro e sulla sua progressiva autonomizzazione . Ogni lavoratore è di fatto un freelance che si muove su una piattaforma condivisa con altri lavoratori, può scegliere quanto lavorare, ma non quanto essere pagato. Come sono nate le finte partite iva, nascono ora i finti free lance, lavoratori costretti a scegliere tra la disoccupazione e il lavoro iperflessibile, sottopagato e sottotutelato.  Come è noto, l’esercito di riserva non può essere, se non raramente e in modo ben poco influente, un soggetto ‘rivoluzionario’ con coscienza dei propri interessi e diritti, capace di rivendicare e modificare gli attuali rapporti di forza a suo vantaggio; come è altrettanto noto, e si è visto, prevale in questi settori lavorativi la logica del trickle down, pertanto se qualcosa può essere modificato non è da aspettarselo da eventuali rivendicazioni della classe lavoratrice, che da queste nuove forme di lavoro sembra trarne solo dei guadagni, (per alcuni addirittura ‘privilegi’).  Nemmeno dal consumatore possiamo pretendere una svolta, perché se non vogliamo ridurre il tema del lavoro e dei suoi diritti, ma anche quello della concorrenza leale, a una mera questione etica (utilizzare o meno dei servizi anche se non eticamente accettabili), bisogna che la questione si affronti diversamente. A parità di qualità, il consumatore cercherà sempre il prezzo più basso. Forse una presa di coscienza collettiva di quali sono gli attuali interessi in ballo potrebbe imporre una revisione degli attuali regimi che (non ) stanno regolamentando questo sistema. Aiuterebbe un’assunzione di responsabilità comune , che non riguarda solo la classe lavoratrice coinvolta, ma l’intera società, ormai  sempre più integrata e interconnessa su diversi piani con questo nuovo sistema. Un sistema che determina un nuovo rapporto tra capitale e lavoro,  che genera profitti e servizi al consumatore del tutto nuovi, ma con pesanti ricadute sociali sul lavoro e sull’economia  ormai sempre più evidenti.

Pietro Rubini abita a Roma. Si è laureato in Filosofia, si occupa da anni di psicologia dell’apprendimento e lavora nell’ambito dei BES/DSA come tutor e formatore. Oltre a Luminosi Giorni scrive e collabora con altre testate web.