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Un pifferaio magico si aggira per l’Europa degli Stati e talvolta anche delle città. Il suo nome: Antipartitismo. Lo scopo? Diffondere le note necessarie per demolire l’establishment, il mostro da abbattere. Ormai da alcuni anni, questa musica, sta ottenendo consensi in varie parti del Vecchio Continente e come detto anche in alcune città (sebbene di questo è auspicabile parlare in altro e specifico intervento viste le molte differenze).

In Europa, tutto sembrava confinato agli alberi che delimitano Piazza Syntagma.

Laggiù, Alexis Tsipras, all’inizio piromane, si è presentato come un politico giovane, di forte rottura con il passato. Invocare riforme radicali contestando il vecchio apparato e i vecchi partiti per ristabilire un moderno socialismo è stata la ricetta con la quale diventare Primo Ministro in Grecia nel 2015 unendo a tutto questo un variegato catalogo di “ismi” a cominciare, almeno all’inizio, dall’antieuropeismo.

In Spagna, le cose non sono andate diversamente, almeno guardando al successo di Podemos. Ma quello che più interessa è osservare su quali temi questo nuovo partito abbia focalizzato la sua attenzione.

Prima di tutto, la battaglia contro la casta, politica ma non solo, il forte risentimento contro le élites. Ad essere contestato, è tutto ciò che riguarda il passato e quindi: destra e sinistra diventano concetti superati, le forze politiche tradizionali rappresentano la stesa cosa e vengono sminuite se non addirittura sbeffeggiate, i corpi intermedi senza appello vengono ricondotti ad orpelli sostituibili dai cittadini, i riti della politica vengono scavalcati da piattaforme on line, unite a qualche diretta TV o streaming.

Tutto questo, in Italia, risuona molto familiare e il Movimento 5 stelle, favorito anche dai non pochi errori dei Partiti di sistema (tutti ricordiamo la frase di Fassino: “Se vuole fondare un partito lo faccia, vediamo quanti voti prende”), ha costruito il suo successo politico proprio su queste stesse basi, forse non poco, ma a ben guardare nulla di più.

E’ ovvio che tra questi movimenti, esistono non poche differenze, certamente però gli elementi poc’anzi citati, rappresentano concreti punti di convergenza il cui denominatore comune è l’interpretazione di un nuovo spazio pubblico.

Germania, Francia e Gran Bretagna, stanno attraversando acque politiche altrettanto agitate anche se non così tempestose, ad eccezione di quest’ultima, dove, Brexit, ha sancito e messo in luce, non solo la vittoria dello United Kingdom Indipendence Party, forse il più anziano dei partiti anti-sistema, i cui successi fino al Referendum venivano però riscontrati solo alle Elezioni Europee, ma anche la clamorosa sconfitta di un classe politica leggendaria che ha peccato di macchiavellismo sfrenato, incentrato sul binomio: raccontiamo che la UE è un vero disastro però restiamoci dentro per goderne dei vantaggi.

In Germania, l’ordine delle cose è disorientato davanti alla crescita di Alternative für Deutschland che si dichiara favorevole alla democrazia diretta pur essendo descritto e per molte ragioni non a torto come un partito di destra spinta.

Oltre il Reno, la forza di questa onda d’urto si è infranta? Apparentemente sì ma. Sì c’è un ma perché En Marche e il suo capo politico Emmanuel Macron non è esattamente l’espressione delle istanze appena descritte eppure protagonismo unito al frequente richiamo al suo peuple eal più classico discorso sulla grandeur, lasciano qualche dubbio. Quali rischi possono derivare dal personalismo più spinto?

Polonia e Ungheria, quanto a derive anti sistema, costituiscono, in questo momento, un capitolo separato e preoccupante (dell’Europa).

E dunque che destino c’è per i Partiti tradizionali che come detto soffrono la pressione di queste forze? È davvero tutto sbagliato e tutto da rifare?

Forse non tutto ma alcune cose vanno corrette. Avanziamo qui due proposte che potrebbero consentire ai Partiti tradizionali, in Italia, come negli altri Paesi Europei, di non essere travolti dalla piena e di non essere confinati negli spazi delle Ztl cittadine (copyright David Allegranti).

La prima, concerne il linguaggio. La politica e i Partiti in Italia come nel resto dell’Europa devono riappropriarsi del significato del lavoro che sono chiamati a svolgere. Si tratta dell’arte di governare i problemi, possibilmente in modo transnazionale, e non solo di raccontarli per suscitare paure. La scala di valori comuni in Europa lo consente: lavoro-welfare, scuola, sanità, parità tra individui, ambiente, tutela delle minoranze, libertà, solo per citare alcuni dei temi da governare.

La seconda soluzione, di metodo, è decisiva. A voler imparare dagli errori commessi, sarebbe necessario per esempio abbandonare atteggiamenti di chiusura in difesa dei propri interessi. Garantire l’accesso alle nuove generazioni affidando loro responsabilità, prescindendo totalmente dallo spirito di mera fedeltà e di cooptazione è indispensabile e si può realizzare attraverso: 1) apertura per favorire il ricambio interno, 2) affidabilità da ottenere attraverso il rispetto di poche e chiare regole, 3) merito e competenze che i Partiti devono per primi sostenere e 4) radici da far affondare nei territori e nelle comunità di riferimento.

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra. Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti. Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.