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In questa pagina ci sono due importanti riflessioni, una di Luigi Marchetti e l’altra di Lorenzo Colovini. Riguardano, in modi diversi ma integrabili e invito perciò a leggerle, il tema che in generale chiamerei delle regole in cui si svolge o meglio si dovrebbe svolgere la politica. In buona parte limitatamente al livello cittadino, ma non solo.

L’articolo di Luigi, che segue un suo precedente sempre sullo stesso tema (e vanno perciò letti insieme), parla del sistema elettorale italiano per l’elezione del Sindaco e del Consiglio Comunale e parla dei limiti di quegli ambiti che istituzionalmente e anche socialmente potrebbero bilanciarne i poteri. Un sistema valido, quello per le elezioni amministrative cittadine secondo Luigi, per la stabilità e la possibilità di agire al sicuro da parte di chi detiene il potere politico da eletto. Lorenzo parla invece di una cornice comportamentale nei rapporti tra diverse e alternative formazioni politiche, chiamiamole tra maggioranza e opposizione, un ring, come lo chiama lui, entro cui il buon comportamento non è solo forma, ma sostanza politica.

Sarebbe utile che questi due articoli, unitamente a ciò che immodestamente sto per scrivere, fossero la base di una riflessione collettiva di tutta la redazione e in un secondo momento anche di un cerchio più largo per fornire un arricchimento complessivo che sia anche utile. Diversamente non so che ci starebbe ancora a fare una testata come LUMINOSI GIORNI che aveva all’origine nel suo DNA la missione di prospettare un futuro scardinando certezze, luoghi comuni e conformismi, valorizzando ciò che di buono c’è e c’è stato nella dialettica politica che ci sta attorno. Se non affronta questi nodi, uscendone in positivo, questa testata che ha prodotto in nove anni più di mille articoli può serenamente chiudere. E, sempre immodestamente, inviterei a leggersi o a rileggersi i miei editoriali, almeno gli ultimi cinque da me scritti. Che volevano porre problemi reali di riflessione sulla politica e sui suoi limiti. In generale, ma applicabili a tutte le scale. Finora devo dire editoriali ignorati, temo perchè scomodi. Ho questo timore e farei salti mortali di contentezza se fossi smentito.

Gli articoli di Luigi e di Lorenzo si trovano d’accordo su un punto centrale:

La competizione che induce il sistema elettorale dei Sindaci, e per Lorenzo anche in generale, se è corretta e leale produce effetti positivi e moltiplicativi. Infatti se due contendenti cercano di superarsi non possono che ottimizzare le loro capacità e, come si dice da un po’ di tempo in qua nel gergo calcistico, “fare bene”. Soprattutto, dico io, se i protagonisti avessero la stessa onestà intellettuale che solitamente mettono in campo Luigi e Lorenzo. Loro “farebbero bene” soprattutto per questo. Purtroppo non è così per tutti.

Le mie obiezioni vanno considerate perciò come integrazione a questo loro apporto e non come fatte per invalidarlo.

Obietterei per ciò in cinque punti

1) In questi quasi trent’anni di legge elettorale sui sindaci, le volte che la competizione si è dimostrata realmente virtuosa ci sono state, ma si contano sulle dita di una mano in Italia, e nemmeno in quella a Venezia. Per venticinque anni il centrosinistra a Venezia non ha avuto antagonisti veri e forse questo ha depotenziato la possibile gara (a pensarci infatti ciò confermerebbe la tesi delle potenzialità della contesa). Ma non all’inizio di questo ciclo con la prima giunta Cacciari, che succedeva a un comissariamento e prima ad una giunta di centro senza la sinistra (sindaco Bergamo, che oggi appoggia il candidato del centrosinistra e anche questi cambiamenti di campo fanno pensare). In quel caso l’amministrazione Cacciari entrante ha giocato sull’essere migliore teoricamente dell’altra e del contendente elettorale di allora (Mariconda, che oggi appoggia Baretta e il centrosinistra, ehm). In una prima fase sull’esser migliore a livello programmatico preventivo e con persone in campo di indiscusse capacità, dimostrandolo solo con le intenzioni – in partenza si può fare solo così –  ed è stata creduta per l’autorevolezza indiscussa già allora del candidato Sindaco.

Ebbene è vero che, messa alla prova, quella giunta è ancor oggi considerata la migliore del ciclo di centro sinistra per la visione di città e alcune importanti cose realizzate. Ma anch’essa si è poi in buona parte arenata di fronte al nemico comune di ogni schieramento che si dice alternativo all’altro. Cioè: di fronte a temi e problemi giganteschi e più grandi delle possibilità di qualsiasi schieramento e per affrontare i quali non si hanno armi legislative e forse anche volontà politica di rompere equilibri consolidati; ma più la prima che la seconda. Vuol dire che i grandi problemi a Venezia come a Roma e come a Canicattì non hanno colore politico e annullano, prostrano qualsiasi contendente, inficiando di molto le potenzialità della contesa. Inoltre dare colore politico nell’affrontare temi e problemi che non lo hanno, alla lunga rende ambigua la stessa logica del colore diverso. Per fare un esempio chiaro, anche se sin troppo facile, il Coronavirus sarebbe un problemone senza colore, cioè problemone e basta, a cui si è stati tentati di dare colore politico nelle soluzioni, con effetti che sono risultati comici persino al cittadino comune. La stragrande maggioranza dei problemi che si trova davanti la politica, soprattutto cittadina, è di questo tipo del Coronavirus: problemoni e basta, senza alternative colorate nelle soluzioni.

2) Luigi valuta nel suo articolo le compensazioni e i controbilanciamenti al potere dei sindaci eletti, che non sono ‘anatre zoppe’ ma ben salde, concludendo che alla fine i controbilanciamenti sono limitati e non troppo efficaci, se non anche dannosi. Allora il vero potente bilanciamento che può, se vuole, legittimamente entrare in scena subito dopo l’elezione del Sindaco, non solo a Venezia, Luigi non lo nomina ma lo conosciamo tutti: è il continuo poter martellare, di solito a vuoto, da parte delle opposizioni in Consiglio comunale e da parte della base sociale più o meno organizzata in associazioni, anche quando sono slegate dalle opposizioni stesse.

Va detto, per fare un po’ di storia, che questo martellamento è stato completamente assente nelle opposizioni a Venezia per tutto il lungo ciclo del centro sinistra che si è permesso ad un certo punto il lusso di fare un ballottaggio interno con lo scontro Cacciari Casson. Paradossalmente ai tempi del berlusconismo rampante e della Lega in costante avanzamento, per motivi che ci racconterà un giorno lo storico della politica, Berlusconi e Lega ritenevano, in assenza di personale adeguato, persa la partita a Venezia. E questo, a proposito di quel non disperdere energie inutilmente che affronterò più avanti, può essere un buon calcolo politico. C’è voluto po’ po’ di scandalo sul tema cittadino per eccellenza, il MOSE e la discesa in campo di un ‘Papa nero’ (termine di Conio Colovini) per scardinare il sistema e dare improvvisa vita al fronte avverso. Ma il ‘Papa nero’ e poi le opposizioni a lui nei cinque anni, devo dire molto presenti quantitativamente per controbilanciare il potere assoluto del Sindaco, devono usare l’unico sistema che hanno in mano: parlare malissimo dell’avversario, discreditarlo il più possibile, insinuare continuamente illegalità e conflitti d’interesse e sperare che nel quinquennio faccia poco e male a costo che la città ne rimetta. E se non fa poco e male bisogna trovare il modo di dirlo lo stesso.

Gioco facile per Brugnaro fare così nella sua campagna di cinque anni fa con quel che era successo, ed era un parlar male prevalentemente sulla corruzione a parer suo fisiologica in un sistema di potere che ha fatto quel che ha voluto in città per diversi lustri. Gioco meno facile nel quinquennio che ne è seguito per le opposizioni , che han finito per implementare il metodo del sistematico discredito, quando era fondato e anche quando, poco o tanto ognuno valuti, non lo era. Perché la regola è: non concedere a chi governa nemmeno un millimetro di cosa giusta fatta. A meno che non abbia l’onda lunga di una scelta fatta altrove, magari dal governo dello stesso colore dell’opposizione, o progettata prima dal governo precedente in città. E chi governa deve fare lo stesso a parti rovesciate. Non c’è scampo, questa è l’unica possibilità che ti dà il sistema della legge elettorale e dire le cose solo in positivo, “si potrebbe fare così e si potrebbe fare colà” non ottiene il risultato di essere ascoltati come quando dici a reti unificate il peggio che ti salta in mente.

Per fare un esempio recente, un navigato politico di scuola democristiana come Ugo Bergamo ha impostato fin dall’inizio tre quarti del suo intervento alla presentazione della sua lista di appoggio a Baretta per le prossime elezioni sul discredito verso il Sindaco uscente (che peraltro lui aveva appoggiato nella scadenza precedente, ehm). E se lo ha fatto sa bene come si fa politica nella dialettica per conquistare consensi. Solo così come a fatto, parlando ‘contro’ e a volte ripaga. Lo vediamo del resto nei social sui temi politici (cioè quasi tutti): ogni post parte ‘contro’. E poco ha potuto quel giorno il povero Baretta che invece con onestà ha cercato di fare un intervento in positivo, financo sbilanciandosi sul fatto di non voler disfare eventuali cose buone del precedente. Impossibile, l’imprinting era dato da Bergamo e i giornali hanno riportato ciò che ha detto lui.

Ovvio che chi governa risponde e ha risposto esattamente nello stesso modo delle opposizioni e anche peggio. Le opposizioni hanno fatto sempre finta di scandalizzarsi del Brugnaro prendi tutto e che non le ascolta, con il segreto proposito di comportarsi se vincessero esattamente nello stesso modo. Il risultato? La perdita di qualsiasi credibilità di tutto ciò che viene detto e anche di tutto ciò che viene fatto, anche quando sono cose utili e fondate. Perché c’è evidente il sapore prevalente sempre e comunque della propaganda. Va da sé che anche la stessa propaganda ‘contro’ sarebbe più credibile, fondata e utile se fosse inserita in un quadro in cui ci sono momenti sinergici, anche pochi ma evidenti, tra chi governa e chi si oppone, con riconoscimenti reciproci che non escludano affondi reciproci altrettanto decisi quando serve, se serve. Lo si vede per esperienza personale nei momenti di conflittualità non politica tra persone sui temi più vari, in famiglia, sul lavoro etc etc: vuoi indurre all’autocritica una persona in una discussione importante e conflittuale? Concedigli qualcosa di positivo che ha fatto o che è, anche in un quadro negativo, e falla tu stesso un’autocritica sincera. La tua credibilità sale di colpo, la tensione si stempera, sei vicino al risultato. Ma questo nella politica cittadina non è possibile. Perchè nelle relazioni personali spesso litighi per andarne fuori insieme e conta questo risultato. Invece nella politica cittadina non puoi permetterti di dare nessuna chance all’avversario perchè tu vuoi essergli nemico, non vuoi convincerlo di un bel niente: va solo massacrato perché devi escludere alla radice la possibilità che venga rieletto. A quel punto scattano tutte le armi peggiori comportamentali, non solo il discredito, ma anche derisione, caricature reciproche, e accusa sistematica all’altro di dire il falso. Il falso, termine consueto nelle interviste. Ciò che nella vita normale sarebbe passibile di denuncia per diffamazione, perchè mai dimostrato, in politica ciò non è nemmeno praticabile perché perdi di vista soggetto e oggetto dentro la cortina fumogena di chi l’ha detto o controbattuto.

3) Il prezzo che si paga in questo continuo duettare è il discredito delle istituzioni. Esse sono viste come una roccaforte da assediare e conquistare con tutte le caratteristiche della guerra d’assedio che gli storici potranno confermarci. Una volta conquistata la rocca si dà un sonoro calcio in culo a chi la presidiava, sempre con la logica della guerra da conquista, e la si occupa integralmente. Conseguenza: gli ex occupanti e i loro elettori ovviamente, per il sistema della conquista, peraltro legittimato da una legge, non si sentono rappresentati dall’Istituzione e ciò genera quella crisi permanente che delegittima sistematicamente le Istituzioni a seconda di chi le occupa e chi no.

Magari gli avvicendamenti nel sottogoverno fossero migliorativi come indica Luigi secondo una ipotetica logica virtuosa dell’alternanza! Gli avvicendamenti nel sottogoverno e nelle partecipate con la conquista della rocca seguono la logica feudale della fedeltà di fazione, secondo cui curriculum e competenze sono integralmente ignorate. E’ sempre così e solo incidentalmente può capitare il contrario. Può essere magari capitato con la prima giunta Cacciari, ma appunto incidentalmente. Lì per una combinazione astrale fortunata competenze e fedeltà hanno forse coinciso.

Per capirsi sul discredito istituzionale si può fare una digressione sugli Stati, che sono l’istituzione massima a livello planetario, e si vede che la loro delegittimazione nella coscienza collettiva avviene in maniera direttamente proporzionale al grado di conflittualità della logica politica. E non sarà un caso al contrario che il senso dello Stato, di cui tutti si sciacquano la bocca, aumenta nel pianeta in modo inversamente proporzionale alla conflittualità politica. Tornando a noi nessuna Istituzione in questo modo sarà mai di tutti contemporaneamente. E questo non essere mai di tutti contemporaneamente va contro lo spirito di fondo dello stato di diritto, quello del ‘cytoien’ di fronte alle leggi, uguali per tutti e da tutti accettate. Ma quando mai da tutti accettate? Perchè leggi e istituzioni sono la stessa cosa, dovrebbero avere la stessa radice neutra dell’esser di tutti. E infatti con la logica delle Istituzioni che sono appannaggio solo di una parte, le leggi non sono mai accettate contemporaneamente da tutti. Avviene per leggi ordinarie in Parlamento, ma avviene per una qualsiasi delibera del Consiglio Comunale. Non se ne va fuori e chi sottovaluta questo evidente limite accetta il principio pseudo realistico che non si può volere tutto nella vita. Certo. Ma allora il meno peggio sarebbe questo?

4) Il discredito delle istituzioni e la logica della propaganda politica, che a molti appare scoperta nella sua scarsa credibilità, porta all’astensione elettorale. E si badi l’astensione non avviene principalmente perché non si sa per chi votare, che è la prima ragione che può venire in mente. E infatti una quota di astensionisti in effetti si giustifica banalmente così. A Venezia questo lo si vedrà presto al primo turno elettorale in settembre, che poi potrebbe essere l’unico, con un’offerta di liste che più ampia non si può. Con qualcosa come sette/otto candidati sindaci e una quindicina di sigle partitiche o di movimenti inventati lì per lì. In verità lo zoccolo duro dell’astensione, quello che c’è dalla partenza fino alla fine (e lo conosceremo vedendo la differenza, se ce ne sarà data la possibilità, tra primo turno e ballottaggio) nasce dal discredito verso le istituzioni ormai radicato e stabilizzato. A sua volta il discredito è a monte, stabilizzato nei cinque anni.

L’astensione è il vero partito egemone e va fa fatto risalire alla logica della non rappresentanza complessiva e dalla scarsa credibilità di tutti i contendenti dovuta alla modalità della loro propaganda. Indotta a sua volta dalla cornice di regole e di leggi elettorali, al di là delle loro buone intenzioni, che non sono certo quelle di arrivare a questo pessimo ma inevitabile risultato. Negli ultimi tempi il ballottaggio, quantomeno a Venezia, comportava indici di astensione superiori a tutte le elezioni nazionali e astensioni che finivano per essere maggioranza degli elettori aventi diritto. E questo deve far pensare a quanta solidità ha, o meglio potrebbe avere, perché le smentite son sempre possibili, la base della maggioranza fittizia che ne esce e che va a governare: una maggioranza della minoranza. A fronte di questa realtà fa pensare anche a come di solito i Sindaci interpretano, con tracotanza inversamente proporzionale, questo loro essere maggioranza della minoranza, Brugnaro docet. E a come poi si autointerpreta la minoranza della minoranza all’opposizione, con una tracotanza pari a quella di chi è al governo, se non anche superiore per lo sforzo da compiere per mandarlo giù. Sono quindi lontani i tempi in cui ci si permetteva di liquidare l’astensionista dicendo: cavoli tuoi, potevi votare e se non voti accetti i verdetti, anzi aiuti a vincere chi vincerà. E no, da un bel po’ invece l’astensione è una questione politica che tutti i soggetti in campo si rifiutano di considerare perché richiederebbe autocritica alla radice del loro stesso esistere. E l’autocritica è l’ultima cosa che viene in mente nella politica.

5) La logica dell’alternanza che determina assetti così stabili almeno per cinque anni, anzi proprio perché gli assetti sono apparentemente o realmente stabili, ha un prezzo che poi è estendibile alla politica in generale e anche alla politica estera, tra gli stati. Con uno slogan d’effetto, che va spiegato, si potrebbe dire che la politica come contrapposizione bipolare ha come conseguenza una condizione costante di entropia.

Per comodità prendo da Treccani la definizione di questo termine così oscuro ai più e riporto solo le conseguenze in sociologia di questa condizione della fisica che appartiene alla termodinamica “…essendo in generale la probabilità di uno stato inversamente proporzionale al suo grado di organizzazione e di ordine, l’entropia è anche considerata una misura del disordine e dell’indifferenziazione di un sistema, e come tale viene assunta anche al di fuori del campo strettamente fisico. L’entropia è la misura del grado di disorganizzazione di un sistema”. 

Per come l’ho capita io alla radice dell’entropia c’è la dispersione di energia da un passaggio all’altro, che alla fine porta al collasso generale. Posto che pare che l’universo collasserà definitivamente proprio così, vogliamo prevedere un collasso anche delle istituzioni, che a quel punto non solo non saranno di una parte ma non saranno neanche dell’altra?

Per capire la dispersione di energia tra un passaggio e l’altro si valuti che nella politica bipolare comunale risorse di ogni tipo, economiche in primis ma poi anche umane e persino culturali e di beni immateriali, vengono impiegate non per raggiungere un obiettivo diretto, o anche solo in parte per quello, ma per delegittimare l’avversario e questo dato inconfutabile lo si è già visto. Non parlo solo dei costi della politica, per quanto molte corruzioni siano state giustificate dalla necessità di gareggiare politicamente. Parlo di competenze, saperi indirizzate alla guerra politica, parlo di soldi e tempo orario impiegato dalle persone per la guerra politica (riunioni, telefonate, meeting, sonno, sforzo fisico) e sottratto un po’ a tutto, ma direi al vivere sociale in genere e a quella linea che nella mia etica non discredito mai: il progresso. Parlo di distorsioni e storni di risorse economiche per ambizioni personali, che sono legittime solo entro una certa misura. Parlo infine di tutto ciò che è costato in termini economici per tutte queste risorse; e infine di quanto è stato realizzato è buttato letteralmente nel cesso da chi conquista la roccaforte nella guerra politica e butta fuori non solo le persone malfidate anche se competenti, ma anche e soprattutto quello che hanno fatto.

Vogliamo andare vicini a noi? Se per puro caso una scheggia con un candidato sindaco di un fronte politico che presto misurerà le forze nella disfida veneziana andasse al potere conquistando la rocca, è già assodato, almeno  a stare alla sua propaganda, che smantellerà totalmente il MOSE. Forse in questo caso la promessa è troppo grossa e dubito che alla fine ci poterebbe riuscire, ma già l’intenzione la dice lunga sui deliberati e fondativi progetti di dispersione di risorse e di energia economica e sociale. Cioè disperdere un patrimonio distruggendo può far parte tranquillamente di un progetto elettorale. E’ l’esser ‘contro’ che sistematicamente disperde. Questi qui che dicono tali cose sul MOSE fan parte di un fronte che in tempi non lontani assegnava il Premio Attila e che si straccia le vesti per un albero abbattuto.

Certo niente a che vedere sulla dispersione di risorse ed energie che provocano le guerre vere. Quando si abbattono a bombardate città milionarie rendendole rovine e si impiegano risorse solo per gli armamenti, quando i risultati della la scienza ( non la scienza) sono concentrati e utilizzati  sulla distruzione, non ci sono parole da aggiungere su ciò che si disperde; e su ciò che sarebbe stato possibile senza guerra, in sviluppo complessivo, non solo di PIL ma di crescita sociale generalizzata, comprese le calorie per milioni di affamati.

Eppure sebbene su tutt’altra scala, cioè la scala della politica dell’alternanza e della sua logica bipolare, si può e si deve fare la stessa riflessione che si applica alla immensa dispersione bellica, perchè la quantità è forse incommensurabilmente inferiore, ma il meccanismo e la perdita definitiva e inutilizzabile di energia e di risorse è dello stesso tipo. Oppure si valuti per contrario tutto ciò che si sottrae alla logica della politica. Si pensi a quegli ambiti sociali che hanno sempre avuto un certo grado di autonomia, come la scienza e l’arte e la cui evoluzione  e la cui crescita esponenziale nella storia da sempre sono state possibili per questo loro sottrarsi almeno a tratti alla politica. Si può ben dire che se la scienza e la tecnica e in certa misura anche le arti avessero avuto nella storia lo stesso grado di evoluzione della politica, saremmo probabilmente fermi al massimo all’invenzione della ruota e della pietra scheggiata. Perché soprattutto la scienza in fondo ha disperso pochissimo. Nè può essere considerata dispersione l’utilizzo bellico della scienza, perchè all’utilizzo ci ha pensato, guarda caso, la politica.

A questo punto la logica vigente, la logica della contesa, che nel sistema politico bipolare consentirebbe la messa in campo delle doti dei contendenti, i quali non possono che fare bene all’insegna del “vinca il migliore”, non può sottrarsi al prezzo della dispersione di energie che inevitabilmente ne consegue. Energie e risorse che si disperdono in gran quantità nell’utilizzo di stampo bellico per far vincere il migliore. Ridimensionando di molto questa caratteristica del sistema, sulla carta virtuosa. Molto sulla carta.

A meno che la Politica, soprattutto cittadina sia tutt’altro e noi stiamo qui a menarcela per niente. Me lo ha suggerito un sociologo amico recentemente. Dice in sostanza: ” Le pulsioni dei faziosi devono essere incanalate in qualche modo e se non è data questa possibilità anche con la politica, poi quelle pulsioni si scatenano sul piano sociale, aumentano gli accoltellamenti, gli stupri, le rapine, una guerra per bande permanente. Quindi la politica cittadina può anche servire ad essere un ammortizzatore di pulsioni di odio e distruzione per gli alfabetizzati, un serraglio dove sbranarsi come le curve calcistiche, che più o meno svolgono la stessa funzione per i non alfabetizzati.” Finte guerre, ma con la stessa dinamica in fondo.

Ma è questa la politica cittadina? Si valutino bene allora leggi e regole, che non finiscano per legittimare questa riduzione cinica del sociologo, che di primo acchito mi è sembrata agghiacciante ma anche caricaturale, quasi un’amara barzelletta. Poi però a vedere quel che succede….ma no non voglio neanche pensarci.

 

Per concludere questi miei spunti, come detto in premessa, non vogliono togliere validità alle riflessioni di Luigi e di Lorenzo. Dico solo che chi sostiene una tesi dovrebbe avere poi l’onere di affrontare anche tutte le controindicazioni che ne derivano, sempre che le si accetti come tali (e non è detto, o meglio non mi è stato ancora detto). Vale anche il contrario ben inteso. E infatti Io stesso sto faticosamente mettendo a fuoco come si potrebbe ovviare a queste distorsioni, che io considerò pesantemente invalidanti, mantenendo inalterati gli assetti attuali e una realtà politica che deve pur mantenere le differenze di programmi e di opinioni. Alla prossima.

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.