By

Biden ha vinto, Trump ha perso. Biden è il più votato candidato presidente della storia americana. Ha distaccato di oltre quattro milioni di preferenze il rivale. Successo limpido, anche se l’avversario si ostina a negarlo. Adesso gli Stati Uniti avranno il loro secondo presidente cattolico di origine irlandese, il precedente fu John F. Kennedy, e la prima donna in assoluto di ascendenza indo-afro-giamaicana quale vice-presidente, Kamala Harris. Aggiungiamoci pure la nuova first lady, Jill Jacobs in realtà Giacoppa: le sue radici sono italiane di Sicilia.
Gli americani hanno dunque proiettato al vertice del paese una coppia che ben rappresenta l’ideale melting-pot entico-religioso da cui nascono. L’America First di Donald Trump, da declinarsi come tradizione bianca anglo-sassone e protestante, esce con le ossa rotte. Di più, viene ricacciata nelle pieghe della dimensione rurale e del profondo Sud l’onda razzista che la Destra repubblicana legittimava e alimentava. Non è certo un caso che in molti suoi ambienti si stessero riaffacciando suggestioni secessioniste, spesso presentate come ragionevole soluzione per l’inconciliabile diversità culturale tra le varie comunità. Niente di nuovo nella storia degli Stati Uniti. Si tratta delle medesime motivazioni che provocarono la Guerra tra gli Stati o Guerra Civile un secolo e mezzo fa. Ed è proprio con riferimento ad allora che possiamo rispondere ad alcuni quesiti odierni.
Il primo riguarda la democrazia americana. Se Trump avesse prevalso, in vent’anni sarebbe stata la terza volta, dopo Al Gore e Hillary Clinton, che a un candidato democratico non sarebbe bastato raccogliere il maggior numero di preferenze popolari per vincere. Questo a causa di un sistema elettorale ritagliato sugli stati al fine di evitare la cosiddetta dittatura della maggioranza: il che provoca, però, una sovra rappresentanza della minoranza. Fenomeno accentuato da un’altra particolarità americana: l’eguaglianza degli stati in quanto a eletti nel Senato. Tranne qualche eccezione, ciascuno ha diritto ad avere due membri in questo ramo del Parlamento. Indipendentemente dalla popolazione.
Responsabile di tale anomalia è il compromesso che all’indomani della Guerra d’Indipendenza portò, nel 1787, alla Costituzione di Philadelphia ancora oggi in vigore, a parte l’aggiunta di alcuni emendamenti di contorno. Una Legge Fondamentale, dunque, con oltre due secoli di vita. Nessun paese al Mondo si regge in base a regole formulate così lontano nel tempo. Perché un conto sono i principi inderogabili, questi sì con caratteristiche di eternità, e un altro i meccanismi costituzionali. Soggetti a venire di continuo modificati per rispondere al mutare dei tempi e delle società. Non occorre scomodare Hans Kelsen e il pensiero gius-positivista del Novecento per comprendere qualcosa che era stato già individuato da Epicuro e Marsilio da Padova.
La Costituzione di Philadelphia sconta il peccato originale di rappresentare il punto di sintesi tra la visione spinta dell’autonomia dei singoli stati, sempre sostenuta non per caso da quelli schiavisti del Sud, e l’approccio contrario favorevole a dare maggior peso al potere centrale, tesi cara agli anti-schiavisti del Nord. Da qui un impianto federale complesso dove i singoli stati conservano forme di esclusiva spesso insospettate. Il sistema elettorale ne è una conseguenza diretta.
Il secondo quesito concerne gli Stati Uniti come nazione. Alla luce della spaccatura profonda e storicamente determinata resa evidente da questa campagna elettorale, esistono sul serio una nazione americana e il suo tanto sbandierato patriottismo? Oppure si tratta di una coperta ormai davvero troppo corta e logora con la quale si cercano di nascondere linee di frattura insanabili? Ancora una volta ci troviamo di fronte all’argomento di fondo dei confederati di un secolo e mezzo fa: siamo due culture diverse, meglio separarsi. Oggi potremmo collocare la linea di faglia lungo il cosiddetto “redwall” che attraversa il continente, con il blu dei democratici saldamente arroccato lungo le coste, atlantica e pacifica, e quello rosso dei repubblicani a tenerle ben separate attraverso le grandi pianure centrali.
È facile osservare come si tratti di un argomento ricorrente nello scontro politico degli ultimi anni un po’ dovunque. Non per niente abbiamo vissuto l’epoca del cosiddetto sovranismo. Una variante del nazionalismo declinata per ogni singola comunità locale esistente. Prendiamo la Spagna: è frutto del colonialismo castigliano, in realtà non esiste. La Gran Bretagna? Un’accozzaglia di popoli di origine celtica e germanica dominati da quello strano miscuglio rappresentato dai cosiddetti inglesi. Tornati sul continente, analoghe considerazioni le troviamo in Francia con la Bretagna, nel Belgio frantumato tra valloni e fiamminghi, nella macedonia di popoli dei Balcani. Lascio stare l’Italia perché sappiamo. Quindi?
Siamo chiari, il concetto di nazione non implica affatto l’assenza di divisioni interne. Anche profonde. Tutt’altro. Possono e, il più delle volte, anzi sono tanto radicali da tramutarsi in contrapposizioni feroci. Le quali non impediscono, però, di proiettare all’esterno un’immagine nazionalista di sé. La società americana è spaccata. Vero. L’appartenenza a una medesima dimensione culturale, costruita su valori fondamentali e stile di vita quotidiana, coesiste con tale frattura. La interseca. La permea. Rende impossibile attuare una svolta decisiva. Per forza delle cose traumatica.
La prova è nei risultati elettorali di Senato e Camera dei Rappresentanti. Qui i repubblicani ottengono un esito migliore di quanto previsto, nessuna onda blu democratica dunque. Non solo. Sono maggioranza negli stati, dove hanno più governatori e deputati locali. Quindi influenzeranno a proprio vantaggio la ridefinizione dei collegi elettorali che avverrà alla fine dell’anno, sulla base del censimento decennale. Uno dei momenti chiave per capire come funzioni la strana democrazia a stelle a strisce. Perché d’ora in avanti e fino al 2030, data della prossima verifica, tali collegi resteranno fissati secondo le linee stabilite oggi. Dai repubblicani, per lo più. Del resto, questo hanno voluto gli elettori il 3 di novembre. Gli stessi che hanno fatto vincere l’accoppiata Biden-Harris. Il dilemma irrisolto degli Stati Uniti, dunque, torna a essere la loro Costituzione: figlia di uno spericolato compromesso politico, è ormai del tutto inadeguata ad affrontare i bisogni e le sfide del tempo presente. Questo perché presuppone un tipo di federalismo pensato per il XVIII secolo.
L’ultima delle lezioni americane di oggi ci riguarda in modo diretto. Travolti dalla ricerca affannosa di un qualche modello capace di dare risposte ai nostri problemi, generati a loro volta da una costituzione che risale alla fine degli anni Quaranta del Novecento, ci siamo indirizzati lungo la strada di sempre più accentuate forme di latente federalismo. La cosiddetta “autonomia delle regioni” tanto invocata lo incarna alla perfezione. L’attuale pandemia prodotta dal Covid-19 ha messo alla luce quali e quanti danni abbiamo prodotto la moltiplicazione dei momenti decisionali e dei centri di spesa incontrollata nel paese. Lo spaventoso debito pubblico sotto il quale annaspiamo è lì a ricordarcelo ogni giorno. Al pari degli Stati Uniti, a maggiori dosi di federalismo ha corrisposto una continua accelerazione lungo la via della crisi e della decadenza, economica e sociale.
Secondo alcuni osservatori, il successo di Trump e del suo slogan di tornare a una Grande America nel 2016 derivava dalla chiara percezione di trovarsi in una situazione di pre-crisi, se non di crisi aperta. Un dato di fatto, per noi che guardiamo con distacco e da una certa distanza. Il compromesso di Philadelphia ha esaurito le sue potenzialità. Il modello federale applicato agli stati così come li abbiamo conosciuti finora è stantio. Lo dimostra anche l’Unione Europea. La quale, pure, è lontana persino da un’impostazione confederale e si presenta quale accozzaglia disordinata di realtà indipendenti. Se il frutto della conoscenza deve aiutare a non ripetere gli errori, allora cerchiamo di imparare da queste lezioni americane: trascurarle sarebbe imperdonabile.

Federico Moro vive e lavora a Venezia. Di formazione classica e storica, intervalla ricerca e scrittura letteraria, saggistica, teatrale. È membro dell’Associazione Italiana Cultura Classica e della Società Italiana di Storia Militare. Ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, poesie e testi teatrali.