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A Roma via XX Settembre non è proprio una strada banale. Inizia da Porta Pia e raggiunge il Palazzo del Quirinale. Di rado la topografia rappresenta in modo così plastico una svolta storica. Poiché questa ricorda: il giorno in cui i bersaglieri penetrano in città attraverso la breccia, di Porta Pia appunto, e completano l’Unità d’Italia ponendo fine al potere temporale dei papi. Il palazzo era allora la residenza del pontefice. Quanto, poi, riportato in vita da Benito Mussolini con i Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929, cioè lo Stato della Città del Vaticano, non sarà mai neppure in parte paragonabile al preesistente Stato della Chiesa. Il XX settembre, dunque, ha il valore di un cambiamento definitivo. Due gli aspetti chiave dell’evento, il primo rappresenta un punto d’arrivo e il secondo una base di partenza. Vediamoli.

Innanzitutto, si compie la riunificazione della Penisola, divisa sul piano politico ormai dai tempi dell’invasione longobarda, iniziata nell’anno 568. Un processo che, erroneamente, molti confinano nell’Ottocento, il secolo del Risorgimento e delle Guerre d’Indipendenza, dimenticando i numerosi tentativi condotti a questo fine a partire dal XIV secolo. Angiò, della Scala, Visconti sono alcune delle casate che, ben prima dei Savoia, hanno accarezzato il sogno di vedere un proprio rappresentante cingere la Corona Ferrea di re d’Italia. La quale, invece, finirà sulla testa di un còrso nato rivoluzionario giacobino, Napoleone Bonaparte. Tra gli aristocratici tentati dall’avventura unitaria, bisogna poi collocare quelli veneziani per fermare i quali, nel dicembre 1508, si formerà addirittura un’alleanza paneuropea, che sfocerà nella Guerra della Lega di Cambrai.

Alla convinzione dell’unità culturale di fondo della Penisola, insomma, da sempre si accompagna nella storia d’Italia la volontà di ottenere analoga dimensione politica. Contro tale progetto si batteranno, alla morte, tutti i portatori d’interessi particolari a forte radicamento locale e due tra le maggiori potenze emerse, col tempo, dalla frammentazione: la repubblica di Firenze, in particolare sotto l’egemonia dei Medici, e lo Stato della Chiesa. Entrambi, diventeranno ostacoli da rimuovere lungo la strada dell’unificazione.

La Storia a volte sa essere piena d’ironia. Uno dei casi esemplari in materia è dato dagli spostamenti di capitale dell’appena rinato regno d’Italia. Da Torino, che perde ben presto il rango, a Firenze e quindi a Roma, quasi si dovessero idealmente purificare le acque ostili di Arno e Tevere prima di trovare un assetto definitivo.

Proseguendo nel discorso iniziato, perché “base di partenza”? Se le baionette dei bersaglieri mettono fine al potere temporale dei pontefici, nulla ancora possono contro la loro immensa influenza culturale. Il nuovo regno, infatti, libera Roma e il Lazio da un’autorità a esso ostile, ma continua a doversi confrontare con l’ingombrante presenza della Chiesa cattolica. La repubblica che succede alla monarchia si troverà nell’identica situazione.

Il cattolicesimo, infatti, è radicato nella società italiana e si avvale di una forza organizzativa senza eguali. Solo il fascismo aveva potuto competere sullo stesso piano, ma solo sfruttando i mezzi illimitati messi a disposizione da uno stato dittatoriale. Il risultato è un’influenza formidabile, capace di orientare le scelte fondamentali nel campo delle regole sociali e persino dei comportamenti individuali. La prova migliore viene proprio dallo stesso Benito Mussolini, il quale per rafforzare il regime non aveva trovato di meglio che cercare la non belligeranza con la Chiesa, reintroducendo la religione cattolica quale credo di stato e reso obbligatorio il suo insegnamento nella scuola pubblica.

Non solo. Piuttosto curiosamente, l’ideologia fascista, che pure vantava robuste radici socialiste, finisce per assorbire molti temi cari alla Chiesa, trasformandoli in proprie bandiere identitarie. Se ne misurano le conseguenze nella produzione legislativa del regime, la quale a lungo si travasa nel corpo normativo della repubblica che, con grande fatica e infinite lotte collettive, riuscirà alla fine a emendare parte cospicua di quelle disposizioni. Ci vorrà, però, la grande rivoluzione culturale degli anni Sessanta e Settanta perché i necessari cambiamenti si traducano in provvedimenti concreti. All’inizio timidi e confusi e poi sempre più progrediti.

Il XX settembre 1870, dunque, ha significato la possibilità di una graduale laicizzazione dello stato e della società, processo molto lento e faticoso e non del tutto ancora realizzato. Sono, dunque, passati ben centocinquant’anni, ma la breccia di Porta Pia continua a rappresentare uno dei momenti fondamentali nella costruzione di una nuova identità civile nazionale. La quale non è mai solo il prodotto della forza intrinseca contenuta nei luoghi e nella loro storia, bensì anche e soprattutto atto di volontà, innestato sul tronco delle costanti di lungo periodo. Le quali, certamente, non devono e non possono essere ignorate.

Una comunità ha sempre la possibilità, e pure la necessità, di scegliere cosa vuole essere e dove intende andare. Via XX settembre corre dritta da Porta Pia al Quirinale, chiave interpretativa simbolica dalle forti suggestioni. I bersaglieri allora andavano di corsa. Adesso, più semplicemente, è il momento di rimettersi in piedi per riprendere il cammino.  Ogni giorno, infatti, la cronaca ci mostra quanto ci sia da fare per l’intera società italiana. In ogni sua articolazione. È il caso di smettere di restare seduti a guardare.

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare. Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.