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Che cosa occorre per diventare leone da tastiera? Una buona connessione WI-FI, un profilo social e tanta rabbia repressa. Se poi questa rabbia si mescola con una discreta dose di paura e con un’abissale ignoranza, il cocktail è fatto. Il leone da tastiera è un animale malato di analfabetismo emotivo e culturale. Egli prova ad attaccare nell’oceano di Internet quei bersagli che lo fanno sentire migliore perché li vede diversi, fuori dal coro, liberi, insomma. Il leone da tastiera è malato di conformismo. Anche volendo, non ci riesce ad essere indulgente con chi ha il coraggio di manifestare le proprie imperfezioni o le proprie scelte coraggiose. Cova invidia, ma non è in grado di ammetterlo, perché il leone da tastiera non conosce le parole giuste e non sa che le parole sono importanti e ci aiutano a interpretare i nostri malesseri; non sa che le parole danno un nome e un volto alle emozioni, anche quelle più funeste e autodistruttive. Il leone da tastiera, quindi, non conosce le proprie emozioni e non ha idee proprie: molto più facile consegnarsi a chi sa, meglio di lui, mostrare i muscoli. Molto più facile farsi guidare e inseguire il suono flautato del pifferaio magico di turno. Il leone da tastiera sa odiare, però. Forse è quello che gli riesce meglio. Certo, molto più facile odiare su un impulso telecomandato e dietro uno schermo, ma sa odiare. E in questa pratica dà il meglio di sé.

Quando Eco diceva che Internet ha permesso a legioni di imbecilli di sparare a pioggia le perle del proprio stupidario, si riferiva anche alle schiere di odiatori disseminati nel Web. Che sono tanti, sono feroci e sanno ferire, sia pure nella loro inconsistenza di pensieri e parole. E poi, chissà come mai, amano attaccare con sadica pertinacia soprattutto le donne. Donne libere, intelligenti, donne che hanno fatto scelte forti, donne che sono in grado di affermare la propria identità senza trucchi scintillanti e abiti fluorescenti.

Un esempio per tutti, l’attacco a Giovanna Botteri, inviata Rai a Pechino e particolarmente presente negli ultimi tempi in televisione per le sue cronache del coronavirus in Cina. La giornalista, capigliatura grigia e informe, abiti comodi e semplici, no tacco dodici, poco trucco, pose semplici e per nulla ammiccanti, non piace agli odiatori. Non piace perché è sobria, non ha sex appeal, non usa vestiti fascianti che ne mettano in risalto le forme, non è un trionfo di femminilità. Quella femminilità stereotipata, per intenderci, stantia, che sa di un vecchiume che non conosce vie di mezzo: o madonna o puttana. Quella femminilità che spazza via l’intelligenza e ottura, con una coltre di pregiudizi, anni e anni di lotte, anni e anni di conquiste. La solita annosa polemica, impensabile oggi. Impensabile in un’epoca, la nostra, in cui le rivendicazioni avrebbero già da tempo dovuto cedere il passo a un normale, naturale assetto di parità di diritti. Invece no, c’è ancora una crosta di sottocultura che resiste. Neanche una giornalista, seria, competente, preparata, abituata all’osservazione rigorosa, alla raccolta dei dati, come la Botteri, si sottrare, suo malgrado, a questa critica spietata. E come se non bastasse, per alimentare il fuoco del dileggio, interviene una rubrica, “Striscia la notizia”, che ha fatto della volgarità e della sguaiatezza la sua bandiera sotto le mentite spoglie della satira. Una satira scontata e puerile. Non mi meraviglio che stelline lucide e ridanciane come la Hunziker ironizzino sulla piega e sulle magliette, sempre uguali, della giornalista. Non c’è niente che accomuni le due donne, per gavetta, per percorsi, per talento e cervelli. Ciò che mi rattrista, piuttosto, è che le critiche, dissimulate da apparenti difese, giungano da una donna. In fondo la soubrette non ha nulla in comune con i leoni da tastiera, ma il gossip era troppo appetitoso per tacere. E la legge della trasmissione, che è quella di fare satira (e che satira) su fenomeni di costume imponeva di commentare il look della cronista.

Non credo che la Botteri sia stata turbata da cotanto chiasso. È una donna per bene e ha le spalle troppo grosse. Non dovremo certo difenderla per le ingiurie ricevute. Lo dimostra la risposta intelligente fatta alla Hunziker sul valore della satira e del confronto. Resta, però, un triste dato. Che nel 2020 una giornalista, in Italia, venga valutata per il suo naso, il suo sedere o il suo décolleté. D’altra parte, ci capita spesso di vedere donne brutte o poco curate nei telegiornali della sera, nelle previsioni meteo, nei talk politici o nella lettura dei quotidiani? O peggio ancora, ci capita di vedere donne poco attraenti alla conduzione di uno spettacolo? O in Parlamento? No, non succede. E una donna che osi mostrarsi nella sua naturale ordinarietà fa notizia. Una donna che si presenti con le sue imperfezioni, come la ministra Bellanova, suscita ilarità. Non c’è via di mezzo tra il paradigma dell’estrema seduzione e quello dell’assoluto nutrimento. C’è ancora una congrua legione di uomini e donne che, per diversi motivi, non accettano sfumature che. includano l’intelligenza, la conoscenza, la libertà di essere se stesse, noncuranti delle apparenze, scarmigliate e fiere. A fronte di un oscurantismo impensabile che potrebbe condizionare e diseducare le giovani generazioni, le donne devono continuare a “non  avere paura – come raccomandava Virginia Wolf –   del buio che inabissa le cose, perché quel buio libera una moltitudine di tesori”. In fondo, chi offende non è che un irriducibile “webete”.

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.