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di GIUSEPPE ZACCARIA Le ferite profonde originate dall’effetto coronavirus ci insegnano molte cose, e soprattutto ci costringono a rimettere in discussione una serie di temi nevralgici per la nostra esistenza individuale e collettiva. Molte narrazioni sono andate in frantumi e c’è bisogno di riflessione. A condizione di rinunciare a rifugiarsi nei propri pregiudizi e nelle proprie certezze ideologiche e di mantenere uno spirito critico, è indispensabile fermarsi a pensare sulle le macerie della crisi immane che la pandemia ci lascia, per capire se sotto di esse possano crescere, al di là delle retoriche stucchevoli delle ferite che divengono opportunità, nuove idee per il futuro. Da questo punto di vista il virus ha agito nei diversi Paesi come un pettine impietoso, in modi differenziati in relazione alle diverse capacità di risposta, e  ha evidenziato la necessità di misurarsi con una serie di nodi e di problemi troppo a lungo colpevolmente trascurati; ma contemporaneamente esso ha operato  come un forte acceleratore storico di processi sociali ed economici  che oggi  si ripresentano sotto il segno drammatico dell’urgenza  e dell’incertezza e  la cui ennesima sottovalutazione avrebbe per effetto di pregiudicare in modo irreparabile la possibilità di un futuro un po’ meno precario ed incerto.

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