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Il fatto che il centro storico di Venezia sia rimasta l’ultima roccaforte della sinistra nel Comune ha suscitato una certa meraviglia e sensazione anche a livello mass mediatico. Con compiacimento o consolazione da parte dei sinistrorsi resistenti e una certa malcelata invidia della sinistra di terraferma; e infine addirittura con rammarico piccato, accompagnato da un’inopportuna e piuttosto becera invettiva, da parte del riconfermato Sindaco. Che, da bulimico, avrebbe voluto vincere anche lì. E, come tutto ciò che riguarda Venezia, la roccaforte rossa, si fa per dire, dentro la laguna è considerata un fatto anomalo. Una lettura superficiale questa, che ripropone strisciante la contrapposizione tra terraferma e città storica, perché anche questo si sta dicendo, anche se la pensavamo sepolta per sempre ( e non lo è, come si vede).

Peccato che invece proprio l’anomalia dell’isola rossa veneziana confermi proprio l’unitarietà della città di terra con quella d’acqua, dal momento che manifesta uno schema sociale e politico che da almeno dieci anni si sta confermando in tutte le città d’Italia, soprattutto medio grandi. E in tutta Europa se non anche, e lo vedremo, in altre parti del pianeta. E cioè: la cosiddetta sinistra nelle ultime tornate elettorali ha tenuto nei centri storici delle città e più in generale nei quartieri alto borghesi, che di norma, ma non solo, sono dislocati nei centri storici. Qualcuno chiamò il fenomeno come ‘il partito delle ZTL’, alludendo al fatto che i centri storici solitamente sono parzialmente preclusi al traffico privato. A Venezia la ZTL non c’è perché è da sempre è anche di più, cioè un’immensa isola pedonale. Ma il concetto è lo stesso. In maniera plastica si dimostra una volta di più proprio sociologicamente e antropoligicamente che quella che tutti chiamano ‘Venezia’ tout court oggi, piaccia o no, è oggettivamente il centro storico della città comunale Venezia.

Su questo fenomeno del centro storico a sinistra dunque stupisce lo stupore.

A Milano quando si vota il Partito Democratico vince entro la cerchia dei navigli e in parte entro l’anello delle circonvallazioni mediane, perde a favore delle destre nelle periferie. Pare che anche in Europa lo schema si riproponga. Cito Parigi, con la Le Pen che conquista le banlieau e i socialisti e Macron, se vincono, a spartirsi la zona a ridosso del Quartiere Latino, dell’Ile de la Citè o del facoltoso Marais, tutti luoghi dove gli affitti e le compravendite hanno prezzi da palazzo sul Canal Grande. A New York nelle ultime elezioni la democratica Hilary Clinton ha avuto il picco dei voti nella centrale Manhattan, anche se poi è andata abbastanza bene anche nei distretti periferici.

Tornando a Venezia la controprova è che la sinistra in centro storico perde solo in alcuni margini, laddove, guarda caso, resiste un certo residuale ceto popolare, in Giudecca, a Sacca Fisola, a Castello. Ulteriore controprova: in Terraferma perde, ma perde invece meglio e di poco solo nelle zone più borghesi dove in qualche sezione persino vince.

Anche in questo caso c’è chi non si dà pace di questo rovesciamento del mondo, con i poveri che votano per quelli che dovrebbero fare gli interessi dei ricchi e i ricchi che fanno il contrario. E c’è chi continua a rammaricarsene e ogni volta a stupirsene.

E anche in questo caso una volta di più stupisce lo stupore.

Dice: “abbiamo perso la classe operaia”. Non è che “abbiamo perso”, ma la classe operaia “s’è persa” perché non esiste più. O meglio non esiste più con quell’impronta proletaria e di massa con cui l’avevamo conosciuta nel secolo scorso. Esiste ancora in piccola parte, ma si è diluita nel mare degli addetti ai servizi o della disoccupazione. L’unico mantra tra i regolarmente sconfitti di sinistra come ricetta per riprendersi i ceti proletari nelle periferie è “bisogna tornare tra la gente”. Come se la gente fosse lì ad aspettarli all’appuntamento a cui mancano da sempre se ci devono andare loro. Perché prima era semmai la gente che andava da loro, avendone in qualche modo bisogno.

Vero è che la sinistra mondiale ha sempre avuto uno zoccolo di ceti medio alti anche perché ceti colti. Nel passato quando le sinistre del pianeta in generale avevano velleità più o meno rivoluzionarie e comunque antisistema le avanguardie erano i ceti acculturati e solitamente, anche se non necessariamente, più benestanti. Da sempre, quantomeno in Italia e in Francia, le realtà che conosco meglio, la sinistra era frutto di un asse di alleanza tra ceti proletari e alcuni ceti alto borghesi, quello che oggi viene chiamato il ‘ceto medio riflessivo’, che risiedeva nei quartieri bene. Dove abitavano Sartre a Parigi o Moravia a Roma?

A Venezia fino a 30 anni fa se si frequentavano le sezioni del PCI, soprattutto del centro storico, ma non solo, si vedevano benissimo i due ceti alleati nei dibattiti di sezione, senza intermediazione sociale; assenti cioè solo i piccolo borghesi con solo i diplomi di ragionieri e geometri, che allora spopolavano. Presenti o gente con al massimo la terza media o laureati e plurilaureati. Al Tavolo della Presidenza c’era il compagno segretario di sezione, di solito di matrice più o meno popolare, che presentava ad introdurre il tema l’intellettuale organico di turno, potevano essere i due Cacciari, o Peruzza, o altri. La differenza evidente si notava nell’eloquio: un italiano che si sforza di essere corretto ma che casca sui condizionali al posto dei congiuntivi nel compagno segretario e un italiano sobrio ma pulito con buona pronuncia, con solo un inevitabile accenno d’influsso d’accento veneziano nell’intellettuale. Che cerca, non sempre riuscendovi, di adattarsi alla platea. Peraltro rappresentata anch’essa dai due ceti, senza vie di mezzo.

E’ noto, ma va ricordato, che nella lunga Prima Repubblica la sinistra ha svolto un ruolo egemone nella cultura in grado di bilanciare l’egemonia politica e sociale democristiana. Così ha fatto e lo ha fatto anche bene, nel risultato, intendo. Nel senso che ci è riuscita nel bilanciamento, ma anche, ed è quel che più conta, nella presenza sociale. Nel cinema, nella letteratura e perfino nelle scienze umane come la storia. Dove storici come Spriano, Ragionieri, Catalano, tutta gente su cui mi sono formato e, credo, bene perché erano anche bravi, ti presentavano l’interpretazione marxista della storia come scientifica ed oggettiva. Attributi per altro introdotti dagli stessi fondatori di quel pensiero. Anche questo inorgogliva e rassicurava un certo popolo, avere a fianco certi pezzi grossi dalla loro.

Trent’anni dopo sta accadendo semplicemente che i nuovi ceti popolari e periferici hanno mollato, da un pezzo, le loro avanguardie colte e ricche che sono rimaste sole col cerino in mano. Andavano bene quando le avanguardie colte erano portatrici di un verbo a tinte forti, muscolari, antisistema, un menar le mani seppure teorico da contrapposizione forte. Perché inevitabilmente il popolo ne ha bisogno, in quanto frustrato e comprensibilmente rancoroso per la sua secolare condizione, lo dico senza alcun barlume di giudizio spregiativo, ma in modo realistico. D’altra parte il popolo, o meglio una certa parte del popolo e seppur in quel caso irrobustito dai ceti piccolo borghesi, nella prima metà del novecento non aveva pur sempre sostenuto con il suo consenso il fascismo con intellettuali d’avanguardia come i Gentile, i Prezzolini, ma anche come i giovani Vittorini e Pratolini, solo in seguito passati meritoriamente dall’altra parte? Anche in quel caso era un’avanguardia portatrice di gesti forti, muscolari, adatti alla frustrazione di quei ceti in perenne ricerca di riscatto.

Ed ecco che quando la sinistra, meno i suoi intellettuali, ha imboccato la strada più realistica di pacifici orizzonti socialdemocratici e, diciamo, più moderati, il popolo un po’ alla volta ha cominciato a fargli marameo. E a rivolgersi a nuovi portatori di messaggi muscolari, antisistema, chiamiamoli pur populistici, nella misura in cui erano totalmente populistico anche il verbo rivoluzionario comunista precedente. Quando c’è il popolo di mezzo c’è sempre il populismo. I nuovi muscolari tuttavia, si tratti di pentastellati, o di Lega o di Fratelli Italioti, son carenti di avanguardie colte, non ne vogliono proprio sapere di averle. E’ un problema per loro? In tempi televisivi e di web e di social network non pare proprio.

Il ceto medio riflessivo è rimasto allora con il cerino in mano nei centri storici. E, privo dei soggetti a cui presentare il riscatto economico, per loro mai stato necessario se è vero che vivono nelle terrazze di Piazza Navona, si devono cercare altri fronti. Qualcosa per cui tornare in qualche modo a fargliela vedere al sistema, ma con quel moderatismo ormai acquisito da persona per bene che non eccede, se non quando proprio ci vuole, eh. A Venezia, servita su un piatto d’argento, ecco allora la condizione della città storica, sfruttata dai poteri forti, devastata dal turismo, desertificata nella popolazione da interessi non occulti, secondo loro invece palesi. Tutti temi a cui una certa intelighenzia può ancora con successo dedicarsi. Sostenuta dalla cultura internazionale e dai suoi prestigiosi istituti.  A cui però la condizione della città gliela raccontano come vogliono loro, quelli del “ceto medio” riflessivo del centro storico, rimasto a presidiare le pietre dei sei sestieri e la fragilità dell’ecosistema lagunare tutto attorno.

Autoreferenti? Beh si veda questa lettura, che si commenta da sola, del contesto veneziano e del fenomeno Brugnaro a Venezia, apparsa su YTALI, par altro a firma di un autore che si dice foresto. A si, perché mi ero scordato di dire che il ceto medio riflessivo in città storica è stato corroborato da innesti di esponenti ‘foresti’ dello stesso ceto che sono andati cercando una buona causa e qui l’hanno trovata. Fatte le debite proporzioni con un accostamento audace, un po’ come Guevara si offriva a cause ben più rivoluzionarie a Cuba, in Congo, in Bolivia, nel suo caso però pagando con la vita. Sarà anche vero che la città storica di Venezia si spopola ma c’è, costante, un certo ripopolamento di questi cavalieri erranti venuti a difendere il fortino e a dar man forte. E alcuni poi sono riusciti a farsi eleggere in Consiglio Comunale dove son li pronti a menar fendenti, ma con un certo stile.

Ho cercato di descrivere quello che è accaduto e non ce ne sarebbe stato bisogno se non avessi avuto sentore che una volta di più la superficialità massmediatica cercava di far percepire questo fenomeno con il consueto sensazionalismo. Convincendo l’opinione pubblica di essere di fronte a un fenomeno appunto anomalo e quindi sensazionale. Che tale non è.

Se però qualcuno pensa che con quello che ho descritto io abbia avuto l’obiettivo di dissacrare la cultura e chi la possiede e ne fa anche un uso politico, vuol dire che non mi sono spiegato e faccio ammenda. La mia vuole essere solo e soltanto una fotografia di quel che è accaduto. Dal momento che chi vuol operare socialmente e politicamente dovrebbe sempre partire un riconoscimento del contesto, e di chi è lui in quel contesto.

Mi rendo conto però che un’analisi del genere è ancora priva di orientamento, cerca di fotografare l’esistente e nulla più. Qualcuno potrebbe dirmi e chiedermi: bravo, e allora? Domanda comprensibile, ma, come si dice: alla prossima.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.