By

Zingaretti si mise a urlare, testualmente: «E noi chiederemo, è ovvio, e faremo con i nostri gruppi parlamentari perché si metta in agenda, e noi ci batteremo per farlo approvare perché gli italiani sono molto più avanti del Parlamento, lo ius culturae e lo ius soli, come grande scelta di campo del Partito democratico, ma certo che lo faremo, e combatteremo in aula!».

Era il 17 novembre 2019. Di tale virulenta battaglia in aula, ovviamente, nessuno ha più avuto notizia.

E poi c’è il caso più clamoroso: il recente voto parlamentare a favore del rifinanziamento della cosiddetta guardia costiera libica, dopo che l’Assemblea nazionale – cioè il massimo organo democratico interno – aveva approvato una mozione che chiedeva l’esatto opposto. Approvata, attenzione, all’unanimità.

Quando si provano a far notare simili incongruenze, s’incontrano alcune obiezioni.

La prima è che il Partito democratico non governa da solo e non può fare tutto quello che vorrebbe.

A margine bisognerebbe ricordare come Salvini, nel Conte 1, abbia imposto la sua agenda politica partendo da un rapporto di forza che nelle elezioni del 2018 lo vedeva alla metà dei consensi del M5S.

In meno di 1 anno ha invertito i rapporti di forza. Volendolo, lo si può fare

Proprio la vicenda del rifinanziamento della missione libica, e prima dello ius culturae, mostra tuttavia come il problema non sia che non può, ma che non vuole.

Al punto che non solo non ci prova neanche, ma è disposto persino a farsi beffe delle stesse decisioni democraticamente adottate al proprio interno, pur di tenere il punto e non cambiare niente.

E poi, cari democratici, scusate tanto, ma se il motivo per cui non potete fare tutte le belle cose che altrimenti fareste è che governate in coalizione con quei cattivoni dei cinquestelle, per quale ragione, di grazia, vorreste presentarvi con loro a tutte le prossime elezioni, arrivando persino a definire tale alleanza il «nuovo centrosinistra», come ha fatto Zingaretti?

Ancora oggi, di fronte alle critiche, il Presidente della Regione Lazio (è lì che ha dato il meglio di sé, sull’altro fronte: “contentarse”) non manca mai di ricordare che lui questo governo neanche lo voleva.

Il che è verissimo.

Ma è piuttosto curioso che a ricordarlo sia chi propone di trasformare l’attuale maggioranza nella coalizione elettorale di domani.

Insomma, delle due l’una: o l’alleanza non funziona, e allora si eviti di ripresentarla alle elezioni, oppure funziona, rappresenta un modello da esportare alle regionali come alle politiche, ma allora chi la propone poi non può replicare a ogni obiezione che lui non la voleva mica, che lui non c’entra niente, che lui neanche si chiama Nicola.

Per anni e anni, prima nel Partito comunista e poi nei partiti suoi eredi, senza contare le rigogliose stagioni del riformismo cattolico e socialista, non si è parlato altro che di riformismo, di innovazione, di modernizzazione dei programmi e dei linguaggi; mentre adesso fa impressione questo ristagno della battaglia riformista, al di là di sporadici tentativi individuali che, come tali, non hanno mai la forza per diventare lotta politica.

E il riformismo si riduce ad almanacco buono per lettori acculturati invece di affermarsi come piattaforma di azione concreta.

Il punto che però merita di essere discusso è capire perché questa afonia dei riformisti abbia preso alla gola proprio il principale partito riformista italiano, il PD, nel quale oggi invece prevalgono riflessi antichi e antiche certezze: dal neo-statalismo a una patetica riverniciatura dello schema classe contro classe, a una marginalizzazione dei temi ideali, a una gestione del partito meno pluralista di un tempo, fino – soprattutto – a una lettura o cinica o sbagliata delle forze in campo.

Il centrosinistra infatti (dall’Ulivo in poi, 1996) è uno schieramento plurale con una certa idea dell’Italia: europeismo, apertura, democrazia economica, stato sociale, privatizzazioni, diritti del cittadino, sistema maggioritario, decentramento eccetera.

Tutte cose che con ogni evidenza nulla hanno a che fare con il M5S, un partito fondato sul populismo a-ideologico e post-democratico alimentato dal falso mito della democrazia diretta e del tutto opaco in fatto di vita interna.

Ecco perché considerare i grillini di centrosinistra non è un errore, è un vulnus culturale.

Come mai tutta l’area riformista al massimo bofonchia qualche perplessità e sempre a microfoni spenti?

O se parla viene bastonata (mediaticamente parlando) che neanche ai tempi dello scontro Togliatti-Vittorini.

Il PD rimane abbarbicato al suo senso di responsabilità e usa l’alibi di quelli che sono usciti e che l’avrebbero indebolito salvo poi affermare petto in fuori “Questa è una forza politica che negli ultimi anni è stata rimessa in discussione non solo dalle destre, i nostri avversari, ma che ha subito diverse scissioni, alcune delle quali, per stessa ammissione di chi le ha provocate avevano come unico obiettivo quello di distruggere il PD, oggi possiamo dire che abbiamo vinto noi e hanno perso loro”.

La vittoria si misurerà con i voti, non certamente con i proclami e nemmeno con i sondaggi che non sono poi così entusiasmanti, a voler essere obiettivi.

Ma la verità è molto più semplice: la vecchia e cara ditta del PD non ha mai perso il proprio animus, ossia, quello di boicottare ed emarginare le teste pensanti.

L’anima dalemiana del PD ha ottenuto quello che voleva da tempo: uccidere un leader emergente e vincente perché al di fuori dei vecchi schemi.

La scelta riformista, le proposte, le decisioni anche in questo primo anno di governo giallo-rosa sono tutte arrivate sulla spinta di Matteo Renzi e di Italia Viva, persino durante il periodo del duro lockdown quando tutti, ma proprio tutti, pensavano solo al Covid-19, neanche fosse la Peste del XXI secolo.

E invece Renzi provava a prefigurare la via di uscita sia sul piano economico, con il piano delle infrastrutture che su quello del nodo dei nodi nazionali: l’istruzione.

Sbeffeggiato e “insultato”, come ormai è costume da parte dei molti maitre à penser nazionali, salvo poi accodarsi, in ritardo, alle indicazioni del senatore di Rignano.

Adesso c’è la prova del 9: la UE ha compiuto un vero capolavoro politico e ha varato un piano di rilancio economico, sociale, strutturale dotandolo di una messe di denari che mai sarebbe stato varato in tempi di andamento lento della politica.

Arriveranno molti soldi, bisognerà impegnarsi a finalizzarli a riforme strutturali, quelle riforme che in tutti i decenni che cominciano dalla fine della Prima Repubblica, a livello governativo mai sono state non solo praticate, ma nemmeno pensate.

Alcune solo parzialmente adottate durante il triennio del Governo 2015-2018.

Ci saranno i controlli (le condizionalità) dello stesso Consiglio europeo: siamo al dunque, vedremo se i riformisti, quelli del PD in primis, saranno in grado di imporre una visione coraggiosa e lungimirante.

O non sbanderanno come hanno fatto persino su Quota 100, sul Reddito di Cittadinanza o su Alitalia.

Perché i debiti son debiti e l’Europa (e i mercati), dopo aver tanto concesso, non perdonerà.

Veneziano, con i piedi nell’acqua, dalla nascita (1948). Già Amministratore Delegato di una Joint Venture italo-tedesca di accessori tessili con sede a Torino. Esperienze di pubblico amministratore nei lustri passati. Per lunghissimi anni presidente del Centro Universitario Sportivo di Venezia (CUS Venezia)