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Appena finita la lettura di “The tie that binds” di Kent Haruf (pubblicato in Italia nel 2018 da NN col titolo di “Vincoli” ) la prima domanda che sorge , prepotente, è la seguente: “ A chi importerebbe della vita di Edith Goodnough, chi si sognerebbe di affidare qualche ora della sua vita alla lettura della sua esistenza muta, alacre, disperatamente anonima, persa negli Highplains del Colorado, se uno scrittore non avesse deciso di cominciare proprio da lei e dalle sue vicende per aprire la via ad una serie di altri romanzi tutti dedicati, per un’intera esistenza di scrittura, ai personaggi della cittadina immaginaria di Holt?”.

Quando , nel 2017, è uscito postumo il suo “Le nostre anime di notte” , l’attenzione dei lettori italiani si è concentrata sulla tenera vicenda della relazione tra due anziani vicini , naturalmente ad Holt, che appariva una sorta di omaggio dell’autore alla moglie, e che in seguito il film per Netflix che ne è stato tratto, con i volti arcinoti di Robert Redford e Jane Fonda come protagonisti, ha confermato come storia di sentimenti e di vicinanza al di là dei consueti confini anagrafici.

Ma, negli anni immediatamente precedenti, tra il 2015 e il 2016, era già stata pubblicata sempre da NN Editore, la sua “Trilogia della pianura”, formata da “Canto della pianura”, “Crepuscolo” e “Benedizione”, dove si snodavano, nel consueto immenso silenzio di queste distese verdi senza fine, le vite altrettanto silenziose di una serie di protagonisti indimenticabili .

Uso non a caso il termine “silenzio” per riferirmi alla relazione col mondo di uomini e donne che hanno davanti a sé, quotidianamente, i compiti di chi alleva bestiame, coltiva amplissimi appezzamenti di terra, spesso non ha ( o non aveva) grandi aiuti al di fuori della famiglia, costruisce cioè intere esistenze al servizio di questi spazi immensi, con grandissime distanze tra una fattoria e l’altra, e, proprio in questo libro, “Vincoli”, la vicenda di Edith si snoda dalla fine dell’Ottocento, anni in cui i genitori si sono trasferiti in quella zona, agli Anni Settanta del secolo scorso, in cui la vicenda ha termine.

La vita e gli sforzi dei suoi genitori hanno a che fare dunque con una scarsissima tecnologia di supporto all’inizio del secolo scorso, e anche la vita di lei, bambina prima sempre affaccendata, poi ragazza alle prese con la tirannia del padre che la sfrutta come collaboratrice nella gestione dell’azienda familiare al di là delle sue forze, non uscirà mai da questi confini di fatica e di doveri quotidiani.

Quando, ormai anziana, una sua drammatica scelta la metterà di fronte alla giustizia, un suo vicino ed amico da sempre si prenderà il compito di narrare a noi lettori la sua vita, con parole intense e commosse, con molte cose non dette perché da lui ignorate, ma con una vicinanza così continua e attenta , che ci permetterà di far entrare nel nostro cuore per sempre questa figura femminile. Lei e il fratello restano incastrati in una trappola di lavoro e di obbedienza al padre per molti anni : “they were deeply stuck” , dice l’autore, “erano completamente bloccati” , e la fuga di Lyman, che girerà l’America per vent’anni, lascerà Edith a curare un padre tiranno, rinunciando ad una vita coniugale che l’avrebbe costretta ad allontanarsi anche di poco da lui e dai suoi doveri di figlia.

 Ci viene consegnato un grandissimo amore per quella terra, comunque, si respira spesso tra le pagine del libro nel racconto di Sanders Roscoe, nelle descrizioni delle varie vegetazioni coltivate , nei momenti di calma notturna, nei cieli sconfinati che si appoggiano sopra le vite dei contadini del Colorado.

Tutti noi abbiamo visto in TV la serie “La casa nella prateria” : chiedo a chi sta leggendo queste note di dimenticare le immagini stereotipate dei giovani e vecchi coltivatori ed allevatori che ci sono state trasmesse da quei film televisivi. Qui si parla poco, si guarda, si lavora, si costruiscono affetti senza tante smancerie, ma soprattutto , nel caso di Edith, nel nome di un assoluto senso del dovere, si snoda un’intera esistenza tra le mura della propria fattoria, travolta da infiniti doveri pratici dall’alba al tramonto, senza perdere mai, comunque, almeno attraverso le parole di Sanders, una sua grazia e fragilità particolare, che l’accompagneranno tutta la vita.

 Holt, all’inizio della storia, sta appena nascendo , è fatta di qualche casa e di un emporio, e alla fine , negli Anni Settanta, si rivela quella che sarà lo sfondo necessario di tutti gli altri libri di Haruf. E’ un luogo letterario, ma soprattutto il luogo della sua anima.

Ed ecco ancora Holt come sfondo al secondo libro dedicato dall’autore a questa cittadina , “La strada di casa” , pubblicato in America nel 1990 e qui in Italia nel febbraio 2020, chiudendo così la casa editrice NN l’edizione di tutte le opere di questo autore.

Il titolo originale ,“Where you once belonged”, rende maggiormente l’idea di un andare e venire da questo luogo a cui un tempo si era appartenuti. In questo caso è la figura di Jack Burdette che sfonda le pagine del libro, in un modo invadente , nella sua personalità sopra le righe, con la sua sicurezza e tendenza all’imbroglio e all’indolenza, che però, alla fine, dimostra una lucidità ed un calcolo che gli permetterà, contro tutte le logiche, di sparire definitivamente dal suo luogo di nascita con ciò che voleva.

E’ un atteggiamento diverso dal solito quello dell’autore nei confronti di un eroe negativo come Jack. Sembra comunque piacergli, e gli fa da contraltare il mormorio minaccioso di un’intera cittadina che lo spia al suo ritorno, grida vendetta per le sue malefatte, ma non riesce che a constatare che alla fine ha vinto di nuovo lui. C’è anche qui una voce narrante , come in “Vincoli”, questa volta un suo amico di gioventù poi diventato giornalista locale, e di nuovo lo snodarsi delle vicende è visto con occhi attenti e contemporaneamente “laterali” alle vicende.

Ma è di nuovo una figura femminile di grandissima sensibilità e presenza fisica quella che resta nella memoria dei lettori, e riguadagna un senso umano forte a questo affresco di uomini e donne che cominciamo a conoscere profondamente. E’ la moglie di Jack, Jessie, che, dopo la sparizione del marito , si carica sulle spalle le sue colpe , le ripaga con fortissimo senso della dignità, e alla fine sembra , dopo tanto dolore, trovare pace con un uomo che ama anche i suoi figli.

Le descrizioni fisiche di lei e della sua sottile bellezza bruna, la forza con cui si accolla la decisione di non muoversi comunque dal luogo dove ha vissuto con lui, appartiene tutto a  quella filosofia del silenzio a cui facevo cenno nelle pagine precedenti. Anche questa donna , silenziosamente, ci mostra il suo modo di navigare nelle acque difficili di una Holt degli Anni Settanta , chiusa in un disperato provincialismo e in una serie di riti settimanali e di luoghi deputati che rimbalzano le voci inquiete dei suoi abitanti.

Di tutti i libri di Haruf, questo forse è quello che mi ha convinto meno, ma resta comunque imperdibile per comprendere un percorso eccentrico come il suo, col suo sguardo fermo a Holt, ma capace di accompagnarci da lì in una universale riflessione sul mondo e sugli uomini.

Elisabetta Ticcò è nata ed attualmente risiede a Mestre. Laureata in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Padova, nella stessa Università ha poi conseguito un Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Architettura ed Urbanistica. Le sue attività si sono sempre suddivise tra il teatro, con una lunga attività giovanile nella “Bottega del Teatro” di Dario Ventimiglia, e il mondo della scuola, dove ha lavorato presso un Liceo locale per più di 30 anni. Negli ultimi vent’anni si è specializzata inoltre nella disciplina anglosassone del “drama in education”, dopo due Summer Schools presso l’UCE di Birmingham , ed ha operato come organizzatrice di corsi di lettura drammatizzata nelle Biblioteche della Provincia e come formatrice di insegnanti delle Scuole Primarie e Secondarie Inferiori