Strategia o tattica?

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Pochi accadimenti nella storia degli ultimi 30 anni hanno segnato così nettamente un prima e un dopo.

Il Muro di Berlino (9 novembre 1989).

Le Torri Gemelle, New York (11 settembre 2001).

La crisi finanziaria del 2007-2008 (15 settembre 2008, fallimento di Lehman Brothers).

E adesso siamo lì, in bilico su un crinale scivoloso definito da una pandemia, e noi qui in Italia, ancora più esposti per via della nostra debolezza strutturale.

Con i dati nudi e crudi, da qualsiasi lato li si prenda.

Più di 33 mila morti, di cui 27 mila sopra i 70 anni, la metà dei quali nelle RSA, con la ricca Lombardia a rappresentarne l’epicentro (primato valido anche per numero complessivo di contagiati e di decessi)

Lo ridico un’altra volta, e non sono il solo: qualcosa non ha funzionato nella ricca Lombardia. E hanno poco da “incazzarsi” i leghisti: è un problema politico, non certo “etnico”.

E poi le scuole, con il non invidiabile record di essere state le prime a chiudere e le ultime a riaprire, come se l’istruzione non fosse un bene primario da tutelare e su cui investire.

Ma qualsiasi dato si esamini, anche al di fuori dell’ambito sanitario, è da bollettino di guerra.

Il 40 per cento delle famiglie faticherà a pagare l’affitto nei prossimi mesi.

L’80 per cento delle imprese che hanno riaperto (il 20 per cento che manca rischia di non farlo più) denuncia perdite superiori a metà del fatturato.

Si parla come di una fatalità ineluttabile dell’imminente scomparsa di un milione di posti di lavoro, 700 mila nell’ipotesi più favorevole.

Troppo facile ripetere fino alla noia la litania: occorre un’economia verde, bisogna lavorare alla banda larga, si deve investire nella ricerca e così via.

Ma bisognerebbe dire come, quando, perché.

Il presidente di Confindustria ha rilanciato l’idea di un “contratto sociale”, che non ha nulla di rousseauiano ma pare ispirarsi più ai modelli di socialdemocrazia avanzata, e ha posto almeno un paio di questioni fondamentali.

«Bisogna puntare sulla crescita – ha detto Bonomi a Repubblica – sono venticinque anni che il nostro Paese perde produttività, allontanandosi sempre più dai concorrenti. E la crescita dipende anche da dove si allocano le risorse: da decenni si aumenta la spesa corrente (il dividendo elettorale) a scapito degli investimenti nelle infrastrutture, nella sanità, nell’innovazione e nella ricerca, nelle politiche per la sostenibilità ambientale e sociale, nelle politiche attive per il lavoro anziché annegarle nel reddito di cittadinanza o nei navigator».

C’è poi l’autocritica sul mito italiano del “piccolo è bello” (new entry) e una nuova attenzione alla grande dimensione, cosa che implica un discorso radicalmente diverso in termini di politica industriale.

Si rileggano anche le recenti parole del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco: «Per riportare la dinamica del prodotto interno all’1,5 per cento servirà un incremento medio della produttività del lavoro di poco meno di un punto percentuale all’anno. Questo obiettivo richiede un forte aumento dell’accumulazione di capitale, fisico e immateriale, e una crescita dell’efficienza produttiva non dissimile da quella osservata negli altri principali paesi europei».

La UE e la BCE hanno messo mano al portafoglio e mai come in questa circostanza hanno confermato che l’Europa c’è.

C’è con un progetto che copre i bisogni di tutti nel breve termine (MES, SURE, fondi strutturali BEI) ma c’è ancor di più con il Recovery Fund (il suo nome vero è Next Generation EU, che la dice lunga dove si vuole posare lo sguardo).

E sono millanta miliardi dei tanto bistrattati (dai nostri sovranisti e nazionalisti) “eurini”!

I 172,7 miliardi di euro del Recovery Fund che la Commissione UE mira a pompare nei prossimi anni nell’economia italiana – 81,8 a fondo perduto e 91,7 come prestiti – rischiano di alimentare “un assalto alla diligenza”, una versione potenziata di quella corsa ad accaparrarsi soldi pubblici che abbiamo visto in mille leggi finanziarie e milleproproghe negli anni, in particolare in periodi di vacche grasse.

Il punto è che in realtà si tratterà invece di fare esattamente quello di cui necessitiamo da decenni, ovvero più investimenti strategici mirati ad accrescere la nostra produttività in tutti i campi.

Perché questo è il nostro handicap almeno da 30 anni, e le crisi periodiche, qualsiasi sia la loro origine, se Lehman Brothers o un virus, servono solo a renderlo più evidente.

Secondo i primi dati Istat sul primo trimestre 2020 il crollo del PIL non è solo stato peggiore del previsto e peggiore di quello di altri paesi, ma soprattutto, si è concentrato a livello di settori in particolare nell’industria con un calo del 9,9% a fronte di uno complessivo del 5,4%.

E Visco prevede alla fine dell’anno 2020 un calo del 13 percento!

Mentre nell’ambito delle componenti del PIL gli investimenti, più dei consumi, hanno subito una debacle più che proporzionale, con una diminuzione dell’8,8%, che è diventata in doppia cifra se parliamo di investimenti in mezzi di trasporto e in impianti e macchinari.

Di fronte a questi numeri non possiamo permetterci l’ennesimo atteggiamento italiano che si esprime, a seconda dell’orientamento del vento, fronte pentastellato, nel luddismo o nella decrescita felice – contro il 5G, per fare un esempio.

Necessitiamo che una fetta dei 172 miliardi che arriveranno vadano nella digitalizzazione delle imprese, nel IOT (Internet of Things), nella modernizzazione delle infrastrutture telematiche, oltre che nel potenziamento delle competenze per il loro utilizzo (la formazione di alto livello), in cui pure siamo indietro.

Questo per un semplice motivo: meno investimenti, che siano in ICT (Information and Communication Technology), in ricerca, in macchinari (anche questi sono cresciuti meno che in Europa, solo del 4% contro il 25,8%), vuol dire minore produttività.

E la produttività del lavoro non a caso è rimasta al palo mentre altrove saliva, e non di poco.

E che magari, nel considerare la partita della sostenibilità ambientale, gli investimenti si orientino anche verso la manutenzione del disastrato territorio nazionale: non servono forestali, servono interventi sugli assetti idrogeologici.

Bisogna evitare la patologica mania dei soldi a pioggia, fatta di bonus un po’ per tutti, di taglio delle tasse in deficit, di quote 100, di allergia per gli investimenti di lungo periodo.

La questione italiana è esattamente questa e ignorarla è pericoloso.

Se non si affronta il tema degli investimenti strategici e si continua, invece, a sprecare denaro, peraltro in larga parte non nostro, distribuendolo a pioggia per raccattare consensi elettorali, è improbabile che riusciremo a superare la crisi economica in cui ci troviamo.

Ma dobbiamo e possiamo sperare che l’Europa faccia buona guardia (le condizionalità! ah le condizionalità…) e che i soldi ce li dia se per davvero il Paese deciderà di riformarsi alla radice.

Quali sono queste riforme?

Citando Elsa Fornero: quelle del mondo del lavoro in risposta alla globalizzazione, alla rilocalizzazione geografica delle catene di produzione, ai movimenti migratori, ai cambiamenti demografici; quelle del welfare, per creare un terreno di gioco più livellato e cercare di ridurre le diseguaglianze, dando risposte più efficaci ai rischi economici che le persone corrono nel corso della vita, rischi aumentati in Occidente in conseguenza della Globalizzazione.

Si tratta delle riforme previdenziali in risposta all’invecchiamento della popolazione e alla necessità di mantenere la sostenibilità anche nei confronti delle generazioni future; delle riforme della giustizia e della burocrazia – che abbatterebbe con un tratto di penna o con un cavillo anche un battaglione di Ussari lanciati al galoppo – per renderne più equa, celere ed efficiente l’azione e favorire, anche per questa via, gli investimenti; o della scuola per migliorarne la rispondenza ad un concetto ampio di formazione, a principi di merito ma anche alla necessità di inclusione, realizzando un difficile equilibrio tra obiettivi spesso contrapposti nel breve periodo.

Perché altrimenti facciamo solo altro debito che lasciamo in groppa alle prossime generazioni senza fare quelle cose che consentirebbe loro di poterlo ripagare nel prossimo futuro, senza strozzarsi.

Ora che arriveranno tutti questi soldi, il cosiddetto «jackpot» secondo Dario Franceschini (un Ministro!!!)  – neanche avessimo vinto al Superenalotto – un paese serio dovrebbe avviare un gran dibattito pubblico per capire come investire in modo strutturale il denaro messo a disposizione dalle istituzioni europee e per immaginare una visione strategica del paese che guardi non alle prossime elezioni, ma alle prossime generazioni.

Veneziano, con i piedi nell’acqua, dalla nascita (1948). Già Amministratore Delegato di una Joint Venture italo-tedesca di accessori tessili con sede a Torino. Esperienze di pubblico amministratore nei lustri passati. Per lunghissimi anni presidente del Centro Universitario Sportivo di Venezia (CUS Venezia)