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Venezia e il Veneto, politicamente, hanno bisogno di avviare un processo di ricostruzione.

Venezia. Troppe divisioni, polemiche il più delle volte sterili, antipatie personali, rigurgiti del passato, impediscono di trovare forme di intesa persino su temi su cui a ben guardare non sono pochi gli spazi per trovare forme di accordo se non di totale intesa.

La Regione. È una macchina che viaggia con il pilota automatico da molto tempo e ha ragione Ilvo Diamanti quando dice che la forza dell’attuale amministrazione, non si misura su quello che Zaia fa, piuttosto su quello che Zaia non fa perché sono altri a fare tutto quello che in Regione funziona da anni e in alcuni casi anche bene (si pensi al volontariato). È però un tema che ci porterebbe lontano e quindi mi fermo qui.

Torniamo quindi a Venezia.

Questa testata, nel corso dell’estate, ha ospitato una rubrica dal chiaro titolo: “la mia città dei prossimi 5 anni”. 37 cittadini, alcuni dei quali candidati alle prossime elezioni amministrative, si sono cimentati nel tentativo di avanzare proposte sul futuro della città, una bella impresa replicabile anche in altre città.

L’occasione è quindi propizia, per sedersi tutti intorno ad un grande falò di idee (a casa le vanità che han già fatto spesso troppi danni!), davanti a un presente complicato. La calma dei canali dopo la botta dell’ultima grande acqua, il vuoto cittadino, la crisi dei negozi o meglio delle botteghe, degli alberghi e dei ristoranti, le suggestioni dello smart working in epoca Covid, un sindaco troppo odiato o troppo amato, la voglia di cambiamento (questo almeno prova la presenza di così tante liste che hanno deciso di presentarsi), un quartiere, Marghera, che aspetta la svolta green per un possibile rilancio dell’intera città, altri quartieri in ambasce che aspettano risposte (Via Piave a Mestre), anziani soli in centro storico che non vanno dimenticati (qualcuno si è già attivato), un modello turistico usurato, non più sostenibile. La residenzialità da ricostruire. Una reputazione da Capitale da restaurare. Tutti si sono chiesti nei vari interventi che Venezia è quella di oggi e dove servano urgenti correttivi.

Per orientarsi, provando a farne una sintesi, ho pensato che l’alfabeto, tratto direttamente e in certi passaggi letteralmente dai vari articoli, possa essere di grande aiuto.

Cominciamo dall’abc: Ambiente, ben vivere, comunità, tre concetti che costituiscono forse, il filo conduttore dei tanti interventi.

Ambiente: Non è riempirsi la bocca ma agire con l’intento di tutelare una città fragile costruita sulle note de: “El canto dei battipali”. Ben vivere: Non è un sogno ma è consentire a tutti di con-vivere senza che nessun interesse prevalga sull’altro. Comunità: Non è la parola magica, ma il perno attraverso il quale ridare alla città (tutta) la sua dimensione di fiera Capitale attraverso un’altra C quella di Cultura, cioè l’industria che può dare da mangiare in modo dignitoso a molti, creando lavoro vero e di grande qualità (citofonare alla B di Biennale e chiedere lumi).

Andiamo avanti.

Dibattito: Che in questo caso precede e speriamo soprattutto continui a seguire. Abbiamo ospitato pagine di confronto trasparente e molto puntuale praticamente su tutte le grandi questioni cittadine. Secondo me, ne è emersa la complessità dei problemi e l’impossibilità per chiunque di presentarsi da demiurgo. Al contrario, competenze, conoscenza del territorio, capacità di leggere “le carte”, gioco di squadra sono le uniche strade percorribili. Il dibattito lo ha dimostrato.

Europa: La collocazione internazionale della città è stata evocata spesso. Qui vale la pena ricordare la grande occasione che la città ha davanti nei prossimi mesi se, in un possibile riparto di risorse a favore delle grandi città, Venezia ne dovesse essere inclusa: manutenzione della laguna, bonifiche da inquinamento in terraferma, ammodernamento dei mezzi di trasporto e molto altro che possa rendere la città, luogo ideale per insediare attività, istituzioni, rappresentanze internazionali. Unica condizione: che portino attività lavorative (di vetrine vuote non c’è bisogno).

Fuori Sede: Chiamati in causa tante volte, anche qui i progetti non mancano. Vengono a studiare (va bene) poi, oggi, scappano (non va bene). Incentivarli a farli restare deve essere il nome del progetto tra Comune e altre Istituzioni locali che, seduti allo stesso tavolo, non si devono alzare senza aver scritto un programma sul punto.

Gronda Lagunare: Solo per capire la complessità di un territorio che va da Ca’ Roman al Tarù, serve tempo, studio e pazienza, il richiamo a questa necessità è emerso e dimostra ancora una volta che non esistono scorciatoie: per affrontare la complessità serve preparazione.

Hortus conclusus: Come nel tardo medioevo, all’interno degli orti si iniziavano a vedere i primi segni del mutamento di sensibilità nella società del tempo, anche a Venezia, a giudicare dal tono e dagli spunti dei molti interventi qualcosa sta nascendo. La richiesta di aprire alla cultura di matrice anglosassone della “big society”, e fare in modo che i cittadini possano adottare o abbellire beni pubblici o luoghi del loro territorio caratterizza questo cambiamento insieme all’umanità degli abitanti di una città.

Internazionalità: 1. Padiglione della Sostenibilità (o dell’Ecotopia) dove dialoghino e si intreccino i saperi scientifici, tecnici, artistici, e artigianali legati alla sfida alla crisi ambientale. 2. Ministero degli Esteri, un gruppo di ambasciatori di cui facciano parte anche le istituzioni culturali cittadine (a partire dalle università) e che giri il mondo a convincere i loro omologhi a impiantare i loro programmi a Venezia. Due proposte concrete pronte per essere adottate.

Lavoro: Serve come il pane, per ricostruire il tessuto della città storica e per evitare il decadimento della terraferma che, come altre parti d’Italia, sentirà il previsto crollo del PIL nazionale. Non mi pare sia emerso negli interventi, ma, restando in tema lavoro, non sarebbe certo sbagliato avanzare la proposta di coinvolgere chi percepisce il reddito di cittadinanza in attività di volontariato.

Municipalità: Il territorio è troppo grande e il decentramento secondo regole e chiari confini di competenze fa bene a tutti, soprattutto ai cittadini.

Negozi: Il sapere artigiano ancora esiste, pur tra mille brontolamenti, in coloro che continuano con passione a indorar cornici, a soffiar vetro, a imboscar scafi in legno, a tirar terrazzi in calce e a sfornar fugasse… Coltivare questo sapere significa anche generare un volano di lavoro sostenibile e di lunga prospettiva. Se poi si fa Rete tra botteghe, come insegna l’esperienza di San Francesco della Vigna (sul punto e nel concreto, la concretezza è fondamentale, chiedere a Massimiliano Smerghetto), allora, dalle parole si passa ai fatti e la sostanza delle cose cambia.

Opere pubbliche: Venezia è esperta storicamente di questo argomento, anche se negli ultimi decenni la memoria ha giocato brutti scherzi. Concludere il Mose per poi elaborare una gerarchia delle priorità infrastrutturali è necessario.

Porto: Il porto metropolitano d Venezia e Chioggia nelle sue tre declinazioni commerciale, industriale e passeggeri, rappresenta la seconda economia del territorio, dopo il turismo: non serve aggiungere altro rispetto alla sua importanza.

Qualità, degli amministratori: Significa, per esempio, dire addio a goffe forme di spoyl system e coinvolgere di più cittadini e associazioni meritevoli nel governo della città, insieme a raffinate menti di tutto il paese e di tutto il mondo senz’altro pronte a dare il loro contributo.

Residenza: C’è un problema, in particolare nella città storica. In parte dipende dall’economia del Paese, da anni zoppicante che dal 2008 in poi ha aperto una strage nel mondo del lavoro. Negli ultimi tempi molti proprietari di immobili nelle città d’arte, ma non solo, sono stati spinti a trasformarli in strutture ricettive. Si tratta di un tema che riguarda certamente Venezia ma che ha una portata nazionale, riconducibile al fatto che, prima di ogni altra cosa la città, le città, hanno bisogno di lavoro. Non può esistere residenzialità se non esiste, a monte, una fonte di reddito.

Sociale: In Via Piave a Mestre, c’è un problema di criminalità e spaccio di droga grande come una casa e affrontarlo non solo con la repressione può consentire, come ha scritto Dylan Thomas a: “Non attendere passivamente l’arrivo della notte combattendo contro l’agonia della luce!”.

Turismo: Nuovo, anche esperienziale ma di qualità, capendo quale target di sviluppo turistico e culturale si vuole approcciare in via prioritaria, selezionando, con un percorso virtuoso, l’offerta, senz’altro guardando in chiave comparata anche alle esperienze di altre città.

Università: Fondamentali, dal passato glorioso e avviate verso un futuro radioso se si farà di Venezia, il luogo per eccellenza a favore dello studio e della ricerca. Se a questo si aggiunge lo smart working, altri progetti di attrazione umana a favore della città potrebbero essere avviati visto che gli spazi non mancano, basti pensare a “l’arzanà de’ Viniziani” (Dante, Inferno, XXI, 7).

Venezia: Città al bivio tra quello che potrebbe essere e quello che potrebbe invece diventare. Città di eccellenza/e umane, artistiche e imprenditoriali con una chiara vocazione internazionale che rischia però di dilapidare un patrimonio per essersi arresa, crogiolandosi in un passato che non esiste più.

Zone: Investire sul concetto perché non sono poche: ZES, Zona Economica Speciale, ZLS, Zona Logistica Speciale… Poi si potrebbero creare anche le Zone Franche Urbane per la cultura, e quartieri per imprese creative ed artisti, anche attraverso la riconversione di immobili pubblici inutilizzati, come proposto nella bozza di febbraio 2020 del DDL Turismo e Cultura.

Concludendo, Venezia è sfidata dall’Europa così come tutto il paese. L’oggetto della sfida è: programmare subito il futuro in modo realistico selezionando alcune delle lettere di questo alfabeto a cui dare priorità assoluta.

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra.
Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti.
Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.