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La campagna elettorale per le elezioni amministrative di Comune e Regione è risultata anomala da tanti punti di vista, pesantemente condizionata dall’emergenza COVID. Breve, con le vacanze estive di mezzo e iniziative pubbliche contingentate.

Sia come sia, in queste condizioni l’opportunità che la nostra testata ha offerto ad una rosa ampia di persone (trentasette, con cadenza giornaliera) e orientamenti politici, di scrivere sul futuro della città è stata colta con favore. E per le stesse ragioni potrebbe essere colta anche in seguito, stimolando verso un metodo nuovo di lavorare a favore del tanto sbandierato Bene Comune, parola impegnativa e spesso disattesa proprio nell’attributo che la qualifica.

Apparentemente si è trattato di una semplice quanto utile carrellata di opinioni e di idee sulla città. Eppure, essendoci la consapevolezza da parte di ogni autore di essere letto anche da tutti gli altri e da centinaia, in alcuni casi migliaia di lettori e potenziali elettori, di fatto è risultato un corale dibattito pubblico. Una volta tanto con ascolto e senza interruzioni.

Tutti o quasi tutti hanno evitato di esprimere opinioni ‘contro’, sforzandosi di esprimere contenuti propositivi. Tra questi si può dire che non ci sono state novità nell’indice dei temi cittadini perché le urgenze, diciamo pure le emergenze, sono arcinote, ma la tensione positiva, espressa nel ricordarle e in alcuni casi nell’offrire proposte concrete per affrontarle, ha espresso, come dire, un’energia positiva che può diventare beneficamente contagiosa per spingere chi governerà la città, chiunque esso sia, a non attendere più, ad agire.

Come redazione ci ripromettiamo, e speriamo di riuscirci, di rileggere in modo analitico ogni intervento per fare una spunta esaustiva.  Non solo, ed è stato già fatto, delle parole chiave come quelle che compaiono nell’icona dell’articolo di Bruno Gerolimetto (che rappresenta il cloud delle parole usate nella totalità dei 37 articoli); ma anche delle proposte e delle correlazioni dei temi tra di loro. Ci pare di poterne ricavare un’agenda ricca e utile per poter seguire o, come si dice, monitorare l’andamento nel corso del quinquennio, per stimolare l’azione, per passare dalle parole ai fatti.

Va detto che, com’era prevedibile anche per questioni di spazio, non tutti sono riusciti ad andare oltre l’enunciazione della loro priorità attraverso la concretezza di presentare l’articolazione di un iter operativo fattibile e misurabile. Anzi l’hanno fatto solo in pochi e quei pochi hanno veramente messo in campo uno sguardo lungo e le linee di una possibile strategia. Un aspetto, quello dell’agire strategicamente con un’azione che tenga conto di tutte le interazioni dei temi, che dovrebbe far proprio chi governerà. Non sono in grado di valutare – anche per questo il tempo è stato tiranno – se gli otto candidati sindaci posseggono la capacità e la volontà di un’azione strategica ad ampio spettro. Anche la possedessero tutti, e ce l’auguriamo, va detto che da soli o con la sola parte politica che li ha promossi ed eventualmente eletti, non ce la possono fare comunque.

C’è bisogno di un coinvolgimento generale.  

L’ha chiaramente detto Lorenzo Colovini nel suo intervento sull’”over tourism”, il problema dei problemi che peraltro tutti i 37 interventi hanno toccato con obiettivi e anche soluzioni da molti condivise.

Chiarisco subito che per coinvolgimento generale non intendo, o non intendo solo, la messa in campo di quel coinvolgimento di base, di quell’ascolto dei cittadini, di quella rete civica che non pochi autori hanno proposto anche con determinazione. Metto anzi in guardia da ritenere che una sorta di democrazia diffusa da sola sia in grado di fare sintesi e strategia. E ciò perché a volte può, se appiattita sul singolo caso di cortile, volgersi nel suo contrario, se non nell’immobilismo o, peggio, nell’irrilevanza. Tra l’altro non sono mancate esperienze di questo tipo nel passato rivelatesi fallimentari. E comunque da non riproporre in quelle forme. Altre più efficienti ve ne possono essere, perché in sé l’esigenza ha un suo fondamento. Per coinvolgimento generale prima di tutto però intendo il coinvolgimento delle forze politiche e delle persone concrete elette che esprimono, più ancora della democrazia di base, la reale rappresentanza della città. La quale deve anche tener conto, facendosene carico, di chi non ha voluto legittimamente esprimersi (leggi astensione). E’ necessario trovare il modo di coinvolgere positivamente tutti, senza imposizioni dall’alto di scelte che interessano tutti, il bisticcio verbale è voluto.

E’ l’aspetto che mi preoccupa maggiormente. Leggendo gli interventi, salvo casi rarissimi, non c’è una proposta che comunque non meriti non solo attenzione, ma anche una possibile realizzazione concreta. Ora se è vero che tra tutti coloro che hanno scritto, essendo di schieramenti diversi, c’è sicuramente qualcuno che non avrà rappresentanza di governo e il cui candidato sindaco non verrà eletto, è necessario trovare il modo che la sua proposta venga in ogni caso portata avanti. La mancata elezione del proprio Sindaco non è una bocciatura di quell’idea e di quel progetto. La cosa non la dico solo io, anche tra i 37 autori aleggia continuamente la volontà di andare avanti al di là degli schieramenti. C’è tra gli autori che hanno scritto qualcuno, non ha importanza citarlo, che come metodo di governo illuminato da prendere esempio ha citato il ciclo di affreschi del Lorenzetti su Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo dove sono rappresentate da una parte giustizia, temperanza, magnanimità e pace dall’altra discordia, perfidia, ira, tirannide e vanagloria.

Se l’attributo del Cattivo Governo è dunque, secondo l’autore, la discordia, il suo contrario è dunque l’attributo del Buon Governo. O no? Per tutti però, da applicare come metodo per sé, prima di tutto, senza calcoli di reciprocità: la applico se tu la applichi. C’è sempre qualcuno che deve cominciare. E non significa unanimismo, o, peggio ‘inciucio’, ma significa possedere uno spirito conciliatore, inclusivo, in grado di cogliere il buono di una proposta e di offrirla al dibattito per poi portarla a buon fine con tutte le mediazioni e le trattative del caso.

Un’altra persona, tra gli autori, ha definito la necessità che la consiliatura a venire sia una consiliatura di ascolto e di sostanza. Le due cose stanno insieme ed esprimono la stessa esigenza di saper cogliere ciò che di buono è proposto, a prescindere dallo schieramento che lo presenta.

In definitiva per i destini della città c’è bisogno di un’assunzione di responsabilità da parte di tutti che porti urgentemente ad un rasserenamento del clima. Urge in questo caso un cambiamento climatico, una volta tanto positivo, in netta discontinuità con il pessimo clima politico del quinquennio che si chiude e nel quale l’hanno fatta da padrone le accuse, la mancanza di rispetto, il dileggio, il discredito dell’avversario. Da parte di tutti i protagonisti di tutti, ma proprio tutti gli schieramenti rappresentati in modo assolutamente indifferenziato, tutti tra giunta e Consiglio comunale nella sua interezza si sono dati da fare per avvelenare il clima. Un clima pessimo all’interno delle Istituzioni che dovrebbero essere il luogo dell’incontro e del dialogo, e di riflesso nella società, con gli interessi parziali che sono andati via via radicalizzandosi. Lo specchio grottesco di una città e di una comunità divise e che devono ritrovare prima di tutto se stesse per andare avanti. Lo dice con chiarezza un autore: cercare colpe e colpevoli di problemi complessi che hanno radici profonde non serve, è tempo buttato, se si vuole andare avanti veramente.

Diciamo subito che la formula elettorale con cui si svolgono le elezioni amministrative comunali non facilita processi condivisi del genere. E’ una legge che ha molte virtù a cominciare soprattutto dalla stabilità, ma il criterio del ballottaggio e ancor più il premio alla vittoria induce chi governa a farlo per cinque anni come capo bastone della sua fazione e non come Sindaco di tutti i cittadini e della loro rappresentanza; un ruolo che invece dovrebbe assumere, chiunque sia, un secondo dopo essere stato eletto. La distorsione aumenta se si osserva che praticamente quasi dappertutto in Italia, salvo clamorosi plebisciti rarissimi, chi vince, sia al primo che al secondo turno, lo fa con un numero assoluto di voti che è sempre meno della metà dei cittadini aventi diritto. Basterebbe questo dato per invitare alla cautela chi governa e a quella politica di ascolto richiesta dal nostro autore. Ne accrescerebbe il merito proprio perché sarebbe formalmente legittimato a fare il contrario e a coprirsi dietro una democrazia formale ma non effettiva.

Tra gli autori ci sono stati inoltre appelli pressanti a superare false contrapposizioni frutto di una secolare cultura ideologica. L’esempio più eclatante, ma non è l’unico, è quello tra pubblico e privato, che sono le espressioni più evidenti della più complessiva contrapposizione, anch’essa tutta ideologica, tra Stato e società. Pubblico e privato non hanno virtù assolute ma sempre relative al contesto delle loro applicazioni. Devo dire che questo appello non è stato colto da tutti gli autori e rilevo che c’è ancora strada da fare per liberarsene attraverso un dibattito, questo sì pubblico, senza pregiudizi. 

Che città futura ne esce da questi interventi?

Da una parte si nota che trasversalmente tutti ormai considerano l’unità amministrativa cittadina un dato di fatto non solo da accettare ma, estendendosi a un’articolazione di territori con diversità e peculiarità proprie – e tra gli autori non pochi lo sottolineano – da ritenere come una ricchezza che ben poche altre città posseggono. Tuttavia perché questa unità non sia solo un dato tecnico amministrativo o solo una ricchezza potenziale, va attuato alla radice un cambio di mentalità che molti autori, anche se non tutti, non son ancora stati in grado di dimostrare. C’è in molti ancora una visione ‘strabica’ della città. Se si parla di Venezia e dei suoi problemi il discorso va a parare solo e quasi sempre su quelli della città d’acqua, e non solo perché sono urgenti e prioritari, ma perché d’istinto il nome si rapporta non all’insieme comunale ma alla parte che richiama l’immaginario comune. Magari va a parare lì con dedizione, con affetto, con conoscenza dei temi, ma non si va oltre, nemmeno al Lido ci si allarga perché considerato un ‘altrove’. Il fatto che i temi di Venezia siano i temi più preoccupanti, turismo e residenza su tutti, impedisce di vederli risolti con una visione che si allarghi alla città di terra. E, nel leggere gli interventi, ciò vale anche per chi nella città di terra, tra gli autori, vi abita e risiede. Persino per la maggior parte di loro è scattato il riflesso pavloviano Venezia=la città dei sei sestieri e null’altro e ne hanno parlato dall’inizio alla fine .

Non vale per tutti. Alcuni pochi autori, gli stessi per altro in grado di mettere in campo una visione olistica e un’esigenza di strategia, sono quelli che nello scrivere hanno continuamente riportato il discorso alla grande città, che nel suo insieme e quindi anche nella sua parte di terra ha priorità urgenti. Ne indico una: la necessità complessiva della città vasta di tutto il Comune di essere attrattiva con una relativa ricaduta positiva in tutti i settori economici. La città d’acqua solo per il fatto di esistere attrattiva potenzialmente lo sarebbe ma fattivamente allo stato attuale non può in nessun modo esercitare alcuna attrazione per i problemi cronicizzati di residenza e di offerta lavorativa che non sia nel campo del turismo. O almeno così la sua situazione viene percepita e tanto basta. Ma la città di terra perde anch’essa residenti. E in questo caso non solo per il negativo rapporto nati morti (causa demografica ormai univoca per la diminuzione dei residenti nella città d’acqua), ma anche per uscite non compensate da entrate con relativo saldo positivo. E’ una parte di città che sconta una qualità complessiva della vita non proprio eccellente che invece presentano sia lo stesso suo hinterland extracomunale, nei servizi, nella qualità abitativa, nella sicurezza sociale, sia le altre città della regione che evidentemente offrono una gamma di opportunità più varie e nel complesso più ricche, a cominciare da un’offerta di occupazione articolata e differenziata.

Solo una capacità di vedere la città nel suo insieme di terra e acqua consentirebbe di mettere in campo una strategia attrattiva in grado di arrestare un certo declino complessivo. Ormai a livello di città venete poche centinaia di residenti separano il comune di Verona dal comune di Venezia nel numero. Un sorpasso nei prossimi anni è una possibilità concreta che avrà prima un valore simbolico e poi anche riflessi pratici. Molti tra gli autori hanno parlato di “Venezia capitale”, ma questo dato e questa prospettiva non sono incoraggianti al riguardo. Quello che manca allora è da una parte lo scarto necessario per vedere la città unita per strategie complessive, dall’altra il superamento di una logica che vede l’intervento sul territorio, necessario in tutto il Comune per qualsiasi piano di rigenerazione urbana complessiva (chiamiamola pure ‘opera’ senza che debba essere grande, ma qualche volta, necessaria, anche grande) come sempre e comunque lesiva dell’ambiente. Alcuni autori, lo dico con franchezza, non si sono ancora liberati del tutto da questa semplicistica equazione. Altri autori al contrario hanno chiesto interventi infrastrutturali, perchè di questo poi soprattutto si tratta, che presentino soluzioni avanzate ed ecologicamente compatibili, “et et”, anziché “aut aut”; e oggi la tecnologia in tutti i campi è in grado di accogliere spesso se non sempre soluzioni compatibili.

Una città nel suo complesso attrattiva è una città ‘efficiente’ resa meglio dall’inglesismo ‘smart’. Efficienza è facilitazione e la richiedono la mobilità, il lavoro e le sue nuove tecnologie, l’accesso ai servizi. La modernità, cioè lo stare al passo coi tempi e a volte anticiparli, quando è stata male interpretata e vista solo nel suo lato di sfruttamento economico, ha prodotto lacerazioni, disastri ambientali, disuguaglianze. Quando è stata coniugata con attenzione complessiva alle esigenze sociali, ha prodotto progresso vero, avanzamento del benessere e promozione dei diritti, sociali e individuali. Per LUMINOSI GIORNI questa modernità ben interpretata è un marchio di fabbrica, fin dalla nascita nove anni or sono. E non casualmente in home page campeggia sempre in bella vista, come sinossi del suo pensiero e della sua azione, la scritta:

Per una politica dei diritti e dei doveri, buone idee e buone pratiche di modernità, dal locale al globale.

Una crescita felice.


Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.