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In questo momento che scrivo, le campane suonano a distesa, e annunciano l’entrata degli Italiani in Roma. Il potere temporale della Chiesa crolla. E si grida il Viva all’unità d’Italia. Sia gloria al Machiavelli”.

Ma cos’è questo pasticcio in cui si mette insieme l’entrata degli Italiani in Roma, nota come ‘Breccia di Porta Pia’, con i riferimenti ad un letterato del 1500 come Niccolò Machiavelli? Chi scrive queste parole è Francesco De Sanctis, letterato e scrittore ottocentesco ma soprattutto un grande critico letterario italiano, posso azzardarmi a dire per certi aspetti il più grande. Oggi presumo non molto popolare anche tra gli studenti persino di un liceo classico, ma per la mia generazione lo era ancora, quantomeno nelle facoltà umanistiche. Machiavelli al contrario molto più noto di lui, seppure la rivalutazione del fiorentino anche in campo letterario la si deve proprio anche a De Sanctis. Qui ne sta parlando in un famoso saggio all’interno della sua opera principale, La Storia della Letteratura Italiana che sarà pubblicata a Napoli entro il 1870. Anno in cui egli, lo si capisce, la sta ancora scrivendo, probabilmente ultimando.

De Sanctis nel suo saggio vede Machiavelli quasi come un profeta, come un precursore ad un tempo della modernità, dell’impegno civile, delle letteratura come impegno civile, dell’unità d’italia e della laicità, intesa come autonomia dalle religioni e dalle ideologie in genere. Ma questo improvviso irrompere di un motto liberatorio, oggi si direbbe “in diretta”, di evviva all’interno di un saggio, per poi riprenderne la trattazione ordinaria per altre tre o quattro pagine è qualcosa di eticamente e culturalmente eccezionale e di unico.

Oggi non mi è venuta citazione migliore per fare memoria di quel XX Settembre di un secolo e mezzo fa esatto, quando, con l’entrata degli Italiani in Roma attraverso la famosa breccia di Porta Pia, si compiva effettivamente l’Unità d’Italia. La cui data d’origine sarebbe appunto più correttamente proprio il 1870. E la citazione mi è venuta immediata per l’emozione autentica che si legge nella parole di De Sanctis e per l’emozione che mi trasmisero quando le ho lette per la prima volta nei miei vent’anni.

“Il potere temporale della Chiesa crolla. E si grida il Viva all’unità d’Italia. Sia gloria al Machiavelli”.

Il loro significato è duplice. Sul compimento dell’Unità d’Italia s’è detto. Si completava definitivamente un processo che non è esagerato dire le menti più illuminate attendevano da secoli. Non è solo storia dell’’800 e del Risorgimento. Non a caso De Sanctis ha scritto pagine altrettanto memorabili su Dante e Petrarca, sul loro impegno civile, oltre che letterario: ed è a partire da lì, da una lingua volgare che diviene lingua quantomeno letteraria, che la civiltà italiana ha un suo seme. Con quella lingua italiana in embrione i due poeti avevano già avuto visioni unitarie. Pare superfluo sottolineare che il nazionalismo liberale, laico e democratico di De Sanctis, da lui testimoniato con partecipazione attiva ai moti risorgimentali pagata con tre anni di carcere, nulla contraddice di una sua visione europea e internazionalista. Le cose per i più lungimiranti stavano già allora insieme.

Ciò che mi pare però sia ancora più rilevante è l’esultanza di De Sanctis perché ”Il potere temporale della Chiesa crolla”. Catarsi nella catarsi, l’Unità d’Italia si compie solo quando crolla l’ultimo baluardo, quel potere temporale della Chiesa che da almeno un millennio era stato l’ostacolo principale al processo unitario. E non si esagera ad andare così indietro, se si pensa al primo grande tentativo unitario di Federico II di Svevia continuamente ostacolato e poi stroncato dal fronte di alleanze organizzate dal Papato. Alcuni grandi Stati Europei tale processo invece l’avevano avviato con grande anticipo sull’Italia. Con tutti i benefici che ne erano venuti, a loro, per il senso della nazione e dello stato. L’ “antico edificio crolla”, aveva scritto nella stessa pagina il critico napoletano, con gran ritardo rispetto all’Europa, ma finalmente crolla. E’ il recupero per l’Italia di tre secoli di decadenza profonda e pesante, quelli che storicamente sta ancora scontando, un ritardo che si è approfondito proprio a partire dall’epoca di Machiavelli. Come se la storia si fosse divertita a far tutto il contrario di quella modernità che il fiorentino aveva invocato insieme al superamento del divisionismo regionale italiano e la messa al bando della teocrazia papale. Meglio tardi che mai si potrebbe dire.

Il crollo del potere temporale della Chiesa è però un evento che travalica quello italiano e assume una portata universale. Una teocrazia fondata sull’arbitrio e durata quasi 1200 anni veniva abbattuta anche se, come ben sappiamo, non proprio definitivamente. Il Papa spodestato, Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai-Ferretti, aveva continuato per il resto della sua vita a considerarsi un ‘prigioniero politico dello Stato Italiano’ (definizione già sentita da altri più recenti oppositori statali), non riconoscendo la razionalità della storia. Papa Giovanni Paolo Secondo, Wojtyla – e ciò qualifica anche la sua figura – poi non aveva pensato di meglio di beatificare, per poi avviare al processo ancora in corso di santificazione, questo bel campione di oscurantismo e di rabbiosa reazione clericale. Che nella sua lunghissima vita pastorale aveva avuto , si fa per dire, come ‘meriti’ nientemeno che la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione, dell’infallibilità del Papa e soprattutto l’invettiva antimodernista del Sillabo. L’atto libertario di Porta Pia è stato dunque un evento di portata mondiale, di cui tutte le nazioni libere dovrebbero essere grate. A chi? Beh, almeno in questo caso, tra molti lati oscuri, la gratitudine storica andrebbe assegnata al Regno d’Italia di allora. Che tra l’altro solo nei suoi primi decenni ebbe una cultura politica, fosse di destra o di sinistra, improntata ad un’autentica laicità. Senza questa spinta laica la determinazione risoluta di Porta Pia forse non ci sarebbe probabilmente stata. A livello mondiale la parabola del potere ecclesiastico iniziata con la legittimazione della Chiesa, avvenuta con Costantino il Grande nel 313 d.c., si chiudeva allora definitivamente. La talpa della storia bene o male scava sempre e va avanti.

Paradossalmente non si chiudeva proprio per l’Italia che ne portava il maggior merito. Sulla vicenda italianala la restaurazione ed una nuova legittimazione veniva nel 1929 da parte del Regime Fascista con i Patti Lateranensi, che simbolicamente abolivano anche il XX settembre come Festa Nazionale. Con quegli atti Chiesa e Fascismo lanciavano il messaggio che Il Potere Temporale in Italia era ancora in buona parte ben saldo in sella. Né la timida revisione del Concordato operato dal governo Craxi nel 1985 ha mandato messaggi troppo diversi. Tutto il Potere ecclesiastico è ancora lì ben saldo in Italia.

E allora per dare compimento alla storia c’è forse ancora un lavoro da completare per fare dell’Italia uno stato compiutamente laico. Scherzandoci un po’ si potrebbe dire che lo dobbiamo a Machiavelli e a Francesco De Sanctis.

L’abolizione di un potere temporale della Chiesa è un processo per altro che in epoca di Chiesa conciliare è stato sostenuto da non irrilevanti parti del Mondo Cattolico, oltre che dalle Chiese cristiane non cattoliche. Lo spirito conciliare aveva infatti portato alla consapevolezza che la fede in Cristo per essere autentica deve potersi esprimere libera dalle garanzie del Potere. Anzi questa libertà integrale dal potere è l’unica condizione per poter esprimere una fede. Anche per i credenti in Cristo dunque c’è ancora un processo da portare a termine.

Una prima appendice. Riporto fedelmente da Wikipedia, contando sulla correttezza dei dati. La presa di Roma costò all’esercito italiano 49 morti, di cui quattro ufficiali e 141 feriti tra cui nove ufficiali. Fra le truppe pontificie si registrarono 19 morti, di cui un ufficiale e 68 feriti. Poca cosa, in confronto ad altre vicende belliche (tra queste l’estremo atto dell’Unità con Trento e Trieste, costato la macelleria della ’15-’18), ma pur sempre morti, vite umane stroncate, il numero, come si sa, non conta. Oggi probabilmente un processo del genere sarebbe stato portato avanti in altro modo, non so quale, ma in un altro modo. Perché la guerra ci deve ripugnare a prescindere dalle sue motivazioni e anche se si spara poco.

Una seconda appendice. La modernità di cui Pio IX / Mastai Ferretti era terrorizzato e che respingeva con furia iconoclasta era soprattutto quella soffiata prepotentemente con il vento della Rivoluzione Francese e dell’irruento imperialismo napoleonico, che per un breve periodo aveva anche unificato l’Italia, spodestando una prima volta il Papato. Quella stessa Francia che in seguito avrebbe poi in qualche modo ‘regalato’ l’Unità all’Italia nel 1859 e soprattutto nel 1866, si manifestava da allora come punta avanzata della laicità, di cui ancor oggi è un esempio che alcuni ritengono anche sin troppo estremo. Ebbene per i misteri e i paradossi che la storia ci presenta qualche volta, a difendere, inutilmente, il Papato all’interno delle mura di Roma insieme alle truppe papaline in quel XX Settembre del 1870 c’erano le truppe francesi; e lo avevano difeso anche nei precedenti del 1848 e del 1867, garantendo per buona parte del secolo un potere culturalmente ai loro antipodi. Continuo a stupirmene ogni volta che ci penso. E non so darmene ragione. A meno che non si sia trattato solo e soltanto di uno smaccato fenomeno di realpolitik, gli storici probabilmente se lo spiegano così. Realpolitik si, ma molto ‘real’.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.