By

Quando lo tsunami Covid si è abbattuto sulla scuola, ho subito pensato di trovarmi di fronte a qualcosa di tragicamente ingestibile. Da sempre noi insegnanti siamo abituati a fare di necessità virtù, ma mai niente di simile ci era capitato. I docenti, si sa, possiedono un dignitoso spirito di adattamento, una bella inventiva e una brillante attitudine all’improvvisazione. Qualità, queste, che hanno spesso compensato le innumerevoli voragini causate dalle manovre imposte da questo o quel governo. La scuola è stata da sempre un’eccellente sala operatoria nella quale incidere chirurgicamente quelle eccedenze che il nostro stato non poteva permettersi. Le incisioni e i tagli causano indigenza e sacrifici. Ma il più delle volte gli insegnanti hanno saputo come attrezzarsi e reperire gli strumenti idonei a garantire qualità all’istituzione che rappresentano.

In occasione della pandemia, però, la tanto discussa – e forse poco apprezzata perché non riconosciuta nelle sue rocambolesche fatiche quotidiane – classe docente italiana si è trovata di fronte a un problema talmente gigantesco che anche le più mirabolanti abilità di districarsi nelle situazioni problematiche non avrebbero potuto renderle giustizia. Eppure, ancora una volta – e questo non è banale autocompiacimento, ma la constatazione di un dato di fatto – gli insegnanti, dai loro modesti personal computer, hanno sfidato le distanze, il silenzio e quel surreale stato di sospensione che dal 20 febbraio a fine giugno si sono abbattuti sulla scuola. Certo, gli errori non sono mancati. Forse causati più dalle direttive contraddittorie che venivano imposte che dalla mancanza di perizia. Nessuno “nasce imparato” e gli insegnanti non avevano mai fatto didattica a distanza, ma gli strumenti del lavoro in remoto sono stati acquisiti nel giro di poco tempo proprio perché si rendevano necessari. Proprio perché risultavano essere l’alternativa al nulla. Di sicuro una didattica incompleta perché priva di quella componente fatta di odori, di sguardi, di rumori e di gesti più o meno impercettibili, che fa sangue e motiva, e che rende ricca e viva la lezione. Ma una didattica che ha degnamente surrogato l’interazione umana e che, se ci pensiamo bene, solo cinque o dieci anni fa sarebbe stata impensabile. Se devo fare un bilancio da addetta ai lavori, il mio, di sicuro è positivo. Sia pure con i limiti che ho cercato di sintetizzare.

Settembre è vicino però. E se qualcuno vuole spiegarmi di che morte moriremo, gliene sarò grata. Non è ancora chiaro come ci disporremo nelle patrie scuole. Intanto sui social si sono scatenati i soliti vespai e, dal momento che non si nega a nessuno il diritto di parola, profluvi di luoghi comuni e di ipotesi fantasiose sono stati posti in essere. C’è chi dice che i soliti insegnanti non vogliono tornare a scuola perché pretendono di protrarre ad libitum il loro ozio profumatamente retribuito. C’è chi paventa la frequenza a correnti alternate. C’è chi auspica il raddoppiamento dell’orario dei docenti con corrispondente sdoppiamento delle classi. L’unico dato certo è l’incertezza, a soli due mesi dall’inizio del nuovo anno scolastico. Se in tempi di tagli la scuola è la prima ad essere colpita, in tempi di decisioni dispendiose la scuola è l’ultima ad essere considerata. La scuola non produce busines; la scuola – così come la cultura e l’istruzione – non crea ricchezza; la scuola non è un bacino elettorale. Una scuola penalizzata, stipata, compressa, depauperata, deprivata dalle risorse umane e finanziarie è invece un’importante realtà che ha bisogno di aiuto. E non può aspettare né può risorgere sulla sola capacità dei docenti di mettersi in gioco e di sperimentare. Ma a noi piace pensare che la tragica esperienza del Covid darà una svolta perché rassegnarsi significherebbe rinunciare alla speranza di futuro. Come dice l’adagio, se dal letame nascono i fiori, di fronte al rischio imbarbarimento delle nuove generazioni, il legislatore, trionfalmente – dopo anni di ingiurie inferte alla scuola – capirà che giungere a drammatici punti di non ritorno potrebbe essere molto pericoloso? Si spera, ma è tutto ancora confuso. La scuola, ai tempi del post-covid non ancora post, è una realtà drammaticamente incerta.

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.