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C’è tutto un mondo di esperienze che ci coinvolge interamente e che, quando ci coinvolge, perché non accade sempre, senti l’universalità e una specie di fraternità umana.

Non dichiarata ma implicita, sottesa.

Capita se fai esperienza di musica, in tutti i sensi, di lettura e di letteratura. E di altre mille forme d’arte che ti coinvolgono e ti parlano. Ma capita anche per tutt’altro, se ti occupi di una qualsiasi, e sono tante, forma di scienza di conoscenza e di sapere che sciolga un mistero, se scienza e sapere li consideri una risorsa. Capita se viaggi e vedi il mondo, se capisci la cultura che c’è dietro a un cibo, se sei davanti a un paesaggio o dentro un paesaggio. Il paesaggio o ti fa conoscere o ti commuove o l’uno e l’altro. Capita infine con gli affetti che non hanno confine, frontiera e passaporto. Quando l’amare non si limita.

Al di là della retorica stucchevole, ci è capitato quando la scienza medica, nel suo complesso, dal primario al barelliere, ha dovuto applicarsi a risolvere la trappola del virus CV19.

Quando sei in queste condizioni, ovunque ti trovi, ti inoltri in una dimensione che travalica il dato sensoriale e interessa una qual forma di spiritualità.

E’ proprio in questi casi che ogni santa volta che capita, misuro la distanza abissale tra questo universo fraterno e la politica di ogni giorno, quella che non puoi scansare o evitare, perché t’insegue, ti corre dietro dagli schermi. E di cui finisco per occuparmi per indole, per interesse, anche per quanto la mia città mi tiene in ansia. E non c’è che la politica per occuparsene, della città. E quando fai il confronto, magari perché la sera prima ti sei addormentato con la lettura di un brano o con una canzone, quando fai il confronto vedi la profondità della sua miseria, anche quando la politica si occupa di cose importanti.

E’ come se ci fosse nella vita un filtro che trattiene tutte le impurità e le relega in questo bassofondo. Non è l’unico si sa, e c’è di molto peggio, c’è la gelosia e il possesso, c’è la brama di potere e di danaro, c’è la guerra infine, che del resto è politica con altri mezzi. Anzi la politica in tempo di pace ambisce ad avere rilievo etico che si distingue da questo male. Ma è un’ipocrita e autoreferente promozione che non merita mai quando si applica.

La politica è male tanto quanto. In essa infatti la divisione è scontata, è un dato acquisito, per alcuni anzi è il sale. Lo spirito ne esce umiliato. Sporcarsi le mani viene visto come un prezzo della partecipazione, ma la partecipazione fatta così, in queste condizioni è un altro aspetto dell’ipocrisia.

Che partecipazione è quella che fa della violenza verbale l’ortoprassi?

In politica tutto è funzionale allo scopo di avvantaggiare una parte. Tanto nella musica, nell’arte, nella scienza, nel paesaggio, negli affetti veri c’è una totalità che abbatte i muri, tanto nella politica c’è parzialità. Se sei costretto ad occupartene senti sulla pelle questa mutilazione.

Mi è capitato, dicevo, mi capita ancora di interessarmi ad attività riferibili più o meno direttamente alla politica e se la descrivo così crudemente è perché, se sei onesto e sincero con te stesso e con gli altri, non puoi negare questa realtà. Peggio, te ne fai coinvolgere, senza accorgerti assumi il linguaggio e fai fatica a liberartene. Ma è peggio degli altri mali, che sono tutti manifesti, dichiarati, mentre la politica non si dichiara mai e si veste di buoni abiti e s’imbelletta, autoassegnandosi idealità e nobili fini.

Si diceva che rispetto al novecento nel terzo millennio c’è stata la caduta definitiva delle ideologie.

E’ vero, il politicamente corretto del breve secolo scorso, quello che finisce nell’ ’89, cercava anche di imporsi sull’arte che chiamava con disprezzo ‘sovrastruttura’. Ci sono cantautori che sono stati contestati nei concerti da giovinastri politicizzati, a modo loro politicizzati, è capitato a De Gregori e a De Andrè per esempio, perché parlavano della complessità umana, non disdegnavano di parlare di contraddizioni o anche del rapporto uomo-mistero e di religione. Fabrizio De Andrè, lo ha detto di persona al suo pubblico nell’ultimo concerto prima di morire, ha faticato a far accettare un Long Playng come la Buona Novella perché nell’anno di grazia 1969 parlava di Gesù Cristo in croce in tempi in cui ancora il politicamente corretto di allora considerava la religione come oppio dei popoli.

Apparentemente oggi tutto è cambiato. Ma niente è cambiato.

E se è cambiato è cambiato in peggio, perché almeno allora la ratio della follia ideologica spiegava bene.

Oggi la politica ha la stessa miseria senza giustificazioni. E’ ancora più divisiva. Ogni parola, ogni intervista, ogni dichiarazione, ha l’impronta della doppiezza. Ogni proposta su tasse, fisco, su progetti urbanistici, sull’universo mondo vengono declinate solo per non essere accettate e marcare la differenza dal nemico politico di turno. Sono sempre menzogne. Il dileggio, il disprezzo, lo screditare son costanti. Come si vede non faccio nomi di persone o di gruppi politici, perché è tutta così. Con qualche importante eccezione che tuttavia non riesce a invertire la deriva.

Si parla tanto, si sproloquia anche, sugli odiatori nei social. Ma ci si faccia caso. Ogni post di odio e disprezzo e ogni risposta nello pseudo dibattito che ne segue, è sempre, dico sempre, riferibile a una gamma di valori o disvalori che ha a che fare con le idee e i comportamenti politici o con ciò che accade di attualità politica in senso generale e anche in senso stretto.

Mai visto un post o una risposta di odio se ci si riferisce a film, a canzoni, a una ricetta di cucina o a una cronaca di viaggio, a chi si emoziona per un tramonto sul mare. Anzi questi post innescano un rosario di complimenti e quando accade il contrario c’è un’ indignazione generale.

Eppure la fraternità è, sarebbe, alla radice della nostra modernità e della democrazia stessa.

Ma a dispetto di ciò la senti, la percepisci solo e soltanto quando ti estranei dalla partecipazione civile attraverso la politica e ti dedichi ai rapporti umani con altri filtri, guardando con altra retina.

Solo adesso ci si rende conto che forse il primo che ha parlato di fraternità ci credeva davvero alla fratellanza universale, ma non chi l’ha applicata subito dopo. Fraternità si, ma non per tutti e con tutti. Siamo matti. A quattro anni dall’esordio politico di quel motto che parlava di fraternità (1789 Presa della Bastiglia)  si è capito che non riguardava per esempio il Re di Francia deposto, che infatti veniva ghigliottinato nel 1793. La fraternità cominciava con una politica di odio e di terrore. E’ detto tutto.

Che si tratti di riavvolgere il nastro fino ad allora e ricominciare ad applicarla per il verso giusto anche in politica, senza costringerci a percepirla solo ascoltando la voce di Mina o fermandoci ad ascoltare il mare dalle terrazze delle Cinque Terre?

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.