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Mi riallaccio al bell’articolo di Annalisa Martino sull’episodio straziante del brutale assassinio di Willy Monteiro Duarte. Condivido naturalmente l’orrore e la dolente esecrazione di Annalisa per l’accaduto vergognoso. E l’affettuoso cordoglio per la vittima innocente. E pure concordo in pieno con la sua constatazione, del resto ovvia, che la vicenda è solo la punta dell’iceberg di una realtà di violenza e sopraffazione diffusa.

Episodi orrendi come questo non possono certamente derivare da una sola causa ma sono il frutto avvelenato di un complesso di motivazioni. Annalisa tenta di elencarne alcune. Detto che tutte sono condivisibili vorrei ragionarci un po’ su per tentare di sfrondare l’elenco per capire, forse, quali sono le cause profonde (operazione necessaria per poterci mettere mano).

 

L’odio razziale: è forse un di più, ma non certo la motivazione scatenante. Un episodio identico aveva visto protagonisti i famigerati fratelli e la vittima era un bianco (che per un pelo non ci ha rimesso pure lui la pelle). Vero che il bianco era rumeno e che in effetti molte tra le vittime delle tristi referenze criminali degli indagati sono stranieri. Ma tenderei a pensare perché più presenti negli ambienti frequentati, più facilmente oggetto delle loro strafexpedition  e meno protetti. Insomma più un segnale ulteriore della loro vigliaccheria che di motivazioni razziste.

Lo “sdoganamento” da parte di una certa politica. Certamente non aiutano gli atteggiamenti machisti di certi esponenti politici di destra ma anche questo, francamente, mi sembra una causa marginale. Anche perché il rapporto causa-effetto in questi casi è molto ambiguo: sono gli esponenti politici che fomentano una certa subcultura o è una certa subcultura che fa sì che certi atteggiamenti abbiano successo? Entrambe le cose..

 

E veniamo al cuore della questione. Uso ancora le parole di Annalisa: “uno squadrismo fatto di falsi miti e di sottocultura”, “un individualismo sfrenato”, “quattro fascisti” (ripetuto più volte).

Qui secondo me c’è una leggera (perdonabilissima) contraddizione. Parlare di “miti” (ancorché falsi e miserrimi) e financo di “fascismo” in qualche modo presuppone una percezione di sé come parte di un “noi”, di un gruppo che, appunto condivide qualcosa di “ideale” (seppure, lo ripeto perché non vi siano equivoci, esecrabile e ripugnante). Molto diverso dunque dall’individualismo sfrenato (ecco la contraddizione).

Ecco, io temo che la fattispecie prevalente sia proprio l’assoluta, incondizionata, utilitaristica percezione dell’unica dimensione dell’”io”. Questi miserabili picchiavano per soddisfare la loro voglia di violenza, provavano soddisfazione a maramaldeggiare con qualunque malcapitato (ho letto il racconto molto significativo dell’esercente di un bar) per puro gusto di sopraffazione, oppure picchiavano per “mestiere”, soddisfacevano i loro istinti per un’esigenza totalmente autoriferita. Insomma, l’altro, il suo dolore, i suoi diritti (diritti??), il concetto stesso di regole di convivenza totalmente ignorato, direi neppure percepito. E dunque anche il loro sbandierato fascismo è più che altro un orpello ex post, un abbracciare una simbologia quasi per “nobilitare” la loro ferocia. Insomma più che essere violenti perché fascisti sono semmai fascisti perché violenti.

Ora, poiché ha perfettamente ragione Annalisa a sottolineare che gli assassini di Willy sono una goccia nel mare, l’immediato corollario di quanto sopra preoccupa non poco. Perché, paradossalmente, sarebbe consolante sapere che questi figuri sono intruppati in un gruppo, quantunque feroce. Perché più identificabili, controllabili, magari “contattabili”, sarebbe possibile creare un’interlocuzione (per quanto, mi rendo conto, difficilissima). Sono invece cani sciolti, schegge impazzite, molto più difficili da controllare.

Beh, molto più difficili.. qui non si può non constatare la drammatica falla del sistema di controllo e della giusta pena (curiosamente non citata da Annalisa). Questi tizi sembra fossero soliti a scazzottate e pestaggi ogni weekend, conducevano una vita decisamente al di sopra delle loro entrate legali (con l’amara ciliegina del percepimento del reddito di cittadinanza..) e soprattutto, come prima ricordato, erano stati protagonisti di un episodio del tutto analogo con la malcapitata vittima in ospedale per 60 giorni. Ed erano liberi di terrorizzare e vessare chiunque gli capitasse a tiro. Se tutto questo è vero (naturalmente resta fermo il loro diritto a essere giudicati senza certezze precostituite) avrebbero dovuto essere in galera dal quel po’, ben prima di incappare nel povero Willy.

Infine, nel nostro “gioco” a risalire alle cause, resta l’ovvia domanda a monte: se la nostra società è piena di figuri di questo tipo, qual è la “causa” delle cause? Troppo facile, troppo consolatorio, rispondere “perché sono fascisti”. Troppo autoassolutorio, direi anche. Da dove nasce questo deserto di valori, questa totale mancanza di senso di comunità, di convivenza civile, di Stato se vogliamo? E quanto è estesa e dove si annida?

La scuola? La mancanza di reti sociali? I cattivi maestri? E quanto tutti noi, individualmente, abbiamo contribuito, con una percentuale magari risibile di responsabilità, a questa situazione?

Confesso di non essere capace di dare risposte convincenti.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.