Quale normalità?

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Si diceva che il virus ci avrebbe reso migliori, che quando tutto fosse finito avremmo guardato gli altri, vicini e lontani, amici e avversari, parenti ed estranei, con occhio buono, con senso della solidarietà, con attenzione e generosità. Si diceva che il morbo avrebbe spazzato via l’odio immotivato, il rifiuto del diverso. Si era, infatti, immaginato che il virus, con la sua potenza – a modo suo democratica – stesse facendo piazza pulita delle differenze, delle sperequazioni tra gruppi sociali. Il virus attaccava tutti. E proprio perché ci si sentiva tutti inermi e sguarniti, sembrava profilarsi il bisogno di un nuovo umanesimo. Il dolore, la paura, la sofferenza rinsaldano i rapporti tra gli uomini, i quali sospendono, nei momenti più bui, gli antagonismi, nella ricerca di comuni soluzioni.

Sembrava che fosse proprio cosi. Nel pieno della pandemia, siamo diventati tutti più buoni. Pronti ad applaudire i poveri operatori sanitari, pronti a stringerci idealmente sui balconi, col cuore in mano, alle note di “Fratelli d’Italia”, pronti a sventolare tricolori e a raccoglierci sotto le ali del capo buono che ci chiedeva di combattere la guerra dal divano di casa, pronti a commuoverci alle parole rassicuranti e a un tempo preoccupate di Mattarella. Il virus degli odi sbiadiva al cospetto di un virus più invincibile e ferale. Per un po’ abbiamo dimenticato l’insofferenza che barconi di immigrati in cerca di lavoro ci procurano; per un po’ abbiamo smesso di prendercela con gli intellettuali illuminati, i radical chic che con il loro peloso buonismo vogliono disseminare sul territorio delinquenti, drogati, stupratori delle razze e delle religioni più disparate, giunti a noi per profanare le nostre sacre radici. Per qualche mese abbiamo smesso di attaccare le donne che osano, che parlano fuori dal coro, che se la vanno a cercare, che lanciano le loro grida di attenzione all’emarginato o che si aprono a diverse visioni del mondo, offendendo il modello di donna italiana, madre e moglie cristiana, apostolica e romana. Non più contrapposizioni di campanile, di genere o di razza. C’era da salvare la pelle.

Qualcuno ha osato, preconizzando svolte epocali, paragonare questo periodo buio alla peste del XIV secolo, che ha preceduto periodi di massimo splendore. L’Umanesimo prima e il Rinascimento poi. Volesse il cielo, ma non sempre vale la legge dei corsi e ricorsi storici. E i gli epigoni non hanno tardato a giungere. Neanche a confinamento non ancora terminato.

Stavolta è toccato a una giovane donna di 25 anni, Silvia Romano, volontaria in Kenya con il solo scopo di far del bene a dei bambini. Da circa un mese Silvia è tornata a casa. La brava, buona, italianissima, occidentalissima Silvia, che postava le sue foto su Facebook, felice e sorridente, come tante venticinquenni, è tornata a casa. Ora è cambiata. Ha un velo, è tutta coperta. Vuoi vedere che ha rinnegato la sua italianità? Vuoi vedere che ha smarrito i valori cristiani che le sono stati inculcati nei nostri quartieri cattolici, nelle nostre parrocchie cattoliche, nelle nostre scuole cattoliche? Vuoi vedere che ha tradito le nostre sacre tradizioni di patria per abbracciare cultura e religione di barbari usurpatori? Silvia si è convertita all’Islam, ma è sempre lei, col suo sorriso, la sua gioia di vivere e la sua tensione verso il prossimo. È una ragazza che ha sofferto e che ha trovato nel Corano l’equilibrio e la forza interiore per superare l’assurda prova di nervi impostale. All’improvviso Silvia è diventata il mostro da additare, la puttanella che ha cercato di barattare la sua libertà con le sane radici che appartengono a lei e al suo popolo. E chissà cos’altro avrà fatto ancora, di spregiudicato e di indicibile.

Si è detto molto su Silvia Romano e soprattutto, ancora una volta, i leoni da tastiera le si sono scagliati contro. E poco hanno detto in sua difesa i capi di partito, ai quali gli odiatori si inchinano proni. A distanza di un mese, anzi, dopo la valanga di insulti che ha inondato il web, Silvia sembra essere stata dimenticata.

Ma la sua storia (con quel triste epilogo che ne ha inficiato il lieto fine) non è che un esempio di normalità malata. Se la normalità è l’odio, la paura, il pregiudizio, la discriminazione razziale (ritornati prepotentemente, dopo il confinamento, sulla scena) non ci siamo. Qualcuno, prima di me, ha detto che non c’è nulla di speciale nell’essere normale. Bene, credo che questo cammino verso la normalità sia ancora molto lungo. Forse interminabile. Voglio vedere il bicchiere mezzo pieno, ma mi pare assai dura.

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.