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Tra le novità più interessanti prodotte dalla recente pandemia sembrava collocarsi il riaffacciarsi in forze della competenza e dei tecnici. Ovviamente a fare da battistrada sono stati quelli sanitari. Naturale, dirà qualcuno. Per nulla scontato, invece. Soprattutto non lo era che tornasse a farsi largo l’idea che la conoscenza fosse di per sé un valore fondamentale e che a essa, la conoscenza, sia comunque meglio fare ricorso quando si cercano risposte.

Non si dimentica facilmente l’ “uno vale uno” dove sapere o non sapere diventava indifferente in nome di un egualitarismo capace di proiettare, chiunque e subito, in posizioni decisionali. Ne scontiamo ancora le conseguenze. Un ben tornata, dunque, alla competenza. Il concetto, però, merita di essere approfondito. Seguendo una linea di pensiero di successo negli ultimi decenni, infatti, si sono confusi piani diversi. In particolare, si è ridotta la competenza alla specializzazione. Non proprio la stessa cosa.

Il concetto di competenza chiama in causa la piena capacità di orientarsi in un certo campo. Ha a che fare, quindi, con la consapevolezza, figlia di esperienze e conquiste intellettuali. Competenza come ampia conoscenza, quindi, necessariamente a raggio più vasto della semplice abilità in un settore specifico, cioè la specializzazione.

Da tutto questo deriva che, per poter assumere decisioni, occorra senz’altro competenza, intesa come conoscenza capace di produrre una sintesi finale, ma non necessariamente specializzazione. Per questo, alla resa dei conti, è indispensabile un Comitato Tecnico-Scientifico di supporto, ma senza prescindere da una classe dirigente che sappia tradurne i suggerimenti in vera polis-technè, cioè governo della collettività. Politica, insomma.

Se questo è il lato positivo della vicenda Covid-19, quello oscuro non ha però tardato a riemergere. Le piazze, virtuali e adesso di nuovo anche quelle fisiche, si sono presto riempite dell’assordante rumore dell’in-competenza di chi non arretra davanti a nulla pur di perseguire il proprio, insignificante, interesse di parte. Spesso ridotto alla sua semplice persona. La miseria delle polemiche contingenti, votata al minuto-secondo di visibilità mediatica, sembra tornare a prevalere, seminando di macerie il nostro presente e con esso anche il futuro. Comprendo nel numero gli scontri verbali tra “professori” schierati su opposti fronti, fatto che sconcerta i profani e autorizza i peggiori sospetti.

Abbiamo già perso la partita? Spero e credo di no. Forse credo solo perché lo spero. In realtà sono perplesso. Molto. La sensazione dopo le prime riaperture è che tutto sia ripreso dal punto esatto in cui l’avevamo lasciato. Non percepisco alcun cambiamento profondo nelle persone, quello che era stato auspicato da tanti e in parecchi avevano intravvisto in manifestazioni quali i canti collettivi dai balconi: mi pare sia svanito subito, sempre ci sia mai stato.

In realtà questo si può spiegare. La crisi del Covid-19, a ben vedere, è durata poco dal punto di vista temporale e non ha ancora dispiegato per intero i suoi effetti materiali. Esclusi quanti non ce l’hanno fatta e i loro familiari, per la stragrande maggioranza di italiani ed europei se finisse qua potrebbe anche venire derubricata a livello di brutto sogno. Forse con qualche ammaccatura qua e là, ma in definitiva senza eccessivi danni. Mi sembra sia questo il vero pensiero dominante. Il solo capace di giustificare la frenesia da movida e l’immediato abbandono di ogni e qualunque forma di autocontrollo, individuale e collettivo. A Venezia abbiamo assistito in pochi giorni a scene terrificanti. Un po’ dovunque in Italia ci si scontra con l’abbandono a casaccio di guanti e mascherine. Un solo gesto, un doppio inquinamento: con la plastica, e non ce ne sarebbe davvero bisogno, così immessa nell’ambiente e con i germi, i batteri e forse anche il Covid-19 sparpagliati con larghezza. Ce la faremo?

Nessuno è in grado di prevederlo. Il coronavirus al momento resta un soggetto dai molti misteri. Proprio per questo occorrerebbe una dose supplementare di prudenza. Oltre a una massiccia iniezione di competenza, la sola che può produrre vera “scienza”, cioè quel risultato di operazioni del pensiero che diventano codificazione teorica e/o applicazione pratica. Cioè quanto serve alla buona politica per prendere decisioni appropriate. A questo punto, però, temo di essere io vittima di un qualche sogno. O incubo, fate voi.

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare.
Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.