By

Ho chiesto al direttore Carlo Rubini di ritornare sull’argomento dell’elezione del sindaco e sulle possibilità di coinvolgere i cittadini nelle scelte di politica comunale. Riprendo alcuni punti, con lo scopo di sottometterli alla riflessione dei lettori di Luminosi Giorni.

Nel precedente articolo “Un uomo (solo?) al comando”(https://www.luminosigiorni.it/2020/06/un-uomo-solo-al-comando/) accennavo al meccanismo di elezione diretta del sindaco, alla sua titolarità delle politiche comunali e al depotenziamento del consiglio comunale, rispetto alla precedente legislazione.

Alcuni lamentano questo depotenziamento. L’obiettivo primario della legge 81/93 sull’elezione diretta del sindaco era la stabilità quinquennale, la legittimazione da parte del corpo elettorale per consentire al sindaco di portare avanti la sua politica e di sottrarsi alle frequenti crisi di giunta. A tal fine, tra le altre clausole della legge, fu aggiunto il correttivo del premio di maggioranza (descritto nel comma 10 dell’art.73 del Testo Unico Enti Locali): questo perché, introdotto il voto disgiunto, cioè la possibilità di votare un candidato sindaco ed una lista politica a lui non collegata, fu sentita la necessità di dotare il sindaco eletto di una maggioranza a lui favorevole; c’era il rischio che si trovasse alle prese con una maggioranza ostile, con effetti di instabilità, una situazione che nel linguaggio politico americano viene chiamata ”anatra zoppa”.

Il premio di maggioranza, pur non piacendo a molti cittadini, è considerato dai politologi un correttivo tecnico, che apporta effetti di stabilità: con il premio di maggioranza, i casi di anatra zoppa si sono verificati raramente.

E’ opportuno ricordare che sul piano concettuale, il sistema proporzionale “fotografico”, in cui la composizione del consiglio comunale ripropone fotograficamente la proporzione dei voti espressi dai cittadini, non rappresenta la sola espressione di democraticità; la democraticità di un sistema si basa anche sulla possibilità assicurata dal meccanismo elettorale per cui la minoranza può diventare a sua volta maggioranza, quindi si basa sulla reale competizione tra formazioni politiche concorrenti: una concezione dinamica della democrazia.

In tempi recentissimi è successo che più di una città, che per decenni ha avuto un colore politico, sia passata al campo avverso: personalmente la ritengo una espressione di democrazia, ed una opportunità di rinnovamento amministrativo, soprattutto se chi succede al governo comunale riesce a mettere mano alla pletora di servizi locali e aziende partecipate, creando avvicendamenti.

Tornando al consiglio comunale, già quando entrò in vigore la nuova legge 81/93 fu ipotizzato che la minoranza consiliare si facesse carico delle istanze dei cittadini e dei gruppi di interesse meno rappresentati, e si adoperasse per sviluppare una politica di aggregazione, in modo da diventare maggioranza alle successive elezioni: con il passare del tempo, il processo di destrutturazione dei partiti e la crescita dei portatori di interessi esterni ai partiti stessi hanno reso più difficile questa possibilità.

Come possiamo allora potenziare i canali di espressione democratica esterni al governo comunale (sindaco/giunta/consiglio)?

Da più parti si richiama il ruolo delle Municipalità, e “ripartire dalle Municipalità” è uno slogan di comitati o liste elettorali di cittadini a Venezia. Personalmente sono scettico su un ruolo efficace delle municipalità; intanto, rimando all’articolo di Lorenzo Colovini tttp://www.luminosigiorni.it/2020/02/che-modello-per-le-municipalita-2/, un utile quadro su differenti modelli di municipalità.

Esiste l’istituto del referendum, nelle sue varie tipologie: è però da utilizzarsi con molta parsimonia, in quanto si basa su di un voto finale sentenzioso dopo la tradizionale propaganda, con poca discussione sui risvolti del problema in questione e invece con un massiccio bombardamento di slogan.

Esiste il mondo di Internet, per cui alcuni teorizzano il suo utilizzo per una sorta di democrazia quasi continua: è un vastissimo campo di indagine. Tuttavia, al momento, il pessimo uso che ne è stato fatto in Italia dal M5Stelle, tramite la Piattaforma Rousseau, ha contribuito non poco alla sua dequalificazione. Si è trattato di votazioni tramite una piattaforma sottoposta a critiche, in quanto non ci sono dati certificati sul numero di iscritti, e le identità dei votanti non sono protette da anonimato; i risultati sono di dubbia validità; il voto non è certificato da una società terza. In conclusione, una piattaforma ed una procedura di carattere privatistico.

Quali altre modalità rimangono? Esistono altre procedure democratiche, come la democrazia partecipativa e la democrazia deliberativa. Faccio riferimento, per questi cenni, alle sperimentazioni e alle analisi del politologo Luigi Bobbio, studioso di questi processi.
Sono tipologie di partecipazione occasionali e parziali, nel senso che si tenta di coinvolgere parte della società nelle scelte pubbliche; è una partecipazione dei cittadini in scala ridotta, e la composizione dei partecipanti è in relazione alla natura del tema in discussione. Questi processi di partecipazione hanno una tempistica e un termine finale.

Bobbio opera una distinzione di base, riguardante le modalità di svolgimento di queste forme di partecipazione: definisce la democrazia partecipativa come un modello di pressione, che considera la partecipazione un’attività per dar voce a cittadini ed associazioni nei confronti degli amministratori pubblici. E’ uno schema duale, che vede cittadini contrapposti all’amministrazione.

Sono molteplici gli elementi organizzativi da individuare. A chi affidare la gestione del processo di partecipazione? Quali cittadini o gruppi di cittadini coinvolgere? E poi, cittadini attivi o cittadini comuni? Sappiamo che spesso partecipano i cittadini più attivi e organizzati, o i gruppi più aggressivi.

La democrazia deliberativa è invece definita come un modello di confronto, di natura essenzialmente procedurale, in quanto si fonda sulla discussione di argomenti (in inglese deliberation) tra tutti i soggetti coinvolti dal tema. La democrazia deliberativa è quindi una forma di partecipazione più regolata, e si basa su di un ripetuto confronto dialogico tra le varie posizioni. Lo scopo è chiarire i termini del conflitto e trovare punti di intesa.

E’ possibile che queste due forme di democrazia coinvolgenti i cittadini, quella partecipativa e quella discorsiva, riescano a sconfiggere l’effetto NIMBY (not in my backyard, non nel mio giardino), per esempio nel caso di avversione radicale all’insediamento di un impianto di trattamento dei rifiuti?

E’ difficile dirlo; è vero però che in generale queste procedure, dalla gestione laboriosa – quella partecipativa e quella discorsiva – hanno avuto spesso un nemico: i partiti, che, pur essendo protagonisti in crisi della democrazia rappresentativa, non amano essere scalzati o limitati nei processi decisionali.

Toscano di provenienza, risiede da tempo a Venezia-Mestre. Ha avuto Esperienze manageriali in aziende industriali e di servizi pubblici. Collabora con istituti universitari ed enti di ricerca. Da tempo membro della Società Italiana di Studi Elettorali, particolarmente interessato alle dinamiche dei flussi e competente nella materia. Per finire è grande appassionato di fotografia, con predilezione per le cattedrali gotiche.