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da EMANUELE PELLEGRINI DUZZOLO, dell’associazione Garanzia Civica, riceviamo e pubblichiamo

…non andiamo più in discarica già da molti anni e adesso, tra poco, non inceneriremo mai più i rifiuti.” Con queste parole il Dott. Razzini, a.d. Veritas, a fine 2013 annunciava la chiusura dell’impianto di termodistruzione a recupero energetico di Fusina; e la chiosa redazionale di Antenna 3 andava precisando: “La differenziata dunque cresce, e così il combustibile da rifiuti, il cosiddetto CDR, non arriva alle duecentoquarantamila tonnellate permesse ogni anno, dunque il termovalorizzatore non serve più. Solo in emissione in atmosfera spariranno così cinquantaduemila tonnellate di CO2 all’anno”. Quei toni di rasserenante concordia di allora hanno oggi lasciato il campo alla conflittualità sociale dei molti che avversano il progetto di aggiornamento tecnologico dell’impianto di proprietà di Ecoprogetto Venezia s.r.l., il cui iter autorizzativo è in via di approvazione definitiva dopo aver superato la V.I.A regionale.

Ma che cosa è effettivamente cambiato nell’ambito della gestione dei rifiuti urbani e nelle condizioni al contorno dal 18 febbraio 2014 data della chiusura?

  • È cambiato l’inquadramento giuridico di combustibile derivato da rifiuto CDR. La legislazione in materia ha subito una evoluzione complessa e già il D. Lgs. 205/2010, che recepiva la direttiva quadro sui rifiuti 2008/98/CE, ne aveva rideterminato la specifica, sancendo quale nuova norma tecnica di riferimento la UNI CEN/TS 15359 e imposto la nuova designazione in CSS (combustibile solido secondario). Con esso veniva così ad essere sostanzialmente modificato l’art. 184 del Testo Unico Ambientale D. Lgs. 152/06 al quale veniva quindi annesso l’art. 184-ter relativo alla “cessazione dello stato di rifiuto” “secondo criteri specifici”. In particolare i requisiti che devono essere rispettati affinché si possa parlare di cessazione della qualifica di rifiuto sono: “utilizzo per scopi specifici della sostanza od oggetto; l’esistenza di un mercato o di una domanda per tale sostanza od oggetto; il rispetto da parte della sostanza od oggetto dei requisiti tecnici e della normativa standard esistenti e ad essi applicabili per gli scopi per i quali ne è previsto l’utilizzo; che la sostanza o l’oggetto non abbiano impatti complessivi negativi sull’ambiente o sulla salute umana”. In definitiva veniva aperta la possibilità di un combustibile derivato che avesse lo status giuridico di prodotto finito da porre sul mercato libero. Tesi questa che verrà ulteriormente normata dal D. Lsg. 22/2013 “Regolamento recante disciplina della cessazione della qualifica di rifiuto (End of Waste) di determinate tipologie di combustibili solidi secondari CSS ai sensi dell’art. 184-ter, comma 2, del Decreto Legislativo 3 aprile 2006 n. 152 e successive modificazioni”. Questo al suo art. 3 definisce il “CSS-Combustibile” come il sottolotto di combustibile solido secondario CSS per il quale risulta emessa dal produttore una dichiarazione di conformità dalla quale si desuma il possesso delle caratteristiche chimico-fisiche definite dalle classi 1, 2 e 3 della matrice di classificazione fornita dalla norma tecnica UNI  EN 15359 e il rientro nei valori limite della mediana per i parametri chimici relativi ai metalli pesanti ed obbligo della specificazione della media dei valori riscontrati nelle ceneri ed umidità per i quali i limiti sono però rimessi agli accordi commerciali tra produttore e utilizzatore;
  • Va diminuendo progressivamente la quota di CSS assorbito dalla centrale Enel Palladio e cesserà definitivamente fra quattro anni, benché nella sua dichiarazione ambientale del 2016 ENEL si fosse prefissata l’obiettivo di ottenere per il 2018 l’autorizzazione dal MATTM per incrementare da 70˙000 a 100˙000 tonnellate annue l’utilizzo di CSS a fronte di una complementare riduzione del carbone in alimentazione; cosa che se realizzata avrebbe comportato la necessità di un parziale approvvigionamento di CSS da fornitori esterni alla provincia di Venezia;
  • Sono fatalmente cambiate la condizioni di equilibrio gestionale della Discarica di Piave Nuovo a Jesolo, la discarica sorta nel 1981 a circa 1 Km a sud dell’argine destro del fiume Piave, in una temperie normativa molto diversa dall’attuale e la cui previsione progettuale originaria le assegnava una vita utile fino a ottobre 2015, è oggetto di lavori di adeguamento strutturale e di compensazione che la ridimensionano a una potenzialità media di 68.000 tonnellate/anno per continuare a recepire, come rifiuto prevalente, il sovvallo prodotto dagli impianti di trattamento meccanico delle frazioni di rifiuto differenziato e residuo classificato come CER 19.12.12 “altri rifiuti” (compresi materiali misti), non contenenti sostanze pericolose. Un CSS prodotto finito non potrebbe esservi accolto in quanto non più rifiuto, sarebbe necessario un suo declassamento a rifiuto CER 19.12.12, potrebbe però esservi comunque conferito, nei limiti di massa autorizzati, l’intermedio di lavorazione il cosiddetto “stabilizzato-tritovagliato”;
  • Sono cambiate le aspettative globali di fronte ai sempre più gravi effetti del cambiamento climatico: l’accordo di Parigi, ratificato dall’Unione europea il 5 ottobre 2016, è giuridicamente vincolante. Per riuscire a contenere il riscaldamento globale entro la soglia di 1,5°C, reputata sicura dal Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC), si dovrà raggiungere il traguardo “emissioni zero” entro il 2050. Le “emissioni zero” o più propriamente “neutralità carbonica”, consistono nel raggiungimento di un equilibrio tra le emissioni e l’assorbimento di carbonio dall’atmosfera. Per raggiungere tale obiettivo, l’emissione dei due principali gas serra, anidride carbonica e metano, dovrà essere controbilanciata dal riassorbimento del carbonio. Il concetto è basato sull’ipotesi che il carbonio rilasciato durante la combustione di materiali biologici non contribuisca ad aumentare la concentrazione di CO2 in atmosfera, poiché verrebbe quantitativamente riassorbito con la ricrescita della vegetazione. Questo non accade nel caso dei combustibili fossili, dato che i tempi per la loro formazione non sono in scala antropica. Il portato necessario di questo assunto sarebbe che si vada instaurando progressivamente un regime di “economia circolare” a scapito di quello cosiddetto di economia lineare che sarebbe divenuto via via dominante a partire dalla prima rivoluzione industriale;
  • E’ sensibilmente aumentata la quota di partecipazione nella proprietà di Ecoprogetto Venezia s.r.l. da parte di società private. É inevitabile che le scelte strategiche aziendali si spostino dall’obiettivo di una mera fornitura di sevizi in progressivo efficientamento, proprio del carattere pubblico ancora sottostante alle società “in house”, alla realizzazione di profitti crescenti.

 

Rifiuto o prodotto finito?

Il sistema industriale di Veritas tratta ogni anno circa 150˙000 tonnellate di rifiuto secco indifferenziato, che rappresenta una parte minoritaria dei rifiuti conferiti, per ottenere circa 60˙000 tonnellate di CSS. Il rifiuto secco indifferenziato diminuisce ogni anno, grazie all’aumento della differenziazione. La raccolta nel territorio del Bacino nel 2018 ha prodotto complessivamente 530˙000 tonnellate di rifiuti e Venezia è risultata, con il 68,5%, la prima Città metropolitana in Italia per percentuale di raccolta differenziata, per l’avvio a riciclo dei materiali come vetro, plastica, metalli, frazione organica compostabile e carta (fonte Ispra). Va ricordato che tutti i cicli e i trattamenti di Veritas sono certificati e tracciati fornendo così una garanzia per i cittadini e il territorio. Nella relazione annuale 2016 di Ecoprogetto s.r.l. per la certificazione di tracciabilità del suo CSS si dichiara, per quanto riguarda la qualità del CSS prodotto, che le analisi interne periodiche svolte secondo gli standard previsti dalla norma tecnica UNI EN 15359 e finalizzate alla classificazione del materiale in uscita dalle due linee produttive, hanno fornito evidenza che il parametro Potere Calorifico Inferiore (PCI) del materiale prodotto mostra valori sempre al di sopra di 15 MJ/kg t.q., valore limite minimo necessario per l’assegnazione della classe 3 e quindi per la cessazione della qualifica di rifiuto. Similmente, sebbene molto prossimo al limite massimo dell’1%s.s. definito dalla norma UNI EN 15359, anche il parametro Cl (quantitativo di cloro), riscontrato in tutte le determinazioni analitiche, permette l’assegnazione della classe 3 sufficiente per la cessazione della qualifica di rifiuto e a meno di una sola rilevazione su dieci anche per il parametro Hg, cioè quantità di mercurio, si è mantenuta nel range necessario per classificare il CSS come prodotto e non più come rifiuto. Qualifica “End of Waste” pienamente conseguita dunque.

 

Dal bilancio di esercizio 2018 di Ecoprogetto s.r.l. si rileva che il suo CSS viene valutato come prodotto finito solo per la quota che viene effettivamente ceduta alla centrale ENEL Palladio infatti nel capitolo “Relazione sulla gestione” si dichiara:« L’esercizio 2018 è stato caratterizzato da un sostanziale cambiamento nella gestione dei flussi in uscita dal polo di Fusina rispetto al sistema consolidato nel quinquennio precedente, cambiamento guidato principalmente dall’aumento dei costi unitari reperibili sul mercato per lo smaltimento delle frazioni identificate con CER 191210 (Combustibile da rifiuti), CER 191212 (Altri rifiuti da trattamento meccanico), CER 200307 (Rifiuti ingombranti)», mentre nel capitolo “Nota integrativa” alla voce “Prodotti finiti e merci” è citata la giacenza inventariale di magazzino di 1˙220 tonnellate della:« Quantità di CSS veicolabile presso Enel Palladio Fusina»  con una valorizzazione di 2,35 €/tons. In sostanza il rifiuto non materialmente riciclabile viene lavorato per trasformarlo in CSS prodotto finito per il quale ad oggi se non si trovano sbocchi di mercato alternativi a ENEL Palladio viene derubricato a rifiuto di cui farsi carico per un suo smaltimento.

Ma da più parti ci si chiede perché non si riesca a pervenire almeno a una cessione non onerosa per Veritas del suo CSS prodotto finito, con i soli costi di trasporto a carico dell’acquirente per modo che sulle bollette non continuino a gravare i costi di produzione e smaltimento della stessa cosa.

 

Dell’ostinata vaghezza

Per buona parte, le osservazioni sollevate dalle Associazioni fanno riferimento ai dati comunicati con l’istanza alla Commissione V.I.A. regionale. Sulla base di quanto vi è espressamente dichiarato, si paventa la possibilità di un utilizzo dell’impianto potenzialmente peggiorativo delle condizioni di impatto ambientale in quanto i dati forniti sono manifestamente incongruenti con i bilanci di materia ed energia che da essi si ricavano e sulla base di questi bilanci contestano la competenza regionale della procedura di valutazione d’impatto ambientale che, per l’aspetto quantitativo realmente in gioco, dovrebbe essere assunta dalla commissione statale .

Le osservazioni raccolte e sollevate da Regione Veneto mettono invece in evidenza gravi carenze procedurali e non conformità legislative in molti passaggi che potenzialmente si ripercuoterebbero sulla incisività del procedimento di valutazione ma soprattutto viene posto:« Da tenere in considerazione che per quanto riguarda il trattamento di termovalorizzazione, i due impianti funzionati in Veneto (impianti di Schio e Padova) hanno una potenzialità complessiva di 303.680t/anno e nel 2017 hanno ricevuto circa 224.000t di RU, dunque con una capacità residua di 79˙680 tonn., ampiamente sufficiente per assorbire la produzione di CSS di Ecoprogetto srl. Dunque non si comprende quale sia la reale motivazione di una richiesta di capacità produttiva così elevata, addirittura del 160 percento in più, se non con l’importazione di CSS da fuori regione».

Le osservazioni prodotte dal Comune di Venezia rimarcano contraddizioni di merito nella documentazione progettuale prodotta dall’istante e la mancanza di un completo ed esaustivo “bilancio emissivo dei gas climalteranti a supporto delle affermazioni riportate” e mettono in evidenza come non vi sia chiarezza su come si intenda ripagare i costi dell’ingente investimento da mettere in campo per la ristrutturazione impiantistica.

Se queste contestazioni possono apparire fondate, sembrano altrettanto congrue e ragionevoli le motivazioni di opportunità e urgenza economico/gestionale addotte da Veritas che si possono riassumere nell’insostenibilità di esternalizzare uno smaltimento delle 60˙000 tonnellate di materia indifferenziata posto che in discarica può essere convogliato al massimo il 4% della massa complessiva di RSU raccolti. Non sono invece credibili le rassicurazioni rese verbalmente, a cui non corrisponde una esplicita chiarezza nella documentazione prodotta, sull’eventualità di un utilizzo futuro dell’impianto di termodistruzione con materiali derivanti da rifiuti estranei al territorio attualmente servito da Veritas.

 

L’anello mancante, la direttiva SUP e il destino delle plastiche non riciclabili

Il CSS rappresenta dunque il veicolo di un recupero energetico di materiali che allo stato dell’arte non sono tecnicamente riciclabili. Le sue componenti sono in definitiva:

  • una frazione organica residua (derivati della cellulosa, pellami, tessuti ecc.);
  • inerti residui che, non partecipando significativamente alla combustione, incrementano la massa di ceneri;
  • una frazione di plastiche frammiste o “sporche” (si pensi ad es. alle bottiglie e ai flaconi con etichetta di carta incollata) che originano dalla lavorazione del petrolio e quindi di natura “non rinnovabile”.

L’inceneritore, pur se “termovalorizzante”, deve essere considerato una macchina intermedia rispetto allo smaltimento dei rifiuti propriamente detto, nel senso che dalla combustione di 1 tonnellata di rifiuti si generano rifiuti secondari: solidi, costituiti da scorie e ceneri in misura complessivamente di circa 250÷300 kg che sono classificati rifiuto tossico nocivo; aeriformi e liquidi vaporizzati nella misura di circa 6˙000 Nm3 di fumi al camino che veicolano i microsolidi del particolato primario e generano il particolato secondario; una puntuale stima degli impatti e delle esternalità ambientali dovrebbe essere fatta ed oggi, da questo punto di vista, non sono disponibili valutazioni condotte con rigorosa precisione. In assenza di queste conoscenze i bilanci economici ed ecologici risultano spesso illusori. La discarica controllata costituisce un sistema sostanziale di smaltimento che presenta naturalmente anch’essa importanti effetti e rilasci ambientali, occupazione di territorio non destinabile per lungo tempo ad altri usi, un percolato allo stato liquido che deve essere quantitativamente captato e innocuizzato, ma non produce ulteriori rifiuti solidi da gestire e smaltire a valle.

Ad oggi, nei CSS da rifiuti urbani la componente “plastiche non riciclabili” si attesta mediamente attorno al valore del 12% in peso e concorre ad elevare il valore del parametro qualitativo Potere Calorifico Inferiore (PCI). Nel dicembre del 2015 la Commissione Europea promulgò il documento definitivo “L’anello mancante – Piano d’azione dell’Unione Europea per l’economia circolare” che andava a fissare le linee guida strategiche per la successiva produzione normativa in materia di processi di produzione di beni e servizi rivolti al consumo di massa. Si definiva lì di preminente importanza la fase di ingegnerizzazione ecocompatibile per rendere sempre più riciclabili i prodotti finiti e sostenibili i servizi. Se considerata alla luce delle recenti norme europee:

  • Direttiva (Ue) 2019/904 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 5 giugno 2019 sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente”, norma che vieta o limita la vendita di articoli monouso in plastica e che gli stati membri dovranno recepire nella legislazione nazionale entro la fine del 2021;
  • Decisione di Esecuzione (Ue) 2019/2010 della Commissione del 12 novembre 2019 che stabilisce le conclusioni sulle migliori tecniche disponibili (BAT), a norma della direttiva 2010/75/UE del Parlamento europeo e del Consiglio per l’incenerimento dei rifiuti”;

si intravede come l’impiego della plastica non riciclabile nei prodotti di largo consumo andrà rapidamente diminuendo in un futuro molto prossimo determinando di riflesso una drastica diminuzione della percentuale presente nei rifiuto indifferenziato e quindi nel CSS. Concorre inoltre a questa sicura diminuzione la corsa tecnologica in atto verso uno sfruttamento su scala industriale della pirolisi delle plastiche non riciclabili, processo di trasformazione che va a costituire non più un riciclo di materiale ma un riciclo molecolare, cioè non si recupera il polimero, ma le sue molecole in forma di un olio idrocarburico che diviene materia prima per ulteriori trasformazioni chimiche. In questa prospettiva la produzione di CSS potrebbe perdere ogni interesse economico/ecologico e cadere in obsolescenza in breve tempo.

 

Dei delitti e delle pene

V.I.A. e A.I.A sono atti amministrativi finalizzati a mantenere una forma di controllo sulle attività interagenti con l’ambiente nel loro insieme concorrente (sia in modo diretto che indiretto), attraverso strumenti scientifici e procedure al fine di prevedere e valutare le conseguenze per evitare, ridurre e mitigare gli impatti sul territorio. Ambiente e territorio sono lì concepiti in condizione di separatezza dalla “civitas” che li abita per cui gli strumenti scientifici e procedurali in dotazione non considerano fenomeni indotti di natura socio-economica come potrebbe essere una favorevole congiuntura alla proliferazione di attività criminali. Quel che qui vorremmo portare all’attenzione è perciò un aspetto sottaciuto della questione che riguarda la pervasività di una certa criminalità organizzata nell’economia lucrativa del trattamento dei rifiuti. Si avverte la necessità, da parte delle associazioni civiche, di esercitare un controllo puntuale sulle attività connesse già nella fase preliminare all’esecuzione di esse. Sono passati solo sette anni dall’esito del procedimento giudiziario a carico dell’impresa C&C con stabilimenti a Resana, Due Carrare e Malcontenta di Mira, località confinante con Fusina, per l’attività criminosa perpetrata sulla scorta di regolari autorizzazioni e concretizzatasi in un disastro ambientale di cui a tutt’oggi non è stato possibile quantificarne la reale estensione e il reale danno a carico della popolazione di tutto il Veneto. La vicenda giudiziaria era partita da un’analisi chimica fatta eseguire a proprie spese da un comitato civico di Pernumia su un frantume di materiale scivolato da un camion in uscita dallo stabilimento. L’analisi aveva palesato che il conglomerato includeva rifiuti tossici anziché inerti. A seguito della denuncia era stata aperta un’inchiesta coordinata dal pubblico ministero Dott. Gava. In aula giudiziaria in primo grado erano stati comminati quarant’anni di carcere a undici imputati e poi, con il rinvio presso la Corte di Appello nel 2013, il sopravvenire della prescrizione di reato cancellò tutto. Solo una delle tante vicende emblematiche dell’insufficienza e dell’inadeguatezza dell’apparato istituzionale a garantire il principio di legalità e a prevenire la commissione di reati che portano a danni irreversibili ad ambiente e territorio.

Non ci pare oggi percorribile un rilascio di autorizzazioni che prescinda dall’instaurarsi di un sano contradditorio con la cittadinanza organizzata, tant’è che tra i principi fondamentali che ispirano la Direttiva 85/337/CEE, viene compresa la “Partecipazione” intesa come apertura del processo di valutazione all’attivo contributo dei cittadini.