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In tempo di Covid19 ci siamo abituati a vedere il Venezia Calcio non più dalle tribune dello Stadio Penzo a Sant’Elena ma a casa davanti al PC collegato in streaming.
Immancabilmente la prima immagine ripresa dalle telecamere di Dazn è una panoramica dall’alto che, invece che inquadrare il terreno di gioco, spazia sopra la tribuna distinti per esaltare lo sguardo sullo splendore della Laguna davanti al Lido.
Tutt’altra cosa quando la ripresa si abbassa sullo stadio. La partenza non è male, ovviamente il pubblico non c’è ma fa spicco la marea di seggiolini arancioneroverdi per lasciare spazio all’enorme scritta VENEZIA fatta con seggiolini bianchi bene incastonati tra quelli multicolore che rappresentano la squadra. Ma, quando l’inquadratura si allarga cadono le braccia.
La tribuna distinti è stata tagliata alle estremità per ridurre a 7.500 il numero massimo di spettatori. Al posto di tali due estremità c’è…niente. Anzi, due vuoti che potrebbero essere di fango di barena se le preesistenti tribune non avessero lasciato il ricordo di una distesa di cemento e un muro di cinta scrostato che qualche mano pietosa ha ricoperto di una grande pubblicità, dalla parte del Diporto Velico, e in questi giorni di una modesta imbiancata dall’altra parte per coprire un muro che faceva pena.
La Curva Sud, ridotta ai minimi termini, non presenta particolari défaillances, mentre la Curva Nord, tolta la parte riservata ai sostenitori ospiti, semplicemente è stata dimezzata e al posto delle gradinate adesso si può spaziare lo sguardo su una specie di cantiere edile dove trovano posto trattori, materiale di risulta, attrezzi non bene identificabili.
La tribuna centrale coperta, non inquadrabile dalle telecamere, è invece imperitura nei secoli, con la sua copertura assicurata con colonnine distribuite sapientemente in modo che gli spettatori possano tenere in buon esercizio ginnico le torsioni del collo (altrimenti i gol, invece che vederli, se li possono sognare).
Stendiamo un velo pietoso sui servizi posti sotto le gradinate scoperte (almeno lì sotto non entrano le telecamere).
Ebbene, in tale ambiente sono soliti entrare anche molti turisti stranieri attratti dal nome del calcio italiano e dal fatto che anche a Venezia ci si giochi in un campionato di buon livello. E la domanda ricorrente di questi turisti é. “ok, questo è l’antistadio, ma lo stadio dov’è?”
Appunto, dov’è?
E’ sempre nell’ambito dei sogni, come fin dal 1954, quando per la prima volta si è parlato del nuovo stadio. E pensare che ora non c’è più alcun ostacolo sulla localizzazione e sui modi in cui intervenire. Ma, se ora lo stadio sembra non avere più le rotelle, adesso non c’è più nemmeno un progetto. Saltato completamente il cronoprogramma presentato due anni fa da Joe Tacopina. Per cui non ci si può presentare alla conferenza dei servizi con la Regione Veneto.
Duncan Niederauer, nuovo presidente arancioneroverde, ha però assicurato che tra sei/dodici mesi tutto sarà sistemato (la parte finanziaria) e proprio per questo in questi giorni è stato in città per un periodo prolungato e per definire molte trattative con possibili investitori. C’è infatti in piedi una società neocostituita tra imprenditori locali (di peso) per affiancare la proprietà americana del club per l’aspetto immobiliare.
Nel frattempo anche le Ferrovie dello Stato hanno pensato bene di metterci il loro carico progettando la nuova linea che si collega con l’aeroporto escludendo la già concordata stazioncina stadio. Ma qui potrebbero esserci cambiamenti in positivo, visto che anche il tracciato è stato bocciato da una miriade di opposizioni di ogni tipo e quindi la fermata stadio potrebbe rientrare in gioco.
Niederauer, in ogni caso, ha assicurato che il progetto stadio avanzerà indipendentemente dall’esito del campionato in corso e, quindi, anche nella malaugurata ipotesi di una retrocessione del Venezia in Serie C. Con possibilità che la squadra possa andare a giocare nel nuovo impianto tra il 2023 e il 2025.
Se il Venezia rischia la Serie C, non altrettanto si può dire della Reyer. La squadra di basket è l’équipe più titolata in Italia negli ultimi quattro anni (vinti due scudetti, una Coppa Italia, una coppa europea) e ha tutta l’intenzione di non fermarsi a specchiarsi sui recentissimi trionfi.
L’aspirazione sarebbe quella di riuscire ad entrare in Euroleague (la NBA europea) ma per essere ammessa non basta vincere campionati e coppe, bisogna avere un impianto da almeno 12/15 mila spettatori. E non si scappa, se pensiamo che qualche grande squadra europea sta giocando in limitata deroga sul suo campo che ha una capienza di oltre 9mila spettatori.
L’intenzione della Holding Umana, proprietaria della Reyer, vorrebbe erigere un nuovo palasport sul terreno di sua stessa proprietà in zona Pili (inizio Ponte della Libertà) ma ci sono molti ostacoli (terreno da disinquinare, possibili difficoltà autorizzative, ostruzioni politiche per timore di conflitti di interesse per il Sindaco).
L’idea nuovo palasport, al pari del nuovo stadio, sembra comunque non essere avversata da nessuno. E’ la localizzazione che trova ostacoli, i contrari ai Pili proporrebbero in alternativa di erigere anche il Palasport in zona Tessera accanto allo Stadio. Ma il problema si sposterebbe sui costi in quanto il terreno a Tessera andrebbe acquistato, mentre la zona Pili è già di proprietà Reyer.
Nessun problema invece per quanto riguarda i rétail commerciali in quanto la legge sugli impianti sportivi di proprietà consente espressamente di poter aprire albergo, ristoranti, bar e quant’altro (non centri commerciali) al fine di assicurare i successivi fondi per garantire il funzionamento degli impianti sportivi stessi.
L’idea Pili, inoltre, sarebbe ben vista quale saldatura vera e propria tra città d’acqua e città di terra, oltre che recuperare una zona paludosa, malsana e antiestetica di fronte alla bellezza della città.
Di tutta la questione Pili se ne è ampiamente occupata Luminosigiorni.it in precedenti articoli.
E anche su questa vicenda, nel frattempo, è calato il silenzio.
Certo che guardare quanto offre l’impiantistica sportiva in Italia tra stadi e palasport costruiti o rifatti a nuovo anche in cittadine di poche decine di migliaia di abitanti c’è da rimanere sbalorditi. Mentre a Venezia, definita la città più bella del mondo, in questo ambito di bello sembrano esserci solo le parole. Anzi, neanche quelle.
Giornalista pubblicista nato a Venezia nell’anno della Liberazione.

Dirigente, per 40 anni, dell’Università IUAV Venezia. Per due tornate anche consigliere di amministrazione.

Fondatore e direttore responsabile, per 25 anni, del periodico di cultura sportiva VE.Sport e del giornale on line VE.Sport.it.

Autore e coautore di 15 libri di sport tra cui: “In campo”, “Venezia 1907, una squadra metropolitana”, “La Reyer e i cento anni della pallacanestro a Venezia”, “Campioni x 30”, “Trentatreperiodico”, “Lo scudetto dimenticato”, “Pragmatico sognatore”.

Produttore esecutivo e sceneggiatore del documentario “Una Laguna, cento anni, mille gol” .

Redattore di “Basket 2000”, corrispondente de “I Giganti del Basket” e “Superbasket”.

Curatore, in periodi diversi, dell’Ufficio Stampa di Reyer, Venicemarathon, Nazionale Italia Volley a Venezia, Panathlon International Mestre.