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Dapprima un circolo PD della provincia vicentina che, ricordando che esiste il voto disgiunto, consapevole del vantaggio  elettorale di Zaia, invita l’elettore, qualora non fosse propenso a votare il candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione,  a votare pure Zaia, ma ad esprimere la preferenza per la  segretaria del PD di Vicenza candidata al consiglio regionale. Successivamente, il coordinatore del circolo PD di Rubano esprime un invito simile: se proprio non ce la fate a non votare Zaia, esprimete poi la preferenza al sottoscritto, per il consiglio regionale.  Naturalmente simili iniziative sono state biasimate, in quanto contrarie all’etica di partito; però dal punto di vista autopromozionale potremmo considerarle iniziative, oltre che curiose, non proprio cervellotiche.

In effetti, Luca Zaia è il protagonista di una campagna permanente svoltasi durante tutta la legislatura. A suo attivo il ricorso a valenti virologi durante la pandemia (anche se poi il rapporto si è guastato), le olimpiadi invernali, la Pedemontana, le colline del Prosecco come Patrimonio dell’umanità.  Ma soprattutto ha funzionato la sua esposizione continua, la sua visibilità costante.

Zaia ha somministrato una informazione politica permanente, e quindi semplificata e più facilmente fruibile dal pubblico, rispetto alla mole di comizi e soprattutto di slogan che si verifica durante il periodo della campagna elettorale.    

Zaia non possiede le caratteristiche dell’autorità carismatica; decisamente non suggerisce l’immagine dell’uomo che rappresenta la devozione ad una causa, che persegue una visione innovativa della società. Quella di Zaia è una autorità amministrativa. Però dimostra di avere acquisito un prestigio non di poco conto, in questi tempi di disamore – anche eccessivo – nei confronti della classe politica.  

Un altro presidente di regione riconfermato è Vincenzo De Luca in Campania.  Per  De Luca si può parlare di sovraesposizione;  le sue uscite  provocatorie e ironiche – divulgato anche negli USA il filmato in cui  minaccia di mandare i carabinieri con il lanciafiamme dagli studenti che festeggiavano la laurea, durante la diffusione del contagio – si inseriscono nella moda della politica-spettacolo che imperversa nei vari canali televisivi, in cui il dibattito è spesso sovrastato dalle esternazioni più o meno esagitate e aggressive che i vari conduttori, in cerca di audience,  favoriscono, o perlomeno non ostacolano.

Per questi presidenti, come pure per Emiliano in Puglia, è condivisibile la considerazione che la pandemia abbia favorito i personaggi già in carica. La condizione di emergenza ha rivestito le loro figure di un ruolo di riferimento – nonostante le ripetute contraddizioni e cambiamenti di atteggiamento nei loro provvedimenti – a fronte di una ricerca di rassicurazioni da parte dei cittadini. 

In situazioni di emergenza, di pericolo proveniente da una entità esterna, i cittadini tendono a rinchiudersi nei propri ambiti, religiosi, politici, ed a non sperimentare cambiamenti che aggiungerebbero elementi ignoti ad una situazione incerta. 

In Toscana non si è trattato di riconferma: è stato eletto Eugenio Giani – essendo uscito dalla compagine regionale Enrico Rossi, ex  Presidente con marcati tratti di fondamentalismo ideologico.  L’elezione del candidato di centrosinistra non era scontata. Diverse città della Toscana sono amministrate dal centrodestra, e la candidata alla presidenza della regione del centrodestra, la leghista Susanna Ceccardi, ha raccolto il 40,5% dei voti, un risultato inimmaginabile anni addietro.

L’esito elettorale in Veneto ed in Toscana suggerisce anche un’altra considerazione: l’influenza esercitata, nell’elezione del Presidente di Regione, di quello che resta della subcultura territoriale. Il Veneto e la Toscana hanno rappresentato per decenni due subculture storiche di grande importanza.

Subculture territoriali  – termine da usare nella sua accezione sociologica e analitica,  senza alcuna caratteristica svalutativa  – quella veneta, con  l’influenza della Chiesa cattolica, la predominanza della DC e dei suoi collateralismi, e quella toscana, con la predominanza del PCI e del suo associazionismo: ambedue configuravano un insieme di interessi, convinzioni, sentimenti, partecipazioni. Ne derivava una rete di fiducia che a sua volta scaturiva da una forza politica egemone nel territorio, che fungeva da aggregazione politica e sociale.  Ambedue le subculture ormai si sono sfaldate.

La DC è scomparsa, ma non dimentichiamo che a livello territoriale la Lega di Zaia – con un’ ”anima” diversa dalla Lega di Salvini – si è  innestata territorialmente sulla Pedemontana, un tempo terra di roccaforti bianche.

Come eredità di queste subculture, permane ancora un senso di appartenenza al territorio, come surrogato e lascito del più intenso sentimento che poggiava sulla rete fiduciaria. Il ripiego nell’ambito territoriale di appartenenza, anche per effetto della pandemia, ha favorito il consenso nei confronti dei suoi rappresentanti.  

Toscano di provenienza, risiede da tempo a Venezia-Mestre. Ha avuto Esperienze manageriali in aziende industriali e di servizi pubblici. Collabora con istituti universitari ed enti di ricerca. Da tempo membro della Società Italiana di Studi Elettorali, particolarmente interessato alle dinamiche dei flussi e competente nella materia. Per finire è grande appassionato di fotografia, con predilezione per le cattedrali gotiche.