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Constatato l’imbarbarimento dei toni e insieme la sempre maggiore vischiosità dell’azione politica, a tutti i livelli, si era coltivata in Redazione l’idea di proporre pubblicamente una specie di Codice Etico, o meglio comportamentale. Destinatari coloro che in città hanno un ruolo pubblico, e massime i politici e aspiranti tali (cioè coloro che scenderanno in campo alle prossime Amministrative).

Poi non se ne è fatto nulla. Un po’ per tema di apparire velleitari ma soprattutto perché ci siamo scontrati con la difficoltà, perfino all’interno del nostro ristretto circolo, di definire il perimetro e financo la ratio di questo Codice. Lo scambio che si è sviluppato, tuttavia, è stato utile per riflettere su un problema che grava sulla vita politica di questo Paese (e non solo di questo Paese). Tento dunque di condividere queste riflessioni.

Un primo livello di considerazione è relativo a come si concepisce la battaglia politica. Un modo sano (a mio parere il solo modo sano..) è quello di concepirla come competizione virtuosa a fare meglio dell’avversario. Come due squadre di calcio che scendono in campo per vincere e sanno entrambe che per vincere devono fare più goal degli avversari. Hanno regole condivise e riconosciute. Non è che una delle due pensa che l’altra possa segnare usando le mani e per questo si sente autorizzata a spruzzare lo spray al peperoncino sugli occhi degli avversari.. Nel dibattito politico, locale e nazionale, questo largamente non accade. L’atteggiamento di fondo è di critica aprioristica su tutto ciò che fa l’altra parte. Mai il riconoscimento che questa cosa era giusta, si poteva magari fare meglio (ecco il concetto di competizione virtuosa) ma critiche ad alzo zero solo perché l’iniziativa è dell’avversario. Eppure, soprattutto in ambito locale, gli spazi per competere virtuosamente senza demonizzarsi reciprocamente sono amplissimi. Perché il bene complessivo della comunità che si amministra deve (dovrebbe..) essere prioritario e in moltissimi casi gli obiettivi sono condivisi e si differisce semmai (e non sempre) sul come raggiungerli.

Si potrebbe obiettare che, grazie tante, è una semplice questione di bon ton, una questione di lessico e di comportamenti moderati e rispettosi. Non è proprio così in realtà, perché condurre la dialettica politica e sociale riconoscendo, in partenza almeno, la buona fede dei soggetti in campo è il classico caso in cui la forma si fa sostanza e facilita in modo sostanziale il raggiungimento di obiettivi che, ripeto, in molti casi sono comuni (proprio perché attengono al bene collettivo).

Un esempio (locale) tra i mille possibili.

Pellicani fa un’iniziativa parlamentare per regolamentare gli affitti turistici e il Sindaco, che pure agli affitti turistici si è messo timidamente a fare la guerra (vedi la trovata dell’obbligo di fossa settica) non gli dedica neppure una parola di plauso. Il Comune prende l’iniziativa degli affitti ai giovani per il commercio di prossimità e Dodi commenta “solo propaganda”. Siamo di fronte a parti contrapposte che (in buona misura) condividono un obiettivo generale ma non si riconoscono reciprocamente il contributo che possono dare al suo perseguimento (con il risultato verosimile di rendere più difficile il successo).

Naturalmente la questione non si esaurisce a questo livello. Sarebbe troppo semplice. Esistono circostanze in cui contrapposte forze politiche divergono in modo radicale e talvolta ideologico sulle ricette e sulle risposte a un certo problema. Esempi a mille: l’antitesi destra/sinistra sulla politica fiscale (flat tax e patrimoniale), talune impuntature ideologiche dei cinquestelle, i temi etici e, in ambito locale, le posizioni ambientaliste (es. “non un metro di scavo in Laguna”) che non ammettono compromessi.

In questi casi non c’è compromesso possibile: l’unica ricetta è chiarezza delle posizioni, possibilmente facendosi carico di proporre soluzioni accettabili e concretamente realizzabili dal punto di vista delle risorse e delle ricadute sul piano sociale, economico e ambientale (il che, diciamolo, non avviene spesso) e poi contarsi: democraticamente e serenamente contarsi e procedere consequenzialmente.

Purtroppo, di norma avviene esattamente il contrario. Nei (molti) casi in cui c’è una sostanziale condivisione degli obiettivi si ricerca lo scontro in modo artificioso e si gioca a dividersi per motivi di tornaconto politico. Viceversa, i temi davvero (e legittimamente) divisivi si evitano, si rimandano, si lasciano macerare sperando si dissolvano. Il Governo Conte ne ha fatto un’arte.

Ma anche a livello locale siamo nella stessa situazione. Esempio recente: Baretta ha replicato dettagliatamente alla (sconclusionata) accusa di Venturini su una presunta mancata opera a favore di Venezia nella sua azione di governo (precisando tra gli altri di aver contribuito a fare avere un contributo alla.. bocciofila di Zelarino!). Ma, a meno che non mi sia sfuggito, una posizione chiara su, per esempio, dove (e se) accogliere le Grandi Navi non la conosciamo ancora. Eppure Baretta e Venturini hanno entrambi le migliori intenzioni, sicuramente condividono l’obiettivo di fare arrivare in Laguna più denari possibile e certamente una parte di quei denari la spenderebbero per gli stessi scopi ma, essendo politicamente competitori, polemizzano su meriti e demeriti dell’opera del Sottosegretario. Questione sostanzialmente risibile. Al contrario, sapere chiaramente cosa pensa Baretta dei grandi temi ambientali e delle implicazioni sociali e economiche è una questione vitale per i suoi potenziali elettori.

Sia chiaro: non ce l’ho con Baretta né con Venturini. Sono entrambi vittime di un andazzo decennale.  Ma non va bene così.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.