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Se non fossi interista (e dunque, quasi per definizione esistenziale, abituato alla sconfitta ma intimamente convinto che quando vinciamo lo facciamo alla grande) un pensierino sul votare (in maniera disgiunta sia chiaro) Zaia lo avrei fatto anche io.
Il guaio è che non so darmene una spiegazione. Meglio. Il guaio è che la sola spiegazione che posso darmi sta nel mio essere (orgogliosamente) veneto.
Non è un problema di appartenenze. Suvvia: vi pare davvero che Zaia rassomigli a Salvini? E che dunque valga la equazione distorta secondo la quale se voti Zaia è come se votassi l’ex ministro dell’Interno (che da Zaia, diciamocelo, ha ricevuto un manrovescio mica da poco)? Non può rassomiglargli. Perché sa benissimo che attività artigiani, piccole-medie-grandi industrie senza quote significative di immigrati avrebbero già fallito da un pezzo.

O, piuttosto, sarà mica per quel suo modo paternalistico di affrontare, ogni giorno, le famose conferenze stampa sull’emergenza Covid dove, quando serviva, era pure pronto, parlando in venetico dialetto, a tirare le orecchie a destra e a manca? Sacrificando pure il buon Crisanti?

None. La verità è più semplice.

Zaia è più istituzionale di qualunque (o quasi) ministro del governo guidato da Conte.

E’ molto più democristiano di un vecchio democristiano.

Palazzo Ferro Fini, con lui, è piu sede cardinalizia di quanto non lo sia il Patriarcato di Venezia.

Zaia va bene a tutti. Perché solo così spieghiamo il suo 75% alle elezioni regionali.

Zaia va bene pure ai vecchi militanti del PD perché dice ciò che loro pensano (su: immigrazione, la vecchia “Roma ladrona” che torna oggi coi termini di una autonomia negata, perfino sul consumo di suolo spregiudicamente sacrificato alla urbanizzazione hic et nunc) senza avere il coraggio di dirlo (ripeto: se non vi convince questa sciocchezzuola andate a rileggervi i dati elettorali).

Va pure bene quanto è ormai entrata in noi la normalità che, se ho bisogno di una visita o di un esame, è meglio sborsare 90, 100, 120 euro per farla subito piuttosto che attendere mesi.

Va bene perché è pragmatico . E noi veneti lo siamo pragmatici. Eccome se lo siamo. Di fronte ad un problema ciò che conta, per noi, è trovare la soluzione. Qualunque essa sia. Qualunque cosa costi. Ciò che conta è che il problema non è piu un problema.

Non è Zaia che vince. A vincere, tramite lui, è il nostro essere veneti. E il nostro essere, tutti, involontari protagonisti del Signore e signori di Germi. Il nostro essere (poco oramai ma anche questo è pragmatismo) cattolici ma, al contempo, declinatori, ognuno di noi, di un nostro personalissimo esserlo.

E’ il provare quasi invidia per l’artigiano che ti fa lo sconto se paghi in contante senza fattura. E comunque dare per scontato che cosi fan tutti.

Zaia siamo noi. Ecco perché Loenzoni mai avrebbe potuto vincere.
Ecco perché (vengo dalla campagna e dunque perdonatemi le mie sciocchezze) il solo competitor che il centrodestra abbia (in minima parte temuto) si chiamava Massimo Cacciari.

Il quale, eretico di una eresia che spesso capiva solo lui, non diceva cose molto diverse. Ma che in campagna elettorale per le Regionali ha visitato (lo posso testimoniare) anche il più remoto fra i paesini del Veneto scoprendo, inorridito (e quasi bestemmiando in sanscrito perché tu un intellettuale lo riconosci dal fatto che, appunto, bestemmia in sanscrito), che prima di lui, del centrosinistra, mai c’era andato nessuno.

E la cosa che piu mi fa incacchiare di brutto (come perdere al 94’ ) è che tutto ciò era gia stato scritto. Ecco. Se potessi fissare un criterio per la scelta del prossimo candidato alla Presidenza della Giunta Regionale del Veneto (e pure qui….perfino i militanti di centrosinistra chiamano Zaia “governatore”) sarebbe quello di imparare a memoria Schei, il pamphlet che il mio concittadino (va beh che vengo dalla campagna però la mia è bella campagna) Gianantonio Stella pubblicò nel 1996. Perché continuo a pensare che in quelle pagine c’è tutto il mio Veneto. E Zaia lo ha capito e interpretato. Mentre noi siamo ancora alla prefazione. Se non alla copertina.

Non tutti a dir la verità. Perché ad esempio Giacomo Possamai si è fatto una campagna “vecchio stile”. E di preferenze ne ha beccate 11.515. A Vicenza! Quella del Il Prete bello di Parise.

Ed ecco perché non fossi interista e non fossi rivierasco avrei fatto pure un pensierino a votare Brugnaro. Perché è fatto della stessa sostanza di Zaia. E’ autenticamente figlio di questa terra. E che per questo l’intellighentsja della città vecchia prende in giro. Salvo poi, appunto!, prenderla sui denti.

E dunque? Dunque occorre cambiare. E qui mi scompiscio dalle risate da solo. Perché ogni volta che noi di centrosinistra perdiamo siam subito pronti ad invocare il cambiamento. Ma il cambiamento cui pensiamo spesso si limita a buttare la polvere sotto il divano.
Il cambiamento non è radicale come dovrebbe essere. Perché il cambiamento deve essere lessicale, sociale, culturale.

Giusto ieri abbiamo festeggiato (io si, non so voi) il successo del Mose. E cosa mi propone Facebook? Una foto di Felice Casson che, sorridendo, tiene tra le mani uno striscione con lo slogan “No Mose” (se è un fotomontaggio chiedo venia fin da ora). Capite la distanza siderale tra “noi” e “loro”?

Perché il Veneto è un unicum. Ed è su questo unicum che il centrosinistra dovrebbe sciogliere gli ormeggi. A partire dalla decisione di cavalcare, senza alcuna reticenza, la battaglia sulla autonomia. Che potrebbe anche essere rovesciata: che senso ha, infatti, oggi che siamo in una Europa unita l’avere ancora Regioni a statuto speciale? Che differenza c’è tra il mio Veneto e il Friuli? O il Trentino? O la Sicilia? O aboliamo lo status di regioni speciali oppure ne allarghiamo la maglia.

E speriamo che fra 5 anni Zaia non si ricandidi. Che è meglio.

Vive da sempre nella terraferma veneziana. Per cinque anni è stato Vicesindaco (con delega alle politiche culturali e turistiche) del comune di Mira. Laureato (cum laude) in Lettere a Padova ha collaborato per oltre un decennio coi quotidiani del gruppo editoriale Finegil (La Nuova Venezia, Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso), con La Repubblica e con Gente Veneta. Attualmente fa parte del collettivo redazionale della rivista Esodo. Si occupa di gestione del personale e della sicurezza presso alcuni musei veneziani. Nel tempo libero ama la montagna e le immersioni subacquee.