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Avere tra le mani le due raccolte di poesie di questa autrice veneziana , “Una telefonata di mattina” e “Al buffet con la morte”, e sapere che ci si aspetta una serie di riflessioni sulla sua produzione in versi mi ha messo in certo modo in imbarazzo. Per la prima volta dallo scorso settembre , quando ho cominciato a curare questa rubrica di recensioni , ho a che fare con la poesia, e con un’autrice che vive a pochi chilometri da casa mia e che da anni si è fatta conoscere come autrice di liriche, racconti, saggi, ha condotto una trasmissione radiofonica, ha curato testi teatrali ispirati a scrittrici che sente sue. E si occupa di fotografia.

Scorrendo qualche tempo fa in rete una serie di sue immagini in bianco e nero, ho costruito istintivamente un collegamento tra la sua sensibilità di fotografa e il suo senso della poesia.

Le immagini che ho visto sono concentrate su dettagli di cose, di muri, di scale che corrono verso l’alto, dettagli di statue notissime del passato che si trasformano in qualcosa di sconosciuto e misterioso, sono immagini viste da un vetro, una finestra, il finestrino di un mezzo pubblico.

Non raccontano una storia, mostrano piuttosto attraverso i suoi occhi la sua idea del mondo, che si sbriciola in particolari che ricostruiscono poi un universo privato.

Partendo appunto dalle considerazioni fatte sulle sue immagini viste attraverso un obiettivo, ecco che assumono un significato più chiaro ai miei occhi anche gli innumerevoli particolari che inseguiamo assieme a lei leggendo le sue poesie.

Partiamo dalla prima raccolta, del 2016: “Una telefonata di mattina”.

Qui appare immediatamente in “Io con le parole” una sua relazione biunivoca tra cose-parole-cose. Subito le parole, come prima le immagini, sono una chiave per dare senso al minimo quotidiano ed innalzarlo al livello di una superiore riflessione. La semplicità lessicale, ingannevole di fronte alla profondità dei temi attraverso i quali l’autrice sa condurci, ritorna in un’altra serie di testi di questa raccolta “Un tempo”; “Bisogna”; “Quando”, in cui emerge con urgenza la constatazione che, nel passare inesorabile del tempo, le richieste della vita e del cuore si riducono, si rimpiccioliscono i confini, le esigenze cambiano.”Tante vite? Diomio già una è abbastanza” dice Anna Toscano, e c’è un filo di stanchezza, ma anche la forza che chi sa fare poesia trae nel momento in cui lo afferma.

Il mondo degli affetti familiari resta per sempre, come in “Facendo la punta” o in “E poi ci sono le persone”, di nuovo evocate attraverso i microdettagli del loro quotidiano con straziante nitidezza.

La dimensione dell’amore e degli uomini si sgrana lungo diverse traiettorie, di nuovo sulla linea della vita che li fa baluginare e sparire in fretta, o di nuovo dà loro un colore diverso col tempo:

Amarsi per sempre

Mi pare impossibile,

ma da una certa età

in poi, probabile

in fin dei conti.

Venezia, infine, amatissima, che appare in testi differenti, ora guardata da lontanissimo, durante il soggiorno in un Paese differente, ora solcata in lungo e in largo, sui vaporetti della memoria e dell’affetto.

Il sentimento del tempo che corre implacabile, che già appariva nel presentare in chi ama il fenomeno della demenza senile, crudamente ma sempre col cuore sospeso, ritorna nella seconda raccolta, dal titolo  curioso “Al buffet con la morte”. Qui la morte si siede a tavola, si lima le unghie seduta su di un gradino, fa degli scherzi ai genitori e alla nonna prima che lascino la terra, è una morte piena di vita, di humour feroce, di nuovo infilata nei dettagli che fanno viva la vita, entrando ed uscendo dai giorni degli uomini e delle donne , per non lasciare loro mai alcuno scampo.

La Toscano usa ad un certo punto una espressione che ho trovato bellissima : per la scelta di morire parla di “dormire in lei”, dando una risposta pacata al dolore che si spegne.

E la coperta bianca che copre il corpo della persona cara l’aiuterà a non avere freddo lungo il viaggio verso un mondo diverso.

C’è una espressione che ritorna più volte in testi diversi : “il tuo vecchio corpo”. Sono tanti i vecchi corpi evocati in questi testi, tutti con compassione e leggerezza assieme. Si ha la sensazione che anche il vecchio corpo di chi l’autrice ama sia una cosa che si dissolve in fretta accanto a molto altro. E si inanellano i versi per i vecchi corpi di Janet Frame, di Goliarda Sapienza, di Primo Levi, che si alza in volo.

Alla fine, Anna Toscano, con il suo consueto understatement poetico, prova ad immaginare anche la sua, di morte, e ci incanta di nuovo perché, dopo un  affettuoso accenno ai tanti cari che vorrebbe  si affollassero intorno a lei, ritornata bambina, chiude dicendo “O non sarà così, sarà un attimo e poi niente”.

In questo niente così affollato di senso, di relazioni, di pensieri, lasciamo l’autrice, ringraziandola davvero per la qualità dei suoi lavori, per la spietata immagine del mondo e degli uomini che ci offre, mai disgiunta dalla forza del suo sentire e dalla commozione per l’umana sorte.

 

ANNA TOSCANO, Una telefonata di mattina,La vita felice 2016

ANNA TOSCANO, Al buffet con la morte, La vita felice 2018

Elisabetta Ticcò è nata ed attualmente risiede a Mestre. Laureata in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Padova, nella stessa Università ha poi conseguito un Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Architettura ed Urbanistica. Le sue attività si sono sempre suddivise tra il teatro, con una lunga attività giovanile nella “Bottega del Teatro” di Dario Ventimiglia, e il mondo della scuola, dove ha lavorato presso un Liceo locale per più di 30 anni. Negli ultimi vent’anni si è specializzata inoltre nella disciplina anglosassone del “drama in education”, dopo due Summer Schools presso l’UCE di Birmingham , ed ha operato come organizzatrice di corsi di lettura drammatizzata nelle Biblioteche della Provincia e come formatrice di insegnanti delle Scuole Primarie e Secondarie Inferiori