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Il Referendum costituzionale, confermativo o oppositivo, si tiene nei casi in cui una legge di revisione costituzionale sia votata da meno di due terzi dei componenti di ciascuna camera. Da ricordare che non è  previsto il quorum di validità, quindi vince chi ottiene anche un solo voto in più.

Il quesito del referendum costituzionale del 20/21 settembre verte sulla riduzione del numero dei parlamentari. Se si risponde sì, si conferma il taglio dei parlamentari, che passeranno dagli attuali 945 a 600: i deputati alla Camera si ridurranno da 630 a 400, mentre i senatori passeranno da 315 a 200.  Con il no, si è contrari al taglio, e la situazione resterà invariata.

Non esiste un modello internazionale riguardante il rapporto tra seggi parlamentari e numero dei cittadini di un dato paese. (Si veda l’articolato report del costituzionalista Carlo Fusaro.  Carlo Fusaro  ttps://www.facebook.com/profile. Post del 14 agosto 2020)

Vediamo alcuni punti tra i più dibattuti della tematica referendaria.

Tralasciamo gli slogan, tipo “la riduzione numerica dei rappresentanti equivale ad una riduzione della democrazia”; così pure le manifestazioni all’insegna del “Chi tocca la Costituzione muore”. E tralasciamo le esternazioni catastrofiche e marcatamente politicizzate come quella del Presidente emerito della Corte Costituzionale Giuseppe Tesauro, secondo il quale “Se vince il Sì torniamo all’aula sorda e grigia del fascismo” (Repubblica, 25/08/20).

Riguardo ai costi e risparmi, spesso ampliati o ridimensionati, un risparmio ci sarà, ed una tendenza al risparmio è senz’altro auspicabile; tuttavia si tratta di un risparmio minimale, oltretutto applicato ad una istituzione centrale della nostra democrazia.

La funzionalità di un Parlamento così ridotto dovrebbe incrementarsi, in quanto – secondo Fusaro – le assemblee meno folte di solito sono più funzionali, ma questo è da dimostrare. (Vedasi a tal proposito, di avviso opposto, Raffaele Bifulco, https://open.luiss.it/2020/08/31/perche-no-considerazione-a-margine-di-una-riforma-sbagliata/)

Una riforma come questa, sulla rappresentatività, non era meglio – ci si chiede – che venisse inserita in un programma più ampio che prevedesse la modifica anche dei meccanismi elettorali?

E’ vero però, a mio parere, che una revisione dei meccanismi elettorali è un processo laborioso, molto conflittuale, in quanto nel nostro Paese c’è la brutta abitudine di concepire e optare per un meccanismo elettorale (favorente il maggioritario, o il proporzionale, o un sistema misto) non guardando – come si dovrebbe – all’equilibrio tra le varie istituzioni (configurazione del parlamento, sistema elettorale con la divisione dei collegi), ma guardando soprattutto al tornaconto a breve termine che ciascuna forza politica può guadagnare. Si attua una ricerca della massimizzazione del voto che finisce per svalutare il sistema elettorale prescelto, dato il celere mutare della mappa del voto, delle preferenze degli elettori.

Però, anche aderendo alla concezione che preferisce che le riforme costituzionali siano effettuate ad una ad una, e non organicamente, almeno la revisione delle funzioni delle due camere avrebbe dovuto essere effettuata in concomitanza con il ridimensionamento numerico.

Infatti, la riduzione del numero dei parlamentari così strutturata, senza revisione delle funzioni, non mette in discussione il “bicameralismo perfetto” (camere che svolgono le medesime funzioni). (Si veda l’appello dei costituzionalisti “Referendum, 183 costituzionalisti dicono No”, 23.8.20,   https://www.huffingtonpost.it/ )

Si sta realizzando, con questo taglio, una sorta di bicameralismo assoluto. Riguardo a questo bicameralismo assoluto, scrive Fusaro: “E’ legittimo sperare che…l’assurdità e la strutturale inefficienza di un Parlamento di questo genere…..finirà con il risultare in tutta la sua clamorosa evidenza, rilanciando il tema delle riforme politico-istituzionali, quelle davvero incisive.” (Carlo Fusaro, https://www.facebook.com/profile.14.8.20)

Intanto questo bicameralismo perfetto, sia pur in formato ridotto, viene giudicato  da altri “desueto e disfunzionale” (Vedasi Raffaele Bifulco, https://open.luiss.it/2020/08/31/perche-no-considerazione-a-margine-di-una-riforma-sbagliata/).

Il taglio numerico delle due camere, stante l’attuale legislazione elettorale, non è che conduce ad una più ridotta rappresentatività? Ogni parlamentare che sarà eletto rappresenterà più cittadini, tuttavia a questo si può rispondere che già adesso esistono città e comprensori che non esprimono un loro rappresentante; però rimane valida l’obiezione che il rischio di una rappresentanza ancora minore, per certi territori, è concreto. E viene data per certa la sovrarappresentazione di alcune Regioni, e la sottorappresentazione di altre.  (Per approfondire, vedasi Francesco Conte, “Taglio dei Senatori: chi perde (la Basilicata) e chi guadagna (la Valle d’Aosta) in termini di rappresentanza”, in La Costituzione.info, 29.8.20 http://www.lacostituzione.info/index.php/2020/08/29/taglio-dei-senatori-chi-perde-la-basilicata-e-chi-guadagna-la-valle-daosta-in-termini-di-rappresentanza/)

La riforma riduce la rappresentatività del Parlamento, e la considerazione che il cittadino avrebbe pur sempre altre istituzioni rappresentative – tipo il Parlamento Europeo, i Consigli regionali – è una considerazione debole, contestata da altri costituzionalisti.  Solo il Parlamento è sede della rappresentanza politica nazionale, secondo le sentenze della Corte Costituzionale, (Si veda su questo punto Carlo Fusaro e, per contro, Il manifesto dei 183 costituzionalisti).

I vari quorum richiesti per diverse decisioni parlamentari (elezione del Presidente della Repubblica, dei componenti il Csm, di elezione dei giudici costituzionali, di revisione costituzionale) rimarrebbero tali, applicate a una minore quantità di parlamentari.  Ma, si obietta, con numeri di parlamentari ridotti c’è il rischio di polarizzazione dello scontro, e quindi di ricadute negative: per esempio, nel caso di elezione del Presidente della Repubblica, il rischio che una maggioranza scelga un Capo dello Stato marcatamente  di parte, senza il tentativo di accordi preventivi; inoltre, in occasione dell’elezione del Capo dello Stato sarà maggiore, in seduta comune,  il peso relativo dei delegati regionali, modificando così i precedenti equilibri della rappresentanza. (Vedasi intervista al costituzionalista  Massimo Luciani, al link  http://www.corriere.it/politica/20_agosto_26/referendum-2020-cosa-cambia-il-taglio-parlamentari-.)

Il ragionamento di fondo dei fautori del taglio è che se non si comincia ad innovare, c’è il rischio che per un lungo periodo si instauri una conservazione opprimente; che una vittoria del No, dello status quo dell’assemblea parlamentare, scoraggi proposte di modifica costituzionale per tanti anni ancora. (Si vedano a questo proposito le conclusioni di Nicola Lupo, https://open.luiss.it/2020/08/31/perche-si-una-riforma-che-rende-efficiente-il-parlamento/). Si esprime con convinzione un invito all’innovazione, però non c’è certezza che poi si proceda con le ulteriori riforme.  E’ questa la debolezza insita tra le ragioni del Sì.

Un referendum che poggia su una scelta – la riduzione dei parlamentari – che rimanda ad altre scelte auspicate, quelle delle future modifiche costituzionali e regolamentari: una scelta referendaria aleatoria.  

Toscano di provenienza, risiede da tempo a Venezia-Mestre. Ha avuto Esperienze manageriali in aziende industriali e di servizi pubblici. Collabora con istituti universitari ed enti di ricerca. Da tempo membro della Società Italiana di Studi Elettorali, particolarmente interessato alle dinamiche dei flussi e competente nella materia. Per finire è grande appassionato di fotografia, con predilezione per le cattedrali gotiche.