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Tutto è rinviato a settembre anche se il tempo per le dilazioni e in rinvii non c’è più.

La tecnica dilatoria che il Presidente del Consiglio italiano sta utilizzando, forse in virtù di una deformazione professionale da cui sembra non essersi mai liberato da quando la sua avventura politica è iniziata, questa volta rischia però di non funzionare.

Se così fosse, l’Italia rischia di dover ripetere almeno 3 materie alla fine dell’estate: Lavoro, Sanità e Scuola.

In poco tempo, davanti alla Commissione esaminatrice europea e ai molti compagni di scuola (alcuni ben conosciuti negli anni ‘50) sarà necessario riscattarsi perché qualcosa non stava funzionando bene già da prima e l’epidemia ha solo evidenziato lo stato delle cose.

Avere l’onesta di riconoscerlo, superata la fase di massima urgenza, gioverebbe a tutti.

Prima di vedere meglio come e perché nelle tre materie citate ci sarà da lavorare sodo, anticipo le obiezioni di alcuni, riconoscendo, che, è certamente vero che l’Europa deve avere pazienza con le sue componenti più deboli, specie se l’ambizione è davvero quella di costruire uno Stato federale europeo (la stessa pazienza dovrebbe essere comunque osservata anche se accettassimo la tesi di Francis Cheneval secondo cui: “l’Europa è un laboratorio cosmopolitico multilaterale in continua metamorfosi”, ma questo è un tema su cui tornare magari in futuro).

Ebbene, quella stessa pazienza però, non può essere tradita né tantomeno ingannata o abusata per ragioni di opportunità politica interna.

Ora, se è vero che con tanta speranza, Edmund Husserl definiva l’Europa: “un orizzonte infinito di compiti”, nell’estate del 2020, l’Italia potrebbe fare la sua parte anche solo riducendo a 3 i primari compiti da svolgere per superare gli esami di riparazione.

Lavoro

Serve un programma chiaro, frutto di un confronto trasparente tra mondo delle imprese e sindacato, tenuto conto che, ad oggi, su circa 9 milioni che hanno chiesto la cassa integrazione, a 5 milioni è stata erogata come anticipazione dalle imprese che, quindi, meritano senz’altro maggior considerazione.

Inoltre, la politica del lavoro non può essere ancorata all’idea di un sussidio dalla nascita alla pensione passando per una vita di ammortizzatori, ma deve radicarsi nell’elaborazione di idee per la creazione di lavoro reale (si parla molto di reshoring, perché, ad esempio, non iniziare, incentivando il ritorno reale di filiere produttive in aree del sud?)

L’Italia, e il Partito Democratico quale componente di governo più responsabile, nel sostenere l’esame di riparazione, dovrebbe lanciare un segnale tangibile, avviando uno studio sulla riduzione del cuneo fiscale, laddove possibile, accompagnato da un piano concreto di avviamento al lavoro tecnico (un tema che si collega alla scuola di cui tra poco dirò qualcosa) e di sostegno alle tante nuove idee presenti nelle menti di molti italiani (in altre parole meno soldi alla compagnia di bandiera, a nome poi di quale bandiera? e molto più denaro destinato alla creazione di un grande fondo di venture capital collegato perché no, ad ogni settore imprenditoriale regione per regione (Erbert a Milano, è una nuova realtà della distribuzione che esprime questo concetto. Ecco che, forse, si può così costruire federalismo responsabile, non solo agitando vecchi vessilli che puzzano di retorica inconcludente).

Sanità

Qui, troppo è stato già detto o forse no (una riflessione seria su quanto accaduto deve ancora arrivare).

L’indecisione nell’accettare i 37 miliardi del Mes (ricordiamo, da restituire in dieci anni a un tasso particolarmente basso, poco sopra lo 0,1% annuo) per mere ragioni ideologiche (citofonare 5stelle), fa a pugni con la ferita ancora aperta da Covid-19.  Il MES non è una trappola e adottare un piano per rafforzare le strutture sanitarie, è non solo urgente ma anche fondamentale per ridurre per quanto possibile le paure e le incertezze che impediscono al sistema economico di riprendere linfa vitale. Se, invece, l’Italia decidesse di intraprendere altre strade di finanziamento per le necessità di questo importante settore, ben sapendo che sarebbero comunque più costose (il mercato è molto meno paziente di qualche austero Commissario UE), lo deve comunque decidere in tempi rapidi, per evitare l’ennesima dimostrazione di instabilità e incertezza nelle strategie politiche fondamentali di lungo termine. E allora, a quel punto, non andrà tutto bene e saremo costretti a dare ragione a Michel Houellebecq (proprio non vorrei).

Scuola

Con questa parola si intende fare riferimento all’intero sistema dell’educazione: dall’asilo alle università, nessuno escluso.

Il lavoro da fare è molto (tecnologia, buste paga più robuste, restauro degli edifici etc…) e decisivo per il futuro.

Ne va della capacità progettuale del Paese e della sua capacità di creare valore umano, unico volano per il conseguente e necessario sviluppo politico ed economico. L’Europa, anche nella sua componente più solidale ci guarda e vede che il Governo non ha fatto nemmeno il gesto di sfruttare di più giugno e luglio ad esempio per le scuole (in proposito sarebbe consigliabile guardare al modello e ai progetti estivi dell’opificio Golinelli).

Per questo, serve un piano da presentare subito alla Commissione Europea, con cui dimostrare l’impegno dell’Italia di creare una stretta interconnessione tra scuole tecniche e mondo del lavoro.

Se l’Italia avrà l’ambizione e il coraggio politico di varare un piano imperniato su questi tre pilastri (fino al 2023 vogliamo andare avanti a colpi di scoraggiante paternalismo), archiviando ideologiche avversioni alla UE e velleitari programmi di decrescita felice, non dovrà nemmeno temere il probabile cambio di rotta nella ripartizione delle risorse UE che dal sistema delle sanzioni, potrebbe costruirsi su quello degli stimoli (chi fa di più ottiene di più).

Del resto il potere di condizionamento dei singoli Stati in virtù della futura autonoma politica di bilancio della UE per mezzo del programma Next generation, potrebbe indurre a responsabilizzare gli Stati più di quanto avvenga oggi e, quindi, perché non anticipare i tempi sorprendendo la Commissione di settembre e dimostrando di aver studiato tutta l’estate, così da evitare una sonora bocciatura?

 

 

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.