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Non è per giustificarmi (excusatio non petita, dirà qualcuno), ma non ho mai pensato che il contagio di uomini famosi e potenti come Boris Johnson o  Bolsonaro, di eroi nostrani come Berlusconi o Briatore o di personaggi di stazza extralarge come Trump sia stato il segnale di una sorta di giustizia divina. È vero, qualcuno si è lanciato in battute, un po’ scontate, e cioè che il virus è comunista, democratico, egualitario, che non guarda in faccia nessuno. E ammetto che ho sorriso, sia pure senza cattiveria. Qualcun altro – devo dire con un guizzo di innegabile eleganza – ha chiamato in causa addirittura Aristotele e Shakespeare e il concetto di giustizia poetica, secondo cui se la virtù viene premiata, il vizio viene punito. In questo caso il vizio ha coinciso con la tendenza a minimizzare, malgrado l’evidenza, la gravità di una pandemia che si estendeva sempre più e si è ritorta contro chi invocava l’immunità di gregge.

Un’ineluttabile legge del contrappasso che ci ha fatto pensare, per un attimo, di stare tutti sulla stessa barca.

Malati illustri, si è pensato. Giganti umanizzati da un nemico che non guarda in faccia nessuno. Illusione. Se il virus non fa sconti e sembra sordo alle sirene del potere, la cura del virus non si mostra altrettanto democratica.

Giusto per fare un esempio, vorrei ricordare che quando si è ammalato Berlusconi, abbiamo tutti sinceramente temuto per la sua incolumità. Un uomo di ottanta e passa anni, pluripatologico, ex malato oncologico, non aveva molte possibilità di cavarsela. D’altronde, a tanti suoi coetanei, da febbraio a oggi, in condizioni forse anche migliori, erano toccate sorti infauste. Per giunta, stando a quanto sostenuto dai medici e ostentato dallo stesso paziente, pare che il presidente di Forza Italia fosse stato colpito da una carica virale particolarmente aggressiva. Malgrado ciò, ne è uscito più forte di prima, tanto che ci si è chiesti se gridare al miracolo o attribuire cotanta guarigione a nuove scoperte in campo scientifico o a un trattamento terapeutico tagliato e cucito a sua misura.   

Stessa cosa dicasi per Trump. In una società così poco egualitaria, così poco attenta alle differenze sociali e così poco sensibile al disagio e all’indigenza, suona immorale che il presidente, a fronte di un’ecatombe di morti che si ripete ogni giorno, abbia la facoltà di fruire delle cure migliori.  Si tratta di attempati superman che hanno sfidato, vincendo, un nemico invincibile o di disinvolti miliardari che possono disporre dei “migliori” anticorpi monoclonali, prodotti industrialmente, presenti sul mercato?

A pensar male si fa peccato, ma spesso ci s’azzecca. Non vorrei dire, ma la guarigione tempestiva di questi uomini potenti è il sintomo di una malattia vecchia del nostro vivere. Se la salute è un diritto sancito dalla nostra costituzione, le grandi emergenze come questa sono un indicatore spietato dell’ineguale riconoscimento di tale diritto. Questo vale per gli Stati Uniti, ma anche il nostro Paese ormai registra qualche linea di febbre.

L’Italia ha sempre vantato un sistema sanitario nazionale avanzato che garantiva a tutti l’accesso alle cure. A dispetto delle differenze reddituali, fiscali e anagrafiche. Col tempo, però, ben sappiamo, la forbice tra cittadini si è divaricata col progressivo fiorire della cosiddetta eccellenza sanitaria privata. La pandemia ha scoperchiato il vaso di Pandora delle diseguaglianze e ha messo in risalto l’ineluttabilità delle sorti di tanti predestinati. Non tutti dispongono di ville dalle metrature stellari e dai lussureggianti giardini, che consentano quarantene felici e al sicuro. Non tutti possiedono rendite che permettano di vivere anche senza lavorare.  Non tutti, in caso di necessità, possono rivolgersi a presìdi ospedalieri privati, evitando così il sovraffollamento pericoloso e talvolta inutile del pronto soccorso dei pubblici ospedali.

Il dilagare del Covid è un inquietante punto d’arrivo di un processo di sfilacciamento del servizio sanitario nazionale. La cosa più inquietante, però, è la concezione darwiniana del diritto alle cure. Che travalica financo le furberie elettorali di tanti politicanti da strapazzo. Ne è prova l’ingenua e oscena uscita del governatore della Liguria che non dispera se i morti da Covid sono ultrasettantenni improduttivi.

Una sanità affidata a una devolution fallimentare rivendicata a giorni alterni da regioni allo sbando, vittima di tagli reiterati, di politiche spregiudicate e di governatori interessati più ai sondaggi che alla salute dei cittadini, finirà col ratificare paure e incertezze? Finirà col sancire diritti differenziati per fasce? Lo scenario sarebbe inquietante. Non scopro l’acqua calda se dico che è necessario anteporre criteri morali a priorità economiche. Perché, si sa, uno Stato che non ascolta i suoi soggetti più deboli e ne trascura i diritti più importanti è uno Stato esangue, malato, allergico ai dettami costituzionali e privo di quei fondamenti necessari alla convivenza democratica. Come un padre che investe sui suoi figli più forti rinnegando quelli più bisognosi. Un’aberrazione innaturale, in pratica.

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.