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Tutto nasce un po’ per caso.

Ai tempi del lockdown, quello duro, andando a far la spesa, piuttosto che la passeggiatina “attorno a casa” mi è capitato di fissare con il mio smartphone alcune immagini della città vuota.

Le occasioni di girovagare (de scondon) si sono moltiplicate e allora perché non darsi un obiettivo meno episodico e casuale provando a cercare quei luoghi, spesso simbolici, di una città muta e silenziosa?

Che ti stordiva con questo silenzio che urlava per la mancanza di vita vissuta, per la mancanza di quella massa di turisti giornalieri che era diventata asfissiante.

Da marzo a maggio, con quelle giornate che durante questa primavera sono state bellissime, dal punto di vista meteorologico, è bastato usare le ore di libertà che mi sono concesso, per scoprire come il vuoto in realtà fosse pieno di storia, di cultura, di sapienza, di bellezza.

Disvelate e a completa disposizione, senza filtri, barriere o muri umani.

Alla fine mi sono ritrovato con più di qualche decina di scatti a cui ho cercato di dare un senso montando un micro-filmatino che ho messo sul mio cellulare.

Mi è capitato di farlo vedere a Roberta Orio, che come me se ne andava in giro a scattare, però da professionista qual’è.

Alla fine del lockdown vediamoci che gli diamo un occhiata meglio” mi dice.

E a maggio inoltrato mi telefona: “ma quelle foto me le fai vedere o no?”

Da lì parte il trip che mi ha portato a realizzare per la prima volta in vita mia una mostra.

Se non fosse stato per Roberta che mi ha sostenuto, incoraggiato, ma più ancora criticato, non mi sarebbe mai passato “per l’anticamera del cervello” di esporre.

A quel punto ho chiesto a Carlo Rubini (il direttore di questa testata) se se la sentiva di produrre dei testi che non si richiamassero direttamente alle foto ma che ne esprimessero il senso e più ancora le sensazioni che lui aveva provato, di fronte a una situazione irripetibile e straordinaria.

Vittorio Pavan, un vero mago della postproduzione, mi ha assistito e ha dato quel tocco in più alle stampe che ha reso gli scatti adeguati ad un’esposizione al pubblico.

Marco Scurati mi ha messo in contatto con don Agostino, il parroco della Bragora – in campo Bandiera e Moro – che aveva i locali della Scoletta di San Giovanni Battista che si stavano liberando dell’ultimo inquilino (l’Associazione 25 Aprile, reduce dalla campagna elettorale).

E’ stato un bel lavoro di squadra che ha trovato – mi è sembrato di capire dai giudizi dei visitatori – una buona accoglienza di pubblico.

Con una nota in più. Le molte persone che, uscendo dalla mostra, sono venute a manifestarmi le emozioni che questa esposizione suscitava in loro.

Emozioni diverse: stupore, angoscia, disorientamento, bellezza.

E allora si può dire: “ne è valsa la pena

NOTA: La mostra rimane aperta tutti i giorni fino al 1 novembre dalle 16,30 alle 19,30

Veneziano, con i piedi nell’acqua, dalla nascita (1948). Già Amministratore Delegato di una Joint Venture italo-tedesca di accessori tessili con sede a Torino. Esperienze di pubblico amministratore nei lustri passati. Per lunghissimi anni presidente del Centro Universitario Sportivo di Venezia (CUS Venezia)