Venezia, la luna e tu

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Ovvero il trionfo del luogo comune. Mi sono venuti in mente il film del 1958 e questo commento quando ho sentito della “sfuriata” del sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, contro il viceministro dell’Economia e Finanze, Antonio Misiani. Il film perché ambientato in un mondo che ha cessato di esistere e forse nemmeno tornerà, qualunque sia il personale giudizio su quella realtà. Siamo sulla luna, appunto. Il commento per la ragione che non esiste niente di più scontato del classico “piove, governo ladro”. O incapace, giusto per non uscire dal seminato di quanto sostenuto dal nostro sindaco. Il quale ha sottolineato di aver scritto e telefonato infinite volte a Roma nel tentativo di far capire quali siano i problemi, drammatici, della città da lui amministrata, non riuscendo a trovare alcuna risposta. Perché laggiù, a Roma, non ascoltano e se lo fanno non sanno dove mettere le mani. Cioè siamo alle solite: “Roma ladrona” e giù di lì. Vuoi mettere se avessimo il federalismo o almeno l’autonomia differenziata, delle Regioni dallo Stato e dei Comuni dalle Regioni?

In fondo, luna a parte, Brugnaro potrebbe avere ragione. Non è anche il mantra del presidente del Veneto Luca Zaia? Un uomo che viaggia con il vento in poppa della popolarità, avendo sottratto la regione alla catastrofe della Lombardia, ma anche agli scivoloni disastrosi di Piemonte ed Emilia-Romagna. Per tacere del Trentino dove, nessuno lo dice, ma il tasso di mortalità generale ha avuto un balzo nel marzo 2020 rispetto alla media degli ultimi cinque anni secondo solo alla solita Lombardia, irraggiungibile capolista di ogni classifica del disastro di primavera. Luca Zaia, l’uomo che ha ascoltato Andrea Crisanti e ci ha salvati. Adesso ha smesso di dargli retta. E speriamo bene…

Torniamo a Brugnaro, però. Venezia è rimasta vittima della tempesta perfetta: bordata di acque alte, tra cui quella eccezionale del 12 novembre scorso; Covid-19, incendio a Porto Marghera. Il turismo è morto. Chiusi alberghi, ristoranti, bar, negozi, senza clienti guide, gondole, taxi, persino vaporetti e bus dell’AVM. Il Comune si accorge di dover rinunciare a tassa di soggiorno, tassa dei bus turistici, forse alla tari per le attività bloccate, agli introiti che hanno permesso ad AVM di chiudere il bilancio in utile e di garantire un formidabile schieramento di mezzi per alimentare linee e corse. Il Casinò era già in stato comatoso, ma adesso lo dobbiamo dare per morto. Insomma, l’economia della città in ginocchio. A questo punto, restano vitali il Porto, ci si dimentica sempre che rappresenta la prima industria cittadina, e le attività manifatturiere di Marghera. Mica poco, visto che stiamo parlando di un gigante come Fincantieri e di una costellazione di industrie quali ad esempio Simic: in piena crisi Covid ha fatto partire, il 23 marzo, il primo magnete superconduttore destinato all’impianto di fusione nucleare di Cadaranche. Non proprio robetta, insomma. Incendi a parte. Certo, l’Harry’s Bar ha chiuso e forse non riaprirà. E Brugnaro? Era in piazza con Arrigo Cipriani a urlare, si era preso in anticipo, contro il governo perché voleva riaprire “tutto”. Come Zaia passata la paura, insomma.

Riaprire. Per chi? Forse noi 53/54.000 veneziani della Città Antica, contiamo pure i 220.000 circa della Città di Terraferma dovremo passare da un bacaro all’altro sin dalla mattina per concludere la serata all’Harry’s Bar al fine di alimentare da soli una filiera, termine di moda, calibrata per un paio di decine di milioni e qualcosa più di turisti internazionali? Acquistando di passaggio una borsetta da Hermès, un profumo al Fontego e riempiendo casa con tutti i croissant e i tramezzini rastrellati nel corso del nostro vagabondare per le calli? Mi sfugge qualcosa. Riaprire. Per chi? Nella speranza di cosa?

Ho paura che Brugnaro abbia all’improvviso compreso che stia arrivando la resa dei conti. Peccato che a differenza di quelli di Zaia, ma ancora per poco e infatti il presidente della regione ha una fretta del diavolo d’andare a votare, non tornino. Perché, fermandosi a ragionare un momento, da quando lui si è insediato in qualità di sindaco-rivoluzionatore sono passati cinque anni. Diciamo pure quattro e mezzo. E non è successo proprio niente. Tutto ha continuato a scarrocciare senza che si vedesse alcun geniale intervento, teso a cambiare lo stato delle cose. Anzi, a dire la verità, le navi da crociera hanno cominciato a schiantarsi contro le banchine o a sbucare come paurose Balene Bianche dal grigio di piovaschi pronti a fondere cielo e laguna. Adesso le Grandi Navi sono sparite. Chissà per quanto. Può darsi per sempre. Mah…

Non solo loro, però. Venezia Metropolitana in questi anni non ha imboccato nessuna nuova strada. Sono sorti altri alberghi, vuoti al pari di quelli vecchi, e altri ancora se ne stavano progettando. Inclusi villaggi vacanza al Lido. Insomma, questa benedetta rivoluzione dove starebbe di casa? Ah, la colpa è tutta del governo, del maledetto stato centrale, di “Roma”! Se fossimo autonomi, magari indipendenti, se Venezia fosse isola zona economica speciale, se, se, se…Frasi urlate che hanno il sapore della sconfitta: non parlo di quella delle urne, può anche darsi ce la faccia a dispetto di ogni ragionevole conclusione in senso contrario, ma di quella di fronte alla realtà. Perché se Venezia è oggi “in ginocchio” la colpa è di chi non-la-governa. O la governa in un certo modo. Il che è lo stesso.

Autonomia differenziata? Indipendenza? Statuti speciali? Se c’è una lezione incontrovertibile da apprendere da quanto successo è questa: l’Italia sta morendo di eccesso di frammentazione decisionale, d’impossibilità di comporre i tanti interessi particolari in quello generale, dei troppi veti incrociati che impediscono di muovere un solo passo in qualunque direzione, di camarille locali pronte a scindersi in sotto-camarille per soddisfare le ambizioni di capi e capetti di partitini, correnti e sotto-correnti. Insomma, di decentramento, federalismo, devoluzione, autonomia. L’Italia ha bisogno di rafforzare lo stato centrale e non d’indebolirlo ancora. Venti Regioni, di cui quattro a statuto speciale; centosette Province, di cui due a statuto speciale; dieci Città Metropolitane; settemila novecento quattro Comuni…le Municipalità. Per circa sessanta milioni di abitanti. Questa non è democrazia, ma la negazione della ragione.

Finisco e torno a Brugnaro. C’è un Comune in Italia che ha allargato i plateatici dei pubblici esercizi del 50% a titolo gratuito e poiché non c’era posto ha chiuso al traffico alcune strade. Poi, ha dato un contributo di 1.500 euro a ciascun esercente; ha ampliato le piste ciclabili e dato un incentivo a usare biciclette e monopattini elettrici. Non è granché, lo riconosco, l’Harry’s Bar se ne fa un baffo è ovvio, ma è già un tentativo, uno sforzo, l’accenno di un’idea. Magari si poteva tentare qualcosa del genere anche qui, a Venezia. Hai visto mai che i cittadini avrebbero apprezzato? Anche rinforzare le corse dell’AVM, perché sembra difficile pensare che si debba proprio scendere al 30% di quanto riusciva prima. C’è qualcosa che non quadra in tutto questo. Non vi pare? Lascio perdere il Libro dei Sogni in cui potrebbero trovare posto cosette come la Manifattura Additiva delle stampanti 3D, i Fab-Lab, quella roba che ha permesso di progettare e produrre un sacco di dispositivi salva-vita durante l’emergenza e rappresenta ormai il presente e non più il futuro della manifattura in genere, perché a volte mi sembra davvero di finire sulla Luna anch’io. Eppure nei cassetti dell’Assessorato ai Lavori Pubblici del Comune, di Venezia è chiaro, si trova già bello pronto un Progetto Europeo a questo destinato: Ursula von der Leyen che finanzia a Castello un reinsediamento produttivo pulito e completamente digitale. Non è uno nei sogni nel “cassetto”, appunto, di ogni politico nostrano? Forza, allora, è già pronto e impostato secondo tutti i crismi voluti dagli euro-burocrati, forse stavolta potrebbero dare luce verde. Certo, bisogna almeno spedirglielo…

Ah, stavo per dimenticarmi: il Comune dei plateatici, delle piste ciclabili, del contributo etc. è quello di Bari. Non Singapore o Monaco di Baviera, che di mezzi finanziari ne hanno tanti. Come avrà fatto? Mah… Il sindaco è Antonio De Caro. È del Pd.

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.